I fantasy e le distopie del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 che raccontano meglio le nostre paure

Per anni il fantasy è stato raccontato come un semplice genere di evasione. Poi qualcosa è cambiato. I mondi immaginari hanno iniziato a riempirsi di ansie collettive, paure politiche, relazioni ossessive, identità fragili e desideri di fuga sempre più estremi. Le distopie hanno smesso di sembrare lontane, mentre castelli infestati, società future e universi alternativi…

I fantasy e le distopie del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 che raccontano meglio le nostre paure

Per anni il fantasy è stato raccontato come un semplice genere di evasione. Poi qualcosa è cambiato. I mondi immaginari hanno iniziato a riempirsi di ansie collettive, paure politiche, relazioni ossessive, identità fragili e desideri di fuga sempre più estremi. Le distopie hanno smesso di sembrare lontane, mentre castelli infestati, società future e universi alternativi hanno iniziato a parlare direttamente del presente.

Al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 questa trasformazione è particolarmente evidente. Tra le ultime novità fantasy e speculative emergono infatti libri molto diversi tra loro, ma accomunati da un elemento preciso: usano l’immaginazione non per allontanarsi dalla realtà, bensì per attraversarla in modo più radicale.

C’è il fantasy orientale che unisce folklore, morte e amore impossibile. Ci sono thriller in cui leggere le persone diventa quasi un potere inquietante. Ci sono dimore isolate divorate da segreti oscuri e futuri apparentemente perfetti dove l’umanità rischia di perdere le emozioni che la rendono viva.

Quattro libri che mostrano quanto fantasy, horror e distopia siano ormai tra i linguaggi più interessanti per raccontare il nostro tempo.

I romanzi fantasy e distopici da recuperare al Salone del Libro di Torino 2026

Il gran maestro della scuola demoniaca. Frattura”, di Mo Xiang Tong Xiu, tradotto dal cinese da Maria Teresa Trucillo, Mondadori

Il successo mondiale di Mo Xiang Tong Xiu non è nato soltanto dalla popolarità online delle sue storie o dagli adattamenti animati e televisivi. Alla base di “Il gran maestro della scuola demoniaca” esiste soprattutto una capacità rarissima: costruire un universo fantasy vastissimo senza perdere mai il peso emotivo dei personaggi.

“Frattura”, quarto volume della saga, porta avanti una narrazione che continua a muoversi tra indagine soprannaturale, tragedia politica, folklore cinese e tensione sentimentale. Wei Wuxian e Lan Wangji tornano al Colle dei Sepolcri, circondati da cadaveri rabbiosi e segreti pronti a riemergere. Ma il cuore del romanzo non è soltanto il conflitto esterno. È il modo in cui il passato continua a contaminare ogni relazione.

Uno degli aspetti più affascinanti della serie è proprio il rapporto tra memoria e colpa. In questo mondo la morte non resta mai davvero sepolta. Gli spiriti ritornano, gli errori si trascinano nel presente e le gerarchie del mondo della coltivazione nascondono continuamente ipocrisie e violenze. Il fantasy di Mo Xiang Tong Xiu non ha nulla di rassicurante. Dietro la bellezza quasi eterea delle ambientazioni esiste sempre qualcosa di marcio, fragile o doloroso.

La relazione tra Wei Wuxian e Lan Wangji continua inoltre a essere una delle più interessanti del fantasy contemporaneo. Non perché sia costruita attraverso cliché romantici, ma perché si sviluppa lentamente dentro perdita, incomprensione, lealtà e desiderio trattenuto. Anche nei momenti più ironici o teneri resta sempre presente la sensazione che il loro legame sia stato conquistato attraversando dolore e distruzione.

Il romanzo lavora molto bene anche sull’atmosfera. Foreste, colline funerarie, clan aristocratici e rituali spirituali vengono descritti con una ricchezza visiva che richiama il wuxia e il fantasy storico cinese, ma senza diventare mai puro esercizio estetico. Tutto contribuisce a creare un mondo stratificato, pieno di tensioni morali e politiche.

Per molti lettori occidentali questa saga rappresenta anche una porta d’accesso a un immaginario fantasy diverso da quello europeo o anglosassone. La spiritualità, il concetto di coltivazione, il rapporto con gli antenati e il peso dell’onore sociale costruiscono infatti dinamiche narrative profondamente differenti dal fantasy tradizionale occidentale.

“Frattura” conferma quanto “Il gran maestro della scuola demoniaca” sia ormai uno dei fenomeni fantasy più importanti degli ultimi anni. Non soltanto per il fandom enorme che lo circonda, ma perché riesce davvero a fondere epica, orrore, malinconia e sentimento dentro una narrazione emotivamente potentissima.

Killer Instinct. L’istinto di uccidere”, di Jennifer Lynn Barnes, Nord

Jennifer Lynn Barnes costruisce thriller come se fossero trappole psicologiche. Il lettore entra nella storia convinto di poter capire tutto, poi si ritrova lentamente intrappolato dentro manipolazioni, ambiguità e continui cambi di prospettiva. “Killer Instinct” continua il progetto narrativo della serie “The Naturals”, ma alza ulteriormente il livello della tensione.

Cassie e gli altri ragazzi del programma governativo possiedono capacità eccezionali: sanno leggere il comportamento umano, analizzare dettagli minimi, intuire bugie e schemi mentali. Barnes prende questa idea quasi da fantasy contemporaneo e la trasforma in un thriller nervoso, velocissimo, costruito sul confine sottile tra talento e trauma.

La parte più interessante del romanzo è proprio il modo in cui l’intelligenza viene raccontata. Qui il dono non salva davvero nessuno. Anzi, osservare troppo bene gli altri significa spesso esporsi maggiormente al dolore, alla manipolazione e alla paura. I protagonisti sono adolescenti addestrati a entrare dentro la mente dei criminali, ma questa immersione continua nella violenza finisce inevitabilmente per lasciare segni profondi anche su di loro.

Il caso centrale del libro ruota intorno a un omicidio che sembra collegato a un serial killer già noto. Ma il vero motore della storia è il sospetto continuo. Barnes costruisce un’atmosfera in cui nessuno appare completamente affidabile e dove il confine tra protezione e controllo diventa sempre più ambiguo.

C’è anche una riflessione interessante sull’identità adolescenziale. I ragazzi di “The Naturals” non hanno una vita normale, né la possibilità di crescere davvero lontani dalla pressione del programma che li ha reclutati. Sono giovani continuamente osservati, studiati e sfruttati per le proprie capacità. Ed è impossibile non leggere in questo meccanismo anche qualcosa di profondamente contemporaneo.

Il romanzo mantiene un ritmo molto cinematografico, ma evita la superficialità di tanti thriller young adult costruiti soltanto sul colpo di scena. Barnes sa creare dipendenza narrativa senza rinunciare del tutto alla complessità emotiva dei personaggi.

“Killer Instinct” funzionerà soprattutto per chi ama storie investigative veloci, intelligenti e ossessive, ma anche per i lettori che cercano thriller psicologici capaci di lavorare sul lato più inquietante dell’intelligenza umana. Perché qui il vero pericolo non è soltanto il killer. È la capacità di entrare troppo a fondo nella mente degli altri.

House of Rayne”, di Harley Laroux, Sperling & Kupfer

Harley Laroux prende alcuni elementi classici del gotico, la dimora isolata, i segreti familiari, le presenze nell’oscurità, e li trasforma in qualcosa di molto più fisico e contemporaneo. “House of Rayne” non punta soltanto sull’atmosfera horror, ma sul senso di intrappolamento emotivo che attraversa ogni rapporto del romanzo.

Salem arriva a Blackridge Island dopo il fallimento del proprio matrimonio, cercando soprattutto silenzio e distanza dal resto del mondo. L’isola, però, non viene mai percepita come un rifugio. Balfour Manor, la dimora in cui trova ospitalità, appare fin dall’inizio come uno spazio instabile, quasi ostile. Harley Laroux costruisce molto bene questa sensazione di disagio progressivo: non c’è bisogno di mostrare subito il soprannaturale, perché è il luogo stesso a sembrare continuamente fuori asse.

Anche Rayne contribuisce a creare questa tensione. La proprietaria della manor non viene costruita come semplice figura misteriosa o dark romance stereotipata. È una donna segnata dalla violenza, dalla perdita e da qualcosa di irrisolto che il romanzo lascia emergere lentamente. Il rapporto tra lei e Salem diventa così il vero centro della storia. Non una relazione rassicurante o idealizzata, ma un legame che si alimenta continuamente di attrazione, paura e vulnerabilità reciproca.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è proprio il modo in cui desiderio e orrore finiscono per contaminarsi. Laroux usa il gotico non soltanto come estetica, ma come linguaggio emotivo. I corridoi della casa, i boschi dell’isola, le ombre che attraversano la notte e le presenze invisibili riflettono continuamente lo stato interiore dei personaggi. Tutto nel romanzo sembra parlare di ferite che non sono mai state davvero elaborate.

La parte horror funziona soprattutto perché evita il semplice accumulo di scene scioccanti. L’inquietudine nasce lentamente, attraverso dettagli ripetuti, sensazioni di controllo, isolamento e minaccia costante. Blackridge Island appare sempre più come una trappola emotiva oltre che fisica. Persino il mare che circonda l’isola contribuisce alla sensazione che non esista una vera possibilità di fuga.

Interessante anche il modo in cui il libro lavora sulla famiglia Balfour e sull’idea di eredità. I segreti custoditi dalla manor non riguardano soltanto il passato, ma sembrano continuare a divorare il presente dei personaggi. Il male, in “House of Rayne”, non è qualcosa di completamente esterno. Vive dentro i ricordi, i traumi e le relazioni.

Il romanzo dialoga chiaramente con il gothic romance contemporaneo, ma riesce a essere più cupo e soffocante di molti titoli recenti del genere. La componente sentimentale non alleggerisce mai davvero la tensione narrativa. Al contrario, rende il tutto ancora più instabile, perché ogni sentimento sembra portare con sé anche il rischio della distruzione.

“House of Rayne” sarà probabilmente uno dei fantasy horror più discussi del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 proprio perché riesce a prendere elementi molto riconoscibili del gotico e trasformarli in qualcosa di più corporeo, oscuro e contemporaneo. Un romanzo che parla di case infestate, ma soprattutto di persone che continuano a vivere dentro i propri fantasmi.

“Svegliati!”, di Boris Akunin, Mondadori

La storia si apre in una Russia del 2025 attraversata dal caos politico e sociale. Elena e Alik si amano profondamente e cercano di resistere a un mondo che sembra precipitare verso il collasso. Quando però Alik entra improvvisamente in coma, Elena prende una decisione estrema: far crioconservare il corpo dell’uomo che ama e addormentarsi a sua volta, sperando che il futuro possa offrire una cura impossibile nel presente.

Quando Elena si risveglia è passato quasi un secolo. È il 2106 e il mondo che trova davanti ai suoi occhi sembra aver finalmente sconfitto tutto ciò che per secoli ha devastato l’umanità. Le crisi politiche appaiono superate, le guerre sembrano appartenere al passato, le malattie sono state controllate e persino il collasso ecologico sembra essersi arrestato. Alik è vivo, guarito, pronto a guidarla dentro questa nuova civiltà ordinata e razionale.

Ma Akunin introduce subito una crepa inquietante in questa apparente perfezione. Quel mondo pacificato e stabile è anche un luogo profondamente svuotato. Le emozioni si stanno lentamente spegnendo, i rapporti umani perdono intensità, il desiderio e il dolore vengono percepiti quasi come anomalie primitive da correggere. La società futura descritta nel romanzo non è costruita sul controllo brutale tipico di molte distopie classiche, ma su una forma molto più sottile di anestesia emotiva. È un mondo che non reprime apertamente l’essere umano, ma lo rende gradualmente incapace di sentire davvero.

Ed è proprio qui che “Svegliati!” trova la sua forza più interessante. Akunin non costruisce soltanto una distopia politica, ma una riflessione sul rischio di una società ossessionata dall’efficienza, dalla stabilità e dalla rimozione del conflitto. In questo futuro il dolore è stato quasi eliminato, ma insieme al dolore sembrano essersi dissolti anche la passione, il desiderio, la rabbia e persino l’amore nella sua forma più viva e contraddittoria.

Il romanzo alterna così due dimensioni continue. Da una parte il viaggio visionario dentro questa nuova civiltà apparentemente perfetta, dall’altra il tentativo disperato di Elena e Alik di capire se esista ancora uno spazio autenticamente umano dentro un sistema che ha neutralizzato ogni eccesso emotivo. La loro relazione diventa il centro simbolico del libro: un legame che cerca di sopravvivere in un mondo dove i sentimenti stanno lentamente diventando inutili.

Lo stile di Akunin mantiene un ritmo scorrevole e accessibile, ma sotto la superficie narrativa si muovono riferimenti politici e filosofici molto evidenti. La paura del controllo sociale, il peso della propaganda, il rapporto tra libertà e sicurezza e il rischio di un futuro dominato dall’omologazione attraversano continuamente il romanzo. Non a caso il libro viene presentato come un racconto utopico-distopico ispirato anche ai recenti sviluppi politici della Russia e del mondo contemporaneo.

“Svegliati!” dialoga inevitabilmente con la grande tradizione della distopia novecentesca, da Orwell a Huxley fino alla fantascienza metafisica di Philip K. Dick, ma lo fa con un tono più malinconico che apertamente apocalittico. La vera inquietudine del romanzo non nasce dalla violenza o dal collasso, ma dall’idea che una società possa diventare perfettamente funzionante proprio nel momento in cui smette di essere emotivamente viva.

Akunin costruisce così un libro che parla del futuro ma che, in realtà, riflette soprattutto sul presente. Sul modo in cui la contemporaneità tenta continuamente di eliminare il dolore, il conflitto e la vulnerabilità, trasformando lentamente anche le relazioni umane in qualcosa di controllato, misurabile e innocuo. E nel farlo pone una domanda difficile da ignorare: vale davvero la pena salvare il mondo, se per farlo bisogna rinunciare a ciò che rende umana la vita?