Fausta Garavini, ”Nei miei racconti parlo di donne forti e indipendenti”

Donne che cercano di affermare la propria identità facendo a meno di alcuni 'topoi' femminili, come la famiglia e la maternità. Donne indipendenti, autonome, che conducono la loro vita ''cercando di non chiedere a nessuno di rendere migliore il loro mondo'', ma contando solo sulle proprie forze. Sono questi gli inattesi ritratti femminili racchiusi nel romanzo di Fausta Garavini...
Fausta Garavini ci presenta il suo ultimo romanzo “Storie di donne”, attraverso la sua passione per la scrittura e l’amore per i grandi classici della letteratura

MILANO – Donne che cercano di affermare la propria identità facendo a meno di alcuni ‘topoi’ femminili, come la famiglia e la maternità. Donne indipendenti, autonome, che conducono la loro vita “cercando di non chiedere a nessuno di rendere migliore il loro mondo”, ma contando solo sulle proprie forze. Sono questi gli inattesi ritratti femminili racchiusi nel romanzo di Fausta Garavini, dal titolo “Storie di donne” (edito da Bompiani): 15 racconti, scritti dagli anni Settanta a oggi, che rappresentano in modo magistrale le paure e i desideri di ogni donna contemporanea. In questa intervista l’autrice ci parla del suo libro, di quella fervida passione per la scrittura che non l’ha mai abbandonata e dell’amore sconfinato per la letteratura, quella classica di Dostoevskij – per intenderci – , regalandoci infine  alcune riflessioni sullo stato della cultura nel nostro Paese. In fondo all’articolo è possibile leggere le prime pagine del libro.

Lei proviene dal mondo accademico, studiosa e grande esperta di letteratura francese e occitanica, docente universitaria, è autrice di numerosi testi critici e dal 1972 è redattrice di Paragone-Letteratura. Quando ha intrapreso anche la carriera di scrittrice? Come è nata questa passione e soprattutto in che modo riesce a conciliarla con la sua professione, soprattutto sul piano narrativo?
Quella per la scrittura è stata una passione latente nei passati anni di studiosa, messa un po’ in secondo piano per privilegiare la mia carriera accademica. Quando poi dal 1990 ho deciso di abbandonare l’Università e l’insegnamento, ho avuto finalmente l’occasione di dedicarmi di nuovo alla scrittura e di darle tutta la priorità. A tal proposito, io penso che se si studia davvero, senza fare filologia da formica, non vi è nessuna differenza tra la scrittura accademica e quella narrativa. Innanzitutto ho sempre curato la forma, ma penso che anche sul piano narrativo ci siano affinità sostanziali per quanto riguarda la costruzione dei personaggi. Prendiamo per esempio il mio lavoro su Montaigne: la mia ricostruzione, per quanto basata su ricerche approfondite e quanto più oggettive, è sempre una rielaborazione soggettiva, determinata dal mio approccio a questo specifico personaggio storico. Stessa cosa vale per i personaggi che inserisco nei miei racconti.

Come è nato il suo ultimo libro “Storie di donne”, vincitore del prestigioso premio Carlo Cocito?
In realtà “Storie di donne” è una raccolta di racconti scritti e pubblicati in rivista durante gli anni scorsi, fin dagli anni Settanta. Ha l’apparenza di un testo compatto e omogeneo per la tematica comune che i diversi racconti presentano, ma di fatto non lo è.

Il suo libro è composto da 15 racconti tutti al femminile. In che modo ha deciso di rappresentare le sue protagoniste? Quale visione del genere femminile ha voluto costruire? Quanto c’è di reale in questo ritratto?
Le protagoniste di questi racconti sono donne indipendenti, autonome che conducono la loro vita cercando di non chiedere a nessuno di rendere migliore il loro mondo. Non ho scelto di proposito di creare un tipo femminile. Se con reale si intende autobiografico, penso che si scriva sempre attraverso quello che si vive: in ciò che scriviamo apportiamo le nostre esperienze, i nostri vissuti, ciò che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. E’ un fattore imprescindibile. Se si intende invece che io abbia voluto con questo rappresentare uno spaccato della società odierna, dare una definizione del genere femminile nella società attuale, direi che non era assolutamente mia intenzione. Questi non sono racconti di oggi, possono sembrarlo, ma in realtà appartengono al passato. Non avevo il proposito di rappresentare quali caratteristiche ha assunto il genere femminile oggi: se questo è accaduto, l’unica soluzione è che fossi molto in anticipo sui tempi quando li ho scritti.

Oggigiorno il nostro Paese è carente di lettori, la loro età media è superiore ai 65 anni. Da studiosa e da scrittrice quale ritiene che sia la causa? Pensa che le istituzioni del nostro paese si adoperino sufficientemente per promuovere la cultura?
A mio parere c’è una spiegazione storica. L’Italia è diventata un Paese unificato solo nel 1861 e la lingua italiana era parlata da una ristrettissima elite, ed eccetto che in Toscana, il resto del territorio parlava il dialetto. A quell’epoca l’Italia aveva quindi il bisogno di una crescita culturale lentamente maturata, ma questa è stata di fatto soppiantata dall’arrivo della televisione. Io ricordo che quando non c’era la tv si raccontavano novelle a veglia, insomma c’erano altri modi di passare il tempo ed esisteva una cultura locale, che aveva una sua diffusione. La televisione – così come d’altra parte ora anche le altre moderne tecnologie – hanno riempito tutti gli spazi di tempo che si potrebbero dedicare alla lettura. E per quanto riguarda le istituzioni, penso sia difficilissimo combattere contro la rivoluzione informatica. Non sono in grado di dire se le istituzioni facciano abbastanza o meno, ma comunque mi pare una battaglia molto dura.  

Quali sono le sue letture preferite e quali autori della tradizione l’hanno “ispirata”?
Le mie letture, nonostante io sia stata professionalmente una docente di letteratura francese, sono soprattutto russe e mitteleuropee. Infatti fin dall’adolescenza ho cominciato a leggere Dostoevskij, Turgenev, Checov, Tolstoij, e poi tutti i tedeschi Mann, Hesse, Musil e più di recente Ingeborg Bachmann. Mi sento molto più a casa mia nella mitteleuropa che altrove. Lo scrittore che non ho mai abbandonato e che riprendo di tanto in tanto è Dostoevskij: questo autore è per me il più grande di tutti, non solo di tutti i russi, ma di tutti in assoluto. Devo però aggiungere che subito dopo la laurea ho cominciato a lavorare per la rivista Paragone, di cui mi occupo tuttora; e qui, nel  corso degli anni, ho potuto conoscere Anna Banti, co-fondatrice della rivista insieme a Roberto Longhi, una scrittrice che ammiro molto e di cui ho curato il Meridiano che uscirà nel 2013. Indubbiamente questa frequentazione mi ha colpito e probabilmente influenzato.

31 ottobre 2012

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