“Brillare” di Silvia Dai Pra’- si può davvero andare via dal luogo in cui siamo diventati ciò che siamo? Con intervista all’autrice

In Brillare, Bianca ha trascorso buona parte della propria vita cercando di allontanarsi da Greto, il piccolo paese delle Alpi Apuane nel quale è cresciuta, eppure basta la scomparsa del padre perché quella distanza costruita negli anni si riveli improvvisamente fragile. Deve tornare, occuparsi della sorella Viola e fare nuovamente i conti con una famiglia…

“Brillare” di Silvia Dai Pra’- si può davvero andare via dal luogo in cui siamo diventati ciò che siamo? Con intervista all'autrice

In Brillare, Bianca ha trascorso buona parte della propria vita cercando di allontanarsi da Greto, il piccolo paese delle Alpi Apuane nel quale è cresciuta, eppure basta la scomparsa del padre perché quella distanza costruita negli anni si riveli improvvisamente fragile. Deve tornare, occuparsi della sorella Viola e fare nuovamente i conti con una famiglia dalla quale credeva di essersi sottratta.

È da questo ritorno che prende forma Brillare, il romanzo di Silvia Dai Pra’ pubblicato da Mondadori, una storia familiare che utilizza la provincia, la montagna e le ferite lasciate dalla storia per interrogarsi su qualcosa di molto contemporaneo: quanto delle nostre scelte appartiene realmente a noi e quanto, invece, continua a essere determinato dalle persone e dai luoghi dai quali proveniamo?

Brillare di Silvia Dai Pra’, Mondadori

Greto è un paese immaginario incastonato nelle Alpi Apuane, ma Silvia Dai Pra’ lo costruisce attraverso elementi che appartengono profondamente alla storia e al paesaggio di quel territorio. Ci sono le cave di marmo e le questioni ambientali che le accompagnano, le case abbandonate, i negozi chiusi, un bar frequentato soprattutto da pensionati, ex operai ed ex cavatori.

Sui muri sopravvive persino la scritta “Viva il compagno Stalin”, traccia di una cultura politica che appartiene a un’altra Italia e che convive con la memoria della Resistenza e della violenza nazifascista. Nel passato del paese c’è infatti anche una strage avvenuta nell’agosto del 1944, nella quale furono uccise 77 persone.

Greto non funziona quindi soltanto come ambientazione. Il paese possiede una memoria propria e sembra vivere continuamente nella tensione tra ciò che è stato e ciò che potrebbe diventare.

Il suo progressivo svuotamento diventa allora qualcosa di più della crisi demografica di un piccolo centro italiano: racconta cosa accade quando un luogo continua a esistere fisicamente mentre il mondo che gli aveva dato significato lentamente scompare.

Bianca e il desiderio di diventare qualcun altro

Bianca ha provato a risolvere il problema nel modo apparentemente più semplice: andando via.

Si è trasferita a Firenze, ha costruito un percorso accademico e una relazione, cercando una vita che sembrasse incompatibile con quella di Greto. Alla soglia dei trent’anni, però, la scomparsa improvvisa del padre Argo la costringe a interrompere i suoi progetti e a tornare dalla sorella Viola, che dopo la morte della madre vive praticamente segregata in casa.

Argo è stato un padre egocentrico, irascibile, capace di condizionare l’intera famiglia attraverso i propri umori. Dopo una violenta discussione con le figlie esce di casa e non torna più. Non si sa dove sia andato né cosa gli sia accaduto.

La sua assenza finisce però per essere quasi più ingombrante della sua presenza.

Bianca aveva organizzato la propria vita anche in opposizione al padre e, tornando a Greto, scopre quanto sia difficile separare ciò che desideriamo da ciò contro cui abbiamo imparato a definirci.

È qui che Brillare pone una delle sue domande più interessanti: possiamo considerarci liberi da qualcuno semplicemente perché non è più presente?

Le figlie ereditano anche ciò che i genitori non hanno realizzato

Il rapporto con Argo è soltanto una parte dell’eredità familiare di Bianca. Dall’altra parte c’è una madre molto amata che, tuttavia, ha rinunciato alla propria realizzazione.

Bianca si trova quindi stretta fra due modelli diversi ma ugualmente pesanti: un padre che ha occupato troppo spazio e una madre che sembra averne occupato troppo poco.

La sua ossessione per la carriera, l’università, Firenze e la necessità di costruirsi altrove assumono così un significato diverso. Realizzarsi non significa soltanto ottenere ciò che desidera, ma dimostrare di poter vivere una vita differente da quella dei propri genitori.

Eppure il romanzo arriva progressivamente a mettere in discussione proprio il significato della parola “realizzazione”.

Se Bianca scegliesse di restare a Greto avrebbe fallito? E se continuasse una carriera costruita anche per dimostrare di essere riuscita a scappare, quella sarebbe davvero una scelta libera?

Sono domande che appartengono a Bianca, ma riguardano una generazione intera alla quale è stato insegnato a pensare la vita adulta come una progressione lineare: partire, studiare, costruire una carriera, avere una relazione, avanzare. Tornare indietro rischia allora di sembrare una sconfitta, anche quando potrebbe essere una scelta.

Restare o partire: quando nessuna delle due cose è una soluzione

Silvia Dai Pra’ evita di trasformare la provincia nel luogo da cui necessariamente fuggire oppure, all’opposto, in un paradiso perduto da riscoprire.

Lo dimostra Orlando. Anche lui è partito e ha provato a costruirsi una vita altrove, diventando avvocato a Milano, prima di rendersi conto che quella vita lo rendeva infelice e scegliere di tornare.

Bianca e Orlando hanno quindi compiuto lo stesso viaggio in direzioni opposte. Lei teme che Greto possa inghiottire ciò che è riuscita a costruire; lui ha scoperto che andarsene non era sufficiente a renderlo felice.

Nel loro incontro emerge una possibilità diversa: forse il problema non consiste nello stabilire se sia meglio restare oppure partire, ma capire perché stiamo facendo l’una o l’altra cosa.

Anche il rapporto di Bianca con Viola e con gli amici della sorella, trentenni che continuano a vivere quasi come adolescenti, contribuisce a complicare ulteriormente il quadro. Nessun personaggio sembra possedere una formula corretta per diventare adulto.

La provincia italiana tra memoria e presente

Accanto alla storia familiare, Brillare costruisce infatti un ritratto della provincia che tiene insieme questioni molto diverse: lo spopolamento, il lavoro, la montagna, le cave di marmo, il rapporto con l’ambiente, la memoria della Resistenza e le trasformazioni politiche e sociali del territorio.

Il passato non viene separato dal presente. Le generazioni cambiano, ma continuano ad abitare gli stessi spazi e a confrontarsi con ciò che chi è venuto prima ha lasciato loro.

In questo senso anche Greto appartiene alla famiglia di Bianca. Come Argo e come sua madre, consegna alla protagonista un’eredità che non ha scelto e con la quale deve decidere cosa fare.

Si può rifiutarla, trasformarla, partire. Ma ignorarla è molto più difficile.

Leggere Brillare

La forza del romanzo sta nella capacità di far convivere il conflitto familiare con quello generazionale e territoriale senza ridurre uno all’altro. La scomparsa di Argo mette in moto la storia, ma ciò che interessa davvero è quello che accade a chi rimane.

Bianca pensava di conoscere la direzione della propria vita perché sapeva perfettamente da cosa voleva allontanarsi. Tornare significa invece affrontare una domanda più complessa: che cosa desidererebbe se non dovesse più dimostrare di essere diversa dalla propria famiglia?

Forse crescere significa anche questo. Comprendere che possiamo lasciare un luogo senza liberarci necessariamente di ciò che ci ha dato e, allo stesso tempo, possiamo tornarci senza diventare nuovamente le persone che eravamo quando siamo partiti.

È nello spazio tra queste due possibilità che Brillare trova il suo centro, trasformando Greto e la storia di Bianca in una riflessione su quanto sia difficile distinguere la vita che abbiamo scelto da quella che abbiamo costruito per sottrarci alla vita degli altri.

Intervista a Silvia Dai Pra’

1.
Greto è molto più di un’ambientazione: sembra diventare un personaggio del romanzo. Quando ha capito che questo luogo avrebbe avuto un ruolo così centrale nella storia?

Nel corso della stesura dei romanzi capita spesso che qualcosa – personaggi, luoghi, trame che in teoria avrebbero dovuto restare secondarie – si prenda più spazio del dovuto, cresca fino a reclamare una propria centralità. E così è stato per Greto. In origine doveva essere solo “un paesino”, un piccolo borgo come ce ne sono tanti, un po’ come poteva essere la cittadina di provincia ***** in I giudizi sospesi, ma poi, per la sua collocazione geografica, Greto ha cominciato a ispessirsi con tutta la storia, contemporanea e passata, delle Apuane: le stragi nazifasciste, la classe operaia nel Novecento, le cave di marmo.

2.
Il paese porta ancora i segni della Resistenza, della violenza nazifascista e di una forte identità politica. Quanto era importante raccontare il modo in cui la memoria collettiva continua a influenzare il presente?

Citando Martin Pollack, Greto è un “paesaggiocontaminato”, un luogo in cui la storia ha riversato una tale ferocia da segnarlo per sempre: e un trauma di questa portata non se ne va con chi lo subisce, viene consegnato ai figli, si snoda lungo le generazioni. Il trauma, ma anche l’oltraggio: non dimentichiamoci che i superstiti delle stragi nazifasciste hanno visto alcune delle loro storie chiuse e dimenticate nell’ “armadio della vergogna” o hanno saputo di diversi gerarchi fuggiti, lasciati liberi di farsi una vita in Argentina. In Brillare c’è questa nonna, unica sopravvissuta della sua famiglia alla strage di San Felice, che a un certo punto della sua vita, già anziana, comincia a dare di matto: e uno dei motivi con cui i paesani cercano di spiegarsi le sue stranezze è che abbia visto in tv – e questo è accaduto realmente – Walter Reder, l’SS che tante ferite ha lasciato in Italia, liberato e accolto all’aeroporto dal Ministro della Difesa dell’Austria, come se fosse un eroe che torna in patria.

3.
Bianca lascia Greto per costruirsi una vita altrove, ma è costretta a tornare. Le interessava raccontare quel sentimento ambiguo che molti provano verso il luogo da cui sono partiti, divisi tra il desiderio di andarsene e quello di non recidere mai del tutto le proprie radici?

Uno degli autori con cui Bianca intesse una sorta di dialogo è Cesare Pavese, un duello più che un dialogo, forse, visto che lei arriva a contestare la celebre frase di La luna e i falò, “Un paese vuol dire non essere soli, sostenendo che, uno che scrive una cosa così, non poteva che suicidarsi a quarant’anni. (In realtà anche la posizione di Pavese verso i “paesi suoi” era parecchio ambivalente, io personalmente ho sempre amato la conclusione della poesia Fumatori di carta: “almeno potercene andare / far la libera fame,rispondere no / a una vita che adopera amore e pietà / la famiglia, il pezzetto di terra, a legarci le mani”).

A Greto Bianca si sente costantemente svalutata, sminuita, ma soprattutto ha la netta percezione che il paese non le perdoni la sua fuga, il suo rifiuto di prendersi cura del padre e della sorella – solo che, anche quando si allontana, anche quando crede di avere trovato un luogo a lei congeniale, la solitudine la rincorre.

4.
Nel romanzo la famiglia appare come un luogo di affetto, ma anche di controllo, senso di colpa e responsabilità. Quanto è stato importante esplorare queste contraddizioni?

Probabilmente il compito stesso della letteratura sta qui, nell’esplorare le ambiguità, le zone d’ombra, la letteratura dice una cosa ma, al contempo, dice anche il suo contrario. E cosa c’è di più denso di ambivalenzedella famiglia? Probabilmente uno dei punti di maggiore attrattiva del romanzo familiare sta qui, nel fatto che tutti hanno o hanno avuto una famiglia e quindi tutti conoscono, anche quelli che magari razionalmente non lo ammetterebbero mai, quanto, tra le mura domestiche, l’amore si mescoli al senso di colpa, quanto l’educazione rischi di trasformarsi nell’imposizione di un destino, quanto sia difficile ritagliarsi uno spazio che sia fatto di libertà.

5.
Argo è un padre capace di condizionare profondamente la vita delle figlie anche attraverso la sua assenza. Come ha costruito un personaggio tanto ingombrante senza trasformarlo in una figura puramente negativa?

Argo è un padre della generazione nata negli anni Cinquanta, quindi un uomo cresciuto con un modello di maschilità profondamente diverso da quello che abbiamo oggi, è uno ama tirar fuori il vecchio detto “le donne non si toccano neanche con un fiore” per vantarsi di non essere mai stato fisicamente violento, ma che, al contempo, ha costretto la sua famiglia a ruotare attorno ai suoi malumori, le sue crisi d’ira, le sue sceneggiate. Lui ama realmente la moglie e le figlie, ma non capisce che l’amore senza cura dell’altro sono solo parole. E le figlie di un padre così, come non possono non esserne condizionate, anche nella sua assenza? 

6.
Accanto alla durezza della storia emergono personaggi che scelgono di restare, come Orlando. Crede che oggi il ritorno ai piccoli paesi possa rappresentare una possibilità reale oppure è soprattutto una ricerca di appartenenza?

Mentre scrivevo Brillare mi sono spesso trovata a riflettere sulla composizione geografica che sta assumendo l’Italia, un paese la cui popolazione ormai si accalca nelle grandi città, accendendo mutui trentennali e indebitandosi a vita pur di comprare un appartamentino in periferia, mentre aree sempre più vaste del paese rimangono abbandonate. Quante case restano vuote e lentamente vanno in rovina, mentre, nelle borgate, qualche palazzinaro abbatte l’ennesima area verde per costruire l’ennesimo quartiere residenziale? In questo, il ritorno al paese di Orlando è soprattutto la ricerca di uno stile di vita più sostenibile, il tentativo di sottrarsi a esistenze che paiono mosse soltanto dall’ambizione e dalla brama di denaro – un denaro che poi, visto il costo della vita nelle metropoli, permette giusto la sopravvivenza.

7.
Il titolo Brillare sembra entrare in contrasto con un luogo segnato dall’abbandono e dal declino. Che significato assume questo verbo all’interno del romanzo?

In realtà anche ciò che è abbandonato brilla, e Greto è un continuo alternarsi di luci e ombre: la brillantezza del marmo e l’oscurità della devastazione prodotta dalle cave, la conca in perenne mezz’ombra in cui si trova il paese e lo scintillio del panorama marino che si apre dopo qualche curva, la ferita lasciata dalla strage nazifascista e il sol dell’avvenire comunista da cui per cinquant’anni il paese si è aspettato una redenzione. E poi c’è Bianca, che all’inizio è convinta che si possa brillare solo in città, solo dedicando tutta se stessa al coronamento delle proprie ambizioni: ma poi, a Greto, a contatto con persone che hanno fatto scelte diverse, comincia a chiedersi se la sua posizione sia davvero l’unica percorribile.

8.
Nel libro convivono il dramma familiare, il mistero della scomparsa di Argo e un forte affresco sociale. Come ha lavorato per mantenere in equilibrio questi diversi registri narrativi?

A tenere insieme i diversi generi è la voce di Bianca, il suo sguardo che fa da filtro a tutta la narrazione, spostandosi continuamente tra un tono drammatico a uno ironico, a tratti anche corrosivo. E’ lei il collante di tutto, quel suo modo di guardare alla realtà sempre disincantato, un po’ spietato: molto probabilmente, in un romanzo scritto in terza persona, il paese di Greto, i suoi abitanti, la stessa famiglia di Bianca, sarebbero sembrati radicalmente diversi.

9.
Molti lettori potrebbero riconoscere nelle dinamiche di Greto situazioni comuni a tanti borghi italiani. Quanto c’è di osservazione della realtà e quanto invece di invenzione letteraria nella costruzione del paese?

Come ho detto prima, Greto in origine voleva essere un “paese qualsiasi”, ma poi, visto il luogo in cui l’ho immaginato, il carattere, la storia e il presente delle Apuane lo hanno avvolto rendendolo un paese con un suo carattere ben specifico e pensabile solo in un contesto particolare. Per crearlo, ovviamente, ho mescolato una serie di borghi che conosco all’invenzione letteraria – ad esempio, tutta la questione dei nomi adespoti ha radici nella stessa storia della mia famiglia: Argante era il nome del padre della mia bisnonna, un uomo nato nella seconda metà dell’Ottocento, i cui genitori, cavatori analfabeti, gli avevano affidato il nome del più temibile moro della Gerusalemme liberata.

10.
Al termine della lettura resta l’impressione che il romanzo parli soprattutto della possibilità di scegliere chi diventare, nonostante il peso del passato. È questa la riflessione che spera accompagni maggiormente i lettori una volta chiuso il libro?

Io spero che, una volta chiuso il libro, la lettrice o il lettore si portino dietro delle domande che la lettura è stata capace di stimolare senza però suggerire la risposta. Ad esempio, io, dalla scrittura di Brillare, mi sono portata dietro la domanda: è possibile vivere senza credere in niente? Che esistenza è quella in cui ci sono solo i fari del capitalismo a fare luce? In questo, la risposta non ce l’ho nemmeno io: tra l’altro, per citare le soluzioni che alcuni dei personaggi trovano nel romanzo, non sono il tipo di persona che si ritira a vivere tra le montagne, si butta nella new age, nella religione o continua a parlare di comunismo. In generale, fatico sempre molto a trovare le risposte ai miei dubbi e alle mie incertezze, e forse è per questo che scrivo romanzi.