Federico Di Vita, ”Il mercato editoriale è in mano ai grandi gruppi e schiavo di catene di controllo verticali”

Più di 7500 sono gli editori in Italia, di cui quelli rilevanti non sono neppure un centinaio; 63.000 i titoli pubblicati in Italia ogni anno, di cui la maggior parte non arriva in libreria. E ad alimentare questo sistema, il lavoro di migliaia di stagisti, di persone sottopagate, di lavoratori in nero. Il drammatico panorama dell'editoria italiana è delineato con precisione da Federico Di Vita in ''Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria''...

L’autore di “Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria” presenta il suo libro e disegna un prospetto dell’editoria italiana

MILANO – Più di 7500 sono gli editori in Italia, di cui quelli rilevanti non sono neppure un centinaio; 63.000 i titoli pubblicati in Italia ogni anno, di cui la maggior parte non arriva in libreria. E ad alimentare questo sistema, il lavoro di migliaia di stagisti, di persone sottopagate, di lavoratori in nero. Il drammatico panorama dell’editoria italiana è delineato con precisione da Federico Di Vita in “Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria”, pubblicato da Tic Edizioni, con dovizia di numeri e documentazioni.  

Come ha raccolto tutti i dati che riporta nel libro e che delineano  il panorama attuale dell’editoria? Può raccontarci il percorso di stesura: quali fonti e documentazioni ha consultato, quali esperienze dirette e indirette sono confluite in questo testo?
In un certo senso è stato semplice: ho raccolto i dati studiando a fondo il settore editoriale. Alla fine ci sono voluti quasi tre anni ma la documentazione è avvenuta in modo classico, mi sono procurato, comprandole o consultandole in biblioteca, tutte le pubblicazioni che parlavano di editoria uscite negli ultimi anni in Italia e a volte anche all’estero. Di solito nelle grandi librerie, nascosto bene, c’è un piccolo settore, polveroso e cacciato in qualcuno dei ripiani più bassi, lì un piccolo scrigno dedicato alle “cose” editoriali c’è. I libri poi, come al solito, portano ad altri libri, ad alcuni autori, ad articoli, a quel punto basta seguire il filo. Visto che la mia intenzione era indagare come e perché (non) funzioni il mercato editoriale – mettendo al centro della mia indagine l’editoria piccola e media – sono inevitabilmente finito per imbattermi in questioni di natura economica, e anche in quel caso ho cercato di capire come stessero le cose, e, last but not least, cosa ne pensassi io.
Le fonti sono davvero tante: un buon punto di partenza possono essere i Quaderni che semestralmente redige l’AIE (Associazione Italiana Editori) su tutti i numeri e le tendenze del mercato editoriale italiano (sono la fonte più attendibile in assoluto), poi, sempre per avere una bussola, si può passare alle pubblicazioni di Fidare (la Federazione Italiana degli editori indipendenti), quindi ai libri di Schiffrin e continuare verso l’infinito… C’è tantissimo anche in rete, basti pensare alla Rete dei Redattori Precari, o alla Repubblica degli Stagisti. Insomma, è un mondo.
Per quanto riguarda le testimonianze che sono confluite nel testo invece ho fatto un’operazione che definirò di iconografia medievale. Nella filiera del libro ci sono tanti mestieri, così come succede nelle illustrazioni allegoriche ho cercato di rappresentarli tutti, per farlo sono andato a parlare con noti professionisti di ciascun settore: quindi librai, promotori, distributori, agenti, nerd, tipografi, editori, critici letterari ecc.

Quante sono in tutto le case editrici in Italia e quante quelle che fanno realmente il mercato? Qual è la percentuale di mercato coperta nel complesso dalle piccole e medie case editrici? Quali tra queste ultime sono più competitive?
«Ehi, posa quel pistolotto e nessuno si farà del male». Lo scopo è rispondere senza che chi ci legge reagisca così – e non sarà facile. Ci provo: gli editori dotati di ISBN in Italia sono più di 7.500, circa 2.550 quelli che pubblicano più di 10 libri all’anno. Quanti di questi fanno il mercato? Domanda strana, direi che quelli in qualche modo rilevanti non arrivano al centinaio (e mi tengo molto largo, considera che le cinque major incassano circa il 60 per cento del totale). La percentuale di mercato coperta nel complesso da piccole e medie case editrici si aggira intorno al 13 per cento, una percentuale da dividere tra migliaia – e tra queste migliaia ci sono sigle di tutto rispetto che finiscono per accaparrarselo quasi tutto. Le più note, per dire: Newton Compton fa parte del novero.

Quanto invece alla miriade di titoli che vengono pubblicati ogni anno: qual è la percentuale di quelli che riescono affettivamente a vendere e quella dei libri che invece tornano dalla libreria in casa editrice ancora inscatolati?
È difficilissimo fare stime di questo tipo. Si tenga conto che in Italia vengono pubblicati ogni anni circa 63.000 titoli. Di questi hanno una buona rilevanza in libreria alcune centinaia. Io so di romanzi di micro-editori che vendono nell’ordine delle decine di copie. Poi ci sono i libri a pagamento… insomma, chi riesce a farceli arrivare i libri negli scatoloni vuol dire che è distribuito – non è affatto scontato. Poi sì, funziona così, tranne in alcune librerie indipendenti la rotazione sugli scaffali è diventata frenetica, tanti tra i libri che ci arrivano ci arrivano male e ci restano poco, in libreria.


Quali sono le difficoltà che impediscono ai libri di piccole e medie case editrici di arrivare in libreria?

I limiti sono intrinseci e il mercato è ingessato e schiavo di catene di controllo verticali, in barba a qualsiasi norma anti-trust (che per altro non c’è), ma più diffusamente non mi resta di dire che… di questo mi occupo tanto nel libro, non ce la faccio a riassumere il tutto in poche battute.

Quanto incidono i costi di distribuzione sul ciclo economico di un libro? Abbattere i costi di distribuzione potrebbe essere una soluzione per dare maggiore respiro a piccoli editori e librerie indipendenti?
I costi di promozione e distribuzione sfilano dalle tasche dell’editore tra il 50 e il 60 per cento del valore del libro. Non è poco, certo, ma poco fa il problema sembrava essere che i libri non fossero abbastanza presenti in libreria, e per questo la distribuzione ci vuole. È un gatto che si morde la coda. Non ci si mette a fare libri per fare soldi, per quello vi consiglio, non lo so, di aprire una pizzeria a Oslo, o boh, di smerciare il frutto della canapa in Olanda, cose così. In ogni caso l’abbattimento dei costi e (una certa) democratizzazione del mercato si affermeranno col prendere piede dei formati digitali, ma è troppo presto per fare previsioni puntuali.

Una decrescita delle pubblicazioni annuali potrebbe aiutare a risolvere la situazione di stallo in cui si trova il mercato editoriale?
Funziona in casi singoli, pensati bene. Come Marcos y Marcos, altrimenti no. No perché è impossibile: è la stessa macchina distributivo-finanziaria a imporre un volume sempre crescente di produzione, andrebbe rivisto il modello di sviluppo. Bisognerebbe accettare che la crescita del Pil non è un parametro per giudicare la salute di uno stato, quindi riorganizzare l’economia e, a cascata e lentamente (l’editoria è pachidermica), succederebbe qualcosa del genere anche ai libri, ma a livello macro-strutturale non mi pare che si stia andando in questa direzione.


Può farci una panoramica del mondo del lavoro nel campo editoriale? Sul totale dei lavoratori coinvolti nella filiera del libro, qual è la percentuale degli assunti e di coloro che riescono davvero a trarre un guadagno da questa attività? Quale invece quella di stagisti e giovani che accettano di collaborare gratuitamente?

Anche qui, mi è difficile rispondere. Per quanto le situazioni lavorative siano svantaggiose quelli che lavorano in condizioni migliori credo che siano pur sempre i dipendenti dei grandi gruppi editoriali e delle sigle più note. Anche se in alcuni (tanti?) casi possono essere sfruttati, almeno hanno un contratto e delle condizioni di lavoro “vere”. Per quanto riguarda gli editori medi, piccoli e minuscoli invece il panorama è drammatico, ed è difficile fare stime, perché i (sotto)pagamenti in nero, il lavoro “volontario”, i servizi non pagati sono davvero all’ordine del giorno, e sarebbe ora che le autorità si occupassero di regolare questo settore vergognosamente trascurato. Anche per quanto riguarda gli stage è complicato fare (dare…) numeri, comunque un dato ce l’ho ed è quello degli stagisti: per il 2010 (ultimo anno rilevato al momento), il Rapporto Excelsior di Unioncamere parla di 3.550 stage nel settore «Servizi dei media e della comunicazione» e 4.110 in quello «Industrie della carta, cartotecnica e stampa».


Come prevede che l’ebook trasformerà il mercato negli anni a venire?

Come non lo so, speriamo che lo cambi tanto.

 

4 febbraio 2013

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