Leggere Can Xue significa entrare in un mondo nel quale quasi nulla può essere interpretato affidandosi alle normali leggi della realtà. Una strada può marcire al sorgere del sole, una madre può sciogliersi nell’acqua, una città può vivere immersa nel fumo e il confine tra vivi e morti può diventare improvvisamente attraversabile.
Eppure sarebbe riduttivo considerare queste immagini semplicemente fantastiche. Nella narrativa dell’autrice cinese l’elemento impossibile non rappresenta una fuga dal reale: è piuttosto un altro strumento attraverso cui penetrarlo, facendo emergere paure, desideri, violenze, oppressioni e contraddizioni che la razionalità tende a nascondere.
Can Xue, pseudonimo di Deng Xiaohua, è nata a Changsha nel 1953 e ha costruito dagli anni Ottanta una delle opere più originali della letteratura cinese contemporanea. Il suo nome ricorre da tempo anche nelle discussioni internazionali intorno al Premio Nobel per la Letteratura, ma è importante distinguere queste indicazioni dalle candidature ufficiali dell’Accademia di Svezia, che rimangono segrete per cinquant’anni.
Più interessante della previsione sul premio è capire perché la sua opera continui ad attirare tanta attenzione: Can Xue ha creato una lingua narrativa nella quale l’assurdo, il grottesco, il sogno e la trasformazione del corpo permettono di raccontare l’esperienza umana senza ridurla a una spiegazione univoca.
I quattro libri pubblicati in Italia da Utopia Editore e tradotti da Maria Rita Masci costituiscono un percorso particolarmente efficace per scoprirla.
Ci sono racconti e romanzi, opere appartenenti a momenti differenti della sua produzione, ma soprattutto ritorna una stessa sensazione: quella di trovarsi davanti a un mondo riconoscibile che improvvisamente ha smesso di comportarsi come dovrebbe. È proprio dentro questa crepa che comincia la letteratura di Can Xue.
4 libri di Can Xue da leggere
“La città del fumo” di Can Xue, traduzione di Maria Rita Masci, Utopia Editore
Una città completamente avvolta dal fumo, un fratello che sembra non voler essere trovato, un uomo capace di mettere in comunicazione vivi e morti, pietre che emergono dal terreno e creature che cambiano forma: i racconti raccolti in “La città del fumo” permettono di avvicinarsi a Can Xue attraverso alcune delle immagini che meglio rappresentano la sua concezione della narrativa. Il mondo appare riconoscibile soltanto per pochi istanti, prima che qualcosa ne incrini la superficie. Non siamo però davanti alla costruzione tradizionale di un universo fantastico, con proprie regole da comprendere progressivamente. Il mistero rimane tale e proprio l’impossibilità di dominarlo diventa parte essenziale dell’esperienza di lettura.
In uno dei racconti una donna parte alla ricerca del fratello di cui non riceve più notizie e che sembra sottrarsi volontariamente a chi tenta di raggiungerlo; altrove un esperto conoscitore di musica riesce a creare un contatto tra vivi e morti. Una città continua invece la propria quotidianità nonostante il fumo abbia cancellato la nitidezza delle cose, mentre in un villaggio iniziano a spuntare pietre dal terreno. Persino una vecchia cicala attraversa una trasformazione estrema, smembrandosi per rinascere sotto una nuova forma. Tutto suggerisce che le categorie attraverso cui ordiniamo normalmente l’esistenza, umano e animale, vivo e morto, presenza e assenza, abbiano perso la propria stabilità.
Il fumo del titolo diventa allora un’immagine particolarmente efficace dell’intera raccolta. Nasconde, confonde i contorni e impedisce allo sguardo di stabilire con sicurezza ciò che ha davanti. È anche ciò che Can Xue sembra fare con il lettore: invece di consegnargli un mondo da decifrare, lo costringe a sperimentarne l’incertezza. La domanda non è tanto “che cosa significa davvero questa immagine?”, quanto che cosa accade alla nostra percezione quando non possiamo più distinguerne chiaramente i confini.
Anche la morte perde la propria funzione di limite definitivo. I morti possono tornare a comunicare, i corpi trasformarsi, l’identità passare attraverso forme differenti. Non è necessario leggere tutto questo come un sistema simbolico nel quale ogni elemento possiede una traduzione precisa. La forza di Can Xue risiede proprio nella resistenza delle immagini a una spiegazione unica. Il sogno funziona nello stesso modo: può apparirci assurdo e tuttavia produrre una sensazione emotiva perfettamente comprensibile.
“La città del fumo” è quindi una buona porta d’ingresso per chi non ha mai letto l’autrice. La forma breve permette di incontrare più variazioni del suo universo e di comprendere gradualmente che la sua letteratura richiede un patto diverso da quello della narrativa realistica. Bisogna accettare di non possedere immediatamente tutte le risposte. Il risultato è un mondo nel quale l’enigma non costituisce un problema da risolvere, ma una condizione dell’esistenza. E dietro il fumo, invece di trovare finalmente una realtà limpida e definitiva, scopriamo forse qualcosa di più inquietante: che anche la nostra realtà è molto meno stabile di quanto vorremmo credere.
“La vecchia nuvola fluttuante” di Can Xue, traduzione di Maria Rita Masci, Utopia Editore
Due coppie abitano da quasi dieci anni in case vicine. Potrebbe essere il principio di un romanzo domestico costruito su matrimoni, vicinato, desiderio e tradimento. Can Xue prende questa situazione apparentemente ordinaria e la trasforma invece in uno spazio rarefatto, nel quale quattro persone si osservano, si sospettano, condividono gli stessi sogni e sembrano attraversare la propria esistenza come sonnambuli. “La vecchia nuvola fluttuante”, romanzo del 1986 arrivato in una nuova edizione italiana per Utopia, mostra bene quanto poco serva all’autrice per spostare il quotidiano verso una dimensione perturbante.
Al centro dello spazio condiviso dalle due famiglie c’è un albero di gelso. I suoi fiori bianchi cadono emanando un profumo intenso e irritante che sembra confondere le menti. È un dettaglio naturale, eppure la sua presenza altera immediatamente la percezione. Tutto ciò che dovrebbe garantire stabilità, la casa, la coppia, la famiglia, il vicino, comincia a produrre inquietudine. I personaggi si parlano senza riuscire veramente a comunicare, si osservano senza conoscersi, abitano fianco a fianco mentre ciascuno rimane prigioniero delle proprie ossessioni.
Una delle coppie ha una figlia adolescente, l’altra non ha figli. La fragile geometria che tiene insieme queste esistenze viene ulteriormente sconvolta quando tra le due coppie si consuma un adulterio. Sarebbe facile aspettarsi che il tradimento diventi il motore di un dramma psicologico tradizionale, ma nel mondo di Can Xue l’evento interessa soprattutto per ciò che rivela: le relazioni erano già attraversate dall’incomunicabilità prima che qualcuno ne infrangesse formalmente le regole. L’adulterio rende visibile una crisi che era già presente nell’atmosfera, nei sospetti e nei sogni.
È proprio il sogno a diventare uno dei linguaggi più importanti del romanzo. I personaggi fanno gli stessi sogni e sembrano vivere in una condizione nella quale coscienza e inconscio hanno smesso di essere nettamente separati. Ciò che appartiene all’interiorità invade lo spazio esterno. Una casa, un odore, un albero o il comportamento di un vicino possono così assumere la stessa consistenza di una paura. Can Xue non chiede al lettore di decidere continuamente cosa sia reale e cosa non lo sia: mette piuttosto in discussione la necessità stessa di stabilire questa distinzione.
“La vecchia nuvola fluttuante” diventa così anche un romanzo sulla difficoltà di raggiungere davvero l’altro. Matrimonio, famiglia e vicinato dovrebbero rappresentare forme di prossimità, ma la vicinanza fisica non garantisce alcuna comprensione. Si può dormire accanto a qualcuno e restargli estranei; si può parlare senza essere ascoltati; si può condividere persino un sogno senza riuscire a trasformarlo in una vera comunicazione.
A quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, è proprio questa dimensione a renderlo sorprendentemente contemporaneo. Dietro l’atmosfera surreale rimane una domanda molto concreta: quanto conosciamo davvero le persone con cui dividiamo la nostra vita? Can Xue trasforma quattro vicini in altrettanti territori inaccessibili e il quotidiano in una superficie sotto cui continua a muoversi qualcosa di oscuro.
“Dialoghi in cielo” di Can Xue, traduzione di Maria Rita Masci, Utopia Editore
Con “Dialoghi in cielo” si entra in uno dei territori più radicali della scrittura di Can Xue. La raccolta conduce il lettore verso una Cina sospesa tra antico e moderno, ma sarebbe fuorviante aspettarsi un ritratto realistico del paese. Ciò che emerge è piuttosto una realtà deformata dall’inconscio: famiglie che assumono configurazioni impossibili, madri capaci di sciogliersi in catini d’acqua, coppie intrappolate in abitazioni immense e solitarie, atmosfere minacciose e immagini nelle quali la purezza lirica può convivere con il grottesco.
La logica ordinaria viene continuamente sospesa. Ma questa sospensione non significa assenza di significato. Al contrario, permette ai racconti di raggiungere zone dell’esperienza difficili da rappresentare attraverso una narrazione perfettamente razionale. La paura, l’oppressione, il rapporto tra genitori e figli, l’isolamento e la persecuzione possono assumere una consistenza fisica. Una madre odiata non è semplicemente percepita come qualcuno da cui fuggire: può letteralmente perdere la propria forma. Una casa non è soltanto un luogo nel quale ci si sente soli: può diventare una struttura enorme e ostile capace di materializzare quella solitudine.
Proprio per questo è interessante che nella presentazione italiana del libro vengano evocati Kafka e Virginia Woolf insieme alla tragedia greca. Non perché Can Xue possa essere ridotta alla somma di influenze occidentali, ma perché la sua scrittura condivide con quelle tradizioni la possibilità di utilizzare l’irreale per raggiungere qualcosa di profondamente umano. L’assurdo kafkiano non è assurdo perché privo di rapporto con il mondo: ci inquieta perché riconosciamo nella sua deformazione qualcosa che conosciamo. Allo stesso modo, nei racconti di Can Xue la perdita della logica può diventare uno strumento per percepire più intensamente ciò che normalmente rimane nascosto.
Particolarmente importante è il rapporto con l’infanzia. La prospettiva infantile permette di osservare il mondo adulto senza accettarne automaticamente le regole. La famiglia, che dovrebbe essere luogo di protezione, può diventare spazio di costrizione; le figure adulte possono assumere tratti minacciosi; ciò che viene considerato normale può rivelare improvvisamente la propria violenza. Anche il contesto sociale e politico può affiorare attraverso questa deformazione, ma senza trasformare il racconto in un’allegoria da decodificare meccanicamente.
“Dialoghi in cielo” chiede quindi un lettore disposto ad ascoltare più che a risolvere. Le immagini producono emozioni prima ancora di consegnare significati definitivi. È una modalità di lettura insolita perché siamo abituati a cercare la spiegazione: perché sta accadendo? Che cosa rappresenta? Come dobbiamo interpretarlo? Can Xue sembra invece interessata a ciò che rimane quando quelle domande non ricevono una risposta completa.
Ed è qui che il libro rivela la sua forza. L’inconscio non è una parentesi separata dalla realtà, ma una delle forme attraverso cui la realtà viene vissuta. “Dialoghi in cielo” porta questa intuizione fino alle conseguenze più estreme e costruisce racconti nei quali non sappiamo sempre cosa stia accadendo, ma sappiamo perfettamente che qualcosa ci sta inquietando. A volte la letteratura comincia proprio in quello spazio.
“La strada di fango giallo” di Can Xue, traduzione di Maria Rita Masci, Utopia Editore
Al margine di una grande città esiste una strada di fango giallo costellata di case in rovina. Un tempo la zona sembra avere conosciuto un certo benessere, ma ora tutto porta i segni dell’abbandono. Dal cielo cade cenere nera, gli animali impazziscono, gli abitanti dormono continuamente e al risveglio raccontano sogni minuziosi. Poi compare Wang Ziguang, entità della quale non è nemmeno possibile stabilire con sicurezza la natura: forse una persona, forse un fuoco fatuo. La sua presenza sembra restituire energia al luogo, mentre intorno continua a crescere la sensazione che qualcosa di irreparabile stia per accadere.
“La strada di fango giallo” possiede una premessa capace di condensare molti dei temi più riconoscibili di Can Xue. La degradazione fisica dell’ambiente non rimane sfondo: entra direttamente nella percezione dei personaggi. Al sorgere del sole tutto marcisce, insetti e ombre misteriose perseguitano gli abitanti, i sogni vengono interrogati come possibili premonizioni. La comunità vive in una condizione di attesa, come se la catastrofe fosse già presente prima ancora di manifestarsi completamente.
A rendere ancora più inquietante questa atmosfera arriva la notizia che gli abitanti saranno presto trasferiti altrove. I funzionari rimangono elusivi, gli slogan politici si ripetono e le conversazioni sembrano incapaci di produrre un autentico scambio. È uno degli aspetti più interessanti del romanzo: il linguaggio esiste ovunque, ma non garantisce comunicazione. Le persone parlano, le autorità producono formule, gli abitanti raccontano i propri sogni, eppure il significato continua a sfuggire. La parola può riempire lo spazio senza riuscire a creare comprensione.
La strada diventa così una comunità bloccata tra un passato perduto e un futuro incerto. Le case in rovina ricordano che qualcosa è già finito; la prospettiva del trasferimento annuncia che persino ciò che rimane potrebbe presto scomparire. In mezzo c’è un presente quasi immobile, abitato da persone che dormono, aspettano e cercano segnali. Il sogno diventa paradossalmente uno dei pochi luoghi nei quali sembra ancora possibile cercare un orientamento.
Sarebbe però limitante trasformare il romanzo in una semplice allegoria politica nella quale ogni immagine corrisponde a un preciso elemento storico. La narrativa di Can Xue è più instabile. Il senso di oppressione sociale convive con paure individuali, trasformazioni naturali, ossessioni e presenze difficili da classificare. Proprio questa sovrapposizione impedisce alla storia di chiudersi dentro un’unica interpretazione.
Wang Ziguang incarna perfettamente questa ambiguità. Se non sappiamo esattamente che cosa sia, possiamo però osservare ciò che la sua comparsa provoca. La comunità reagisce, si agita, cerca significati. In un luogo dominato dall’inerzia, l’entità introduce movimento, ma nemmeno questo movimento garantisce salvezza. Ogni possibilità rimane sospesa.
“La strada di fango giallo” è forse il libro della selezione che rende più evidente la dimensione collettiva dell’incubo di Can Xue. Non siamo soltanto dentro la mente di un individuo: è un’intera comunità a vivere come se il confine tra realtà e sogno fosse stato cancellato. E proprio per questo la strada diventa qualcosa di più di un luogo fantastico. È l’immagine di una società che percepisce l’arrivo di un cambiamento senza riuscire a comprenderlo, governata dalla paura di perdere persino quel poco che ancora possiede.
Perché leggere Can Xue oggi
Can Xue non offre al lettore un universo da decifrare una volta per tutte. Le sue città sommerse dal fumo, i corpi che cambiano forma, le conversazioni prive di comunicazione e i sogni che penetrano nella vita quotidiana funzionano perché continuano a opporre resistenza alla spiegazione.
Dietro quelle immagini, tuttavia, affiorano questioni estremamente concrete: l’incomunicabilità, la famiglia, il potere, la paura del cambiamento, l’identità, la memoria e la difficoltà di distinguere ciò che ci accade da ciò che la nostra mente costruisce per riuscire a sopportarlo.
È anche per questo che l’eventualità del Nobel costituisce un ottimo punto di partenza giornalistico, ma non dovrebbe diventare l’unica ragione per scoprirla. “Dialoghi in cielo” può essere il primo passo per incontrare la Can Xue dei racconti; “La strada di fango giallo” permette di entrare nella sua dimensione sociale e collettiva; “La vecchia nuvola fluttuante” porta l’inquietudine dentro le relazioni; “La città del fumo” mostra quanto lontano possa spingersi il suo immaginario. Quattro libri diversi che sembrano però appartenere allo stesso sogno: quello di una scrittrice che non utilizza l’assurdo per allontanarsi dalla realtà, ma per mostrarci quanto la realtà stessa possa essere misteriosa.

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