“Alamo”, il grande romanzo storico che smonta il mito americano per raccontare gli uomini sui due lati della battaglia

Nel Texas del 1836, mentre l’esercito messicano di Santa Anna avanza verso Alamo, le vite del naturalista Edmund McGowan, della locandiera Mary Mott e di suo figlio Terrell vengono travolte dalla guerra. Stephen Harrigan trasforma uno degli episodi fondativi dell’immaginario americano in un’epopea corale raccontata anche dal punto di vista messicano, restituendo alla leggenda la…

“Alamo”, il grande romanzo storico che smonta il mito americano per raccontare gli uomini sui due lati della battaglia

Alamo parla dell’assedio del 1836 ed è entrato nell’immaginario statunitense come racconto di eroismo, sacrificio e resistenza, alimentato nel tempo anche dal cinema e dalla cultura popolare. Stephen Harrigan decide invece di tornare proprio nel luogo in cui storia e leggenda si sono sovrapposte, facendo qualcosa di più interessante che celebrare nuovamente un mito nazionale: restituisce persone, contraddizioni e punti di vista a un episodio che la memoria collettiva ha spesso trasformato in un simbolo. Pubblicato originariamente negli Stati Uniti come The Gates of the Alamo, il romanzo è un bestseller del New York Times e ha ricevuto, tra gli altri riconoscimenti, il TCU Texas Book Award e lo Spur Award. 

Per i lettori italiani c’è poi un’altra ragione per cui questa pubblicazione è particolarmente interessante. Alamo, tradotto da Nicola Manuppelli, è arrivato nelle librerie il 22 settembre 2026 ed è il primo titolo della rinata casa editrice Del Maino e della sua collana Bigfoot. L’edizione italiana conta 868 pagine e porta finalmente da noi un romanzo che negli Stati Uniti è ormai considerato un importante esempio della narrativa storica sul Texas. Non si tratta dunque soltanto dell’arrivo di un libro rimasto a lungo inedito in Italia: Alamo inaugura anche un nuovo progetto editoriale che sceglie di presentarsi ai lettori attraverso un’opera monumentale, lontana dalla logica del titolo destinato a consumarsi rapidamente.

“Alamo” di Stephen Harrigan, Del Maino

Siamo nel 1836 e il Texas è ancora una provincia del Messico, attraversata da una rivolta destinata a modificarne la storia. Le truppe guidate dal generale Antonio López de Santa Anna marciano verso la missione fortificata di Alamo, a San Antonio de Béxar, mentre uomini che diventeranno figure leggendarie, James Bowie, David Crockett e William Barret Travis, si preparano allo scontro. Harrigan conosce perfettamente il peso di questi nomi nella memoria americana, ma sceglie di non costruire il romanzo esclusivamente intorno a loro.

Al centro mette soprattutto tre personaggi di finzione: Edmund McGowan, naturalista orgoglioso e talentuoso; Mary Mott, vedova e proprietaria di una locanda; e Terrell, suo figlio sedicenne, che una prima e sconvolgente esperienza amorosa conduce verso la guerra. Sono loro a permetterci di entrare nella Storia non dalla porta dei monumenti, ma attraverso l’esperienza di chi vi viene trascinato. La stessa presentazione americana del romanzo sottolinea come personaggi immaginari e figure storiche convivano nella narrazione e come la battaglia venga osservata sia dal fronte messicano sia da quello dei difensori. 

È un dettaglio fondamentale, perché Alamo occupa un posto particolare nella costruzione dell’identità texana e statunitense. Proprio quando un evento viene trasformato in mito, infatti, alcuni elementi acquistano dimensioni enormi mentre altri scompaiono. Il romanzo storico può compiere il percorso inverso: non distruggere necessariamente il mito, ma riaprire ciò che il mito aveva semplificato.

Harrigan ricostruisce così un mondo nel quale messicani e texani non sono semplicemente due masse contrapposte destinate a incarnare il bene e il male. La guerra entra nelle esistenze individuali, attraversa relazioni, paure, aspirazioni e appartenenze e costringe persone diverse a prendere posizione dentro una realtà che nessuno di loro può controllare completamente.

Raccontare Alamo significa raccontare come nasce un mito

Il 6 marzo 1836, dopo tredici giorni d’assedio, le forze messicane conquistarono Alamo e uccisero quasi tutti i difensori. Ma la sconfitta militare assunse successivamente un significato molto più grande dell’episodio stesso: Alamo divenne uno dei simboli della rivoluzione texana e la sua memoria contribuì alla costruzione di una vera mitologia nazionale.

È precisamente questo scarto tra ciò che accade e ciò che le generazioni successive decidono di ricordare a rendere il soggetto così fertile per la narrativa. Harrigan non racconta soltanto una battaglia: racconta il momento nel quale uomini reali cominciano a trasformarsi nelle figure che verranno ricordate dalla storia.

Per questo l’immagine dell’“Iliade del Texas”, utilizzata per descrivere il romanzo nel materiale che accompagna l’edizione italiana, è particolarmente efficace. Come nelle grandi epopee, sappiamo già che cosa accadrà; la suspense non dipende quindi soltanto dall’esito dello scontro.

Ciò che conta è osservare le persone avvicinarsi progressivamente a un evento che il lettore conosce già come leggenda, mentre per loro è ancora soltanto presente, paura e incertezza. L’epica viene riportata alla sua dimensione umana: dietro i nomi che finiranno sui monumenti esistono corpi, desideri e decisioni.

La scelta più importante: guardare anche dall’altra parte del muro

C’è però un elemento che rende Alamo particolarmente interessante oggi: Harrigan non costruisce la propria epopea esclusivamente dalla prospettiva dei texani. Il romanzo guarda l’assedio anche attraverso l’esercito messicano. Non è una scelta secondaria, perché significa intervenire direttamente sul modo in cui un evento fondativo viene narrato.

La descrizione dell’edizione americana evidenzia esplicitamente questa doppia prospettiva, mentre la lunga fortuna critica del libro ha insistito sulla capacità di Harrigan di riportare in vita un mondo ottocentesco senza ridurlo a una semplice avventura western. 

Questo non significa cancellare le differenze tra le parti o pretendere che ogni responsabilità storica sia identica. Significa piuttosto sottrarre il romanzo alla struttura elementare degli eroi contro i nemici. Dall’altra parte del muro esistono uomini che hanno marciato, sofferto, avuto paura e combattuto, proprio come all’interno della fortificazione.

È una distinzione importante soprattutto quando si raccontano guerre trasformate successivamente in miti nazionali: la memoria tende a distribuire ruoli definitivi, mentre la letteratura può restituire individui là dove la narrazione collettiva aveva conservato soltanto categorie.

Un western che mette in discussione l’idea stessa di frontiera

Alamo appartiene alla grande tradizione narrativa del West, ma la frontiera che racconta è molto meno semplice di quella consegnata da decenni di cinema. Il Texas non appare come uno spazio vuoto nel quale qualcuno arriva per costruire un nuovo mondo: è un territorio già abitato, attraversato da appartenenze diverse e inserito in una precisa realtà politica. È proprio questa consapevolezza a rendere più interessante il conflitto raccontato da Harrigan. Il confine non è una linea astratta sulla carta, ma il luogo nel quale differenti idee di terra, sovranità e identità entrano violentemente in collisione.

Per il lettore italiano questo aspetto può rendere Alamo sorprendente anche se conosce poco la storia texana. Non è necessario arrivare al romanzo sapendo già chi fossero Bowie o Travis. Anzi, la distanza culturale può permettere di osservare con maggiore chiarezza il meccanismo attraverso cui una nazione costruisce i propri racconti fondativi. Harrigan utilizza l’avventura, la guerra e il grande affresco storico, ma sotto di essi pone una questione universale: che cosa succede alla verità di un evento quando una comunità ha bisogno di trasformarlo nella storia che racconta su se stessa?

Stephen Harrigan, uno scrittore texano finalmente da riscoprire in Italia

Nato in Oklahoma nel 1948 ma cresciuto in Texas dall’infanzia, Harrigan ha dedicato una parte importante della propria carriera alla storia e all’immaginario texano. È romanziere, saggista e sceneggiatore, oltre a essere stato a lungo legato a Texas Monthly.

Tra i suoi libri figurano Remember Ben Clayton, vincitore del James Fenimore Cooper Prize, A Friend of Mr. Lincoln, The Leopard Is Loose e la monumentale storia del Texas Big Wonderful Thing.  Questa bibliografia aiuta a comprendere perché Alamo non sia semplicemente il tentativo occasionale di uno scrittore di cimentarsi con un grande evento storico: Harrigan lavora da decenni sul rapporto tra individui, territorio, memoria e storia americana.

La sua operazione appare ancora più significativa considerando la fortuna che The Gates of the Alamo ha avuto negli Stati Uniti. L’edizione originale viene presentata tuttora come un classico moderno della narrativa storica e come uno dei romanzi più importanti dedicati alla battaglia. 

La pubblicazione italiana permette quindi di recuperare un autore che da noi è molto meno conosciuto rispetto a nomi immediatamente associati alla letteratura del West e della frontiera, come Cormac McCarthy o Larry McMurtry, ma che appartiene pienamente a quella grande tradizione narrativa capace di usare la storia americana per interrogare identità, violenza e memoria.

“Alamo” inaugura anche il ritorno di Del Maino

La storia editoriale dell’edizione italiana merita uno spazio particolare. Del Maino è un marchio che affonda le proprie radici tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, quando Mauro e Gaetano Del Maino stampavano a Piacenza testi legati anche alla circolazione delle idee della Rivoluzione francese e dei giacobini, attirando l’attenzione delle autorità.

Nel settembre 2026 il nome è tornato in libreria per iniziativa di Kréati, con la direzione editoriale dello scrittore e traduttore Nicola Manuppelli. Il progetto dichiara di voler recuperare non tanto il mondo dell’antico marchio quanto il suo principio: considerare il libro come strumento attraverso cui le idee possono circolare e modificare lo sguardo.

Il catalogo è organizzato in quattro collane: Bigfoot per la narrativa, One Day per romanzi e storie legati al presente, Kraken destinata ai lettori più giovani e Pamphlet per testi difficili da ricondurre alle categorie editoriali tradizionali.

Alamo inaugura Bigfoot e rappresenta quindi una dichiarazione d’intenti piuttosto evidente: partire da un libro imponente, 868 pagine, rimasto finora inedito in Italia e già riconosciuto negli Stati Uniti, invece che da un titolo costruito esclusivamente attorno alla novità del momento. La casa editrice dichiara infatti una convinzione semplice ma sempre meno scontata: i buoni libri non hanno una data di scadenza. E la scelta di recuperare, a oltre venticinque anni dalla sua prima pubblicazione americana, il romanzo di Harrigan sembra incarnare perfettamente questa filosofia.

Perché leggere “Alamo”

Le sue 868 pagine potrebbero far pensare a un romanzo destinato soprattutto agli appassionati di storia americana o di western. In realtà il motivo più interessante per leggere Alamo sembra essere un altro: Harrigan prende una storia che milioni di persone credono già di conoscere e prova a restituirle tutto ciò che il mito ha progressivamente eliminato.

Non cancella l’epica, ma la complica; non toglie forza alla battaglia, ma sposta l’attenzione dai simboli agli esseri umani; soprattutto, non lascia che il muro di Alamo diventi anche il muro della narrazione, perché guarda ciò che accade da entrambi i suoi lati.

È questo che può trasformare un enorme romanzo ambientato nel Texas del 1836 in una lettura molto più contemporanea di quanto sembri. Ogni società costruisce la propria identità attraverso le storie che decide di tramandare, ma la letteratura possiede il privilegio di poter tornare dentro quelle storie e chiedere chi sia rimasto fuori dall’inquadratura.

Alamo racconta una battaglia, una rivoluzione e la nascita di un mito americano; al tempo stesso racconta qualcosa di più universale: la distanza che può esistere tra la Storia e il modo in cui scegliamo di ricordarla. Ed è forse proprio per questo che un romanzo pubblicato negli Stati Uniti più di venticinque anni fa aveva ancora bisogno di arrivare nelle librerie italiane.