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Al Salone di Torino, il dibattito cartaceo-digitale e gli effetti sulle capacità cognitive dei ragazzi

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE A TORINO - ''Se vogliamo fare un uso creativo delle tecnologie non dobbiamo subirle''. È l'avvertimento di Roberto Casati, direttore di ricerca del CNRS all’Institut Nicod a Parigi, intervenuto al Salone del Libro per presentare il suo ''Contro il colonialismo digitale'' (Laterza), che si sofferma sui vantaggi del libro di carta rispetto al tablet per lo sviluppo delle capacità cognitive...
In occasione della presentazione del suo “Contro il colonialismo digitale”, Roberto Casati ha ragionato insieme a Maurizio Ferraris e Gino Roncaglia sui rischi connessi all’uso dei tablet, che favoriscono la deconcentrazione, e alla migrazione della scuola verso il digitale
 
TORINO – “Se vogliamo fare un uso creativo delle tecnologie non dobbiamo subirle”. È l’avvertimento di Roberto Casati, direttore di ricerca del CNRS all’Institut Nicod a Parigi, intervenuto al Salone del Libro per presentare il suo “Contro il colonialismo digitale” (Laterza), che si sofferma sui vantaggi del libro di carta rispetto al tablet per lo sviluppo delle capacità cognitive, soprattutto nei ragazzi. Insieme a lui hanno discusso, con la mediazione di Alessandro Laterza, Maurizio Ferraris, professore di Filosofia Teoretica all’Università di Torino, e Gino Roncaglia, dottore di ricerca in Filosofia, collaboratore di Rai Educational e direttore scientifico del corso on line “Il futuro del libro: dai testi in rete agli e-book”, promosso dall’Università della Tuscia.
 
I TABLET, STRUMENTI DISTRATTIVI – La tesi fondamentale di Casati è che i tablet non favoriscano lo sviluppo della capacità di concentrazione, essendo al contrario altamente distrattivi. “I tablet”, riassume Roncaglia, “hanno possibilità d’uso diverse, che non hanno tutte lo stesso richiamo, la stessa attrattiva sull’utente, soprattutto sull’utente giovane. Possiamo fare un paragone con i cibi: se entriamo in una pasticceria e tra tutte le torte meravigliose esposte troviamo un piatto molto salutare, un’insalata, la nostra attenzione, e soprattutto quella di un bambino, non verrebbe mai attirata da quest’ultimo ma si rivolgerebbe senz’altro ai dolci. Il tablet, secondo Casati, funziona così: offre tutta una serie di applicazioni che distraggono e attirano di più del libro. Se il bambino può scegliere tra un videogioco e un libro, sceglie il videogioco”. Per Roncaglia però tutto questo non è necessariamente vero. “L’attenzione alla necessità di un ambiente protetto e non distrattivo per la lettura potrebbe entrare in gioco nella progettazione dell’interfaccia di un tablet, per esempio il programma per la lettura di libri elettronici dovrebbe disattivare in automatico una serie di altre funzionalità. Io credo che sia importante, per le generazioni native digitali, trovare anche la forma libro nell’ambiente digitale. Se si tengono le due stanze troppo separata, quella ‘dei dolci’ e quella ‘dell’insalata’, c’è il rischio infatti che i ragazzi non entrino mai nella seconda.”
 
I RISCHI DI UNA TRASFORMAZIONE DIGITALE DELLA SCUOLA – Ferraris esordisce sottolineando diversi lati positivi del digitale. “Un tempo chi non disponeva di una biblioteca in casa non poteva accedere ai testi e alla conoscenza, oggi grazie al digitale l’accesso fisico al sapere è reso più semplice. E non si tratta solo di una conoscenza cumulativa, la rete è anche uno spazio di opinioni, in cui si esercitano le proprie capacità critiche. In un certo senso è una manifestazione di illuminismo, perché non solo dà la possibilità di accostarsi al sapere ma impone anche un uso critico, impone di ragionare con la propria testa. È vero però”, ammette il professore, “ che nell’ambiente digitale viene meno la concentrazione. E non sto pensando solo ai nativi digitali, è una cosa che noto anche in me. Casati invita chi pensa che la trasformazione della scuola debba orientarsi tutta verso il digitale a riflettere su questo aspetto. Rischia di venir meno un’attitudine ascetica alla concentrazione che prima era la scuola a insegnare.”
 
I COMPITI DEI LIBRI E DELLA SCUOLA – A questo punto interviene l’autore, precisando in primo luogo di essere un anticolonialista, non un antidigitale. “Il colonialista sostiene che se un contenuto può migrare verso il digitale, allora deve migrare in ambiente digitale”, spiega Casati. “Io dico che questa tesi deve essere aggredita. Pensiamo alla migrazione digitale del voto: è un’idea infattibile oltre che antidemocratica. Verrebbe meno la protezione dell’aspetto di segretezza del voto, che è irrinunciabile. Ci sono cose che possono migrare in ambiente digitale e cose che non devono migrare in ambiente digitale. E tra questi due estremi c’è tutto un territorio di mezzo, cui appartengono i libri e la scuola. Dobbiamo ragionare se in questo campo siamo in grado di fare un uso creativo delle tecnologie. La retorica usata nel promuovere il digitale è sospetta, fa pensare che ci siano degli interessi dietro. Negli anni Settanta abbiamo preso coscienza che se vogliamo vivere in questo mondo, dobbiamo adottare delle modalità di sfruttamento sostenibile delle sue risorse. Oggi dobbiamo fare un ragionamento analogo sulle nostre attività mentali. Abbiamo a disposizione solo un certo numero di anni e un certo numero di ore al giorno da dedicare alla nostra attività mentale. Bisogna razionalizzare le nostre risorse e non farle erodere. La scuola dovrebbe preoccuparsi di creare uno spazio preservato dal colonialismo digitale, per esempio introducendo tra le lezioni un certo numero di ore dedicate alla lettura di libri.”
 
UN USO CORRETTO DEGLI STRUMENTI DIGITALI – Quest’invito alla riflessione viene raccolto da Roncaglia e Ferraris. “È sicuramente necessaria una protezione dal digitale, o meglio, da un certo tipo di contenuti frammentati che il digitale propone”, conclude Roncaglia. “Il nostro problema è salvaguardare i contenuti complessi, che hanno bisogno di essere fruiti in un ambiente protetto, non distrattivo, e la scuola dovrebbe essere la palestra che abitua ad avere a che fare con la complessità. Il libro di testo scolastico è sicuramente una forma di contenuto complesso, ma non l’unica. Tutto dipende dall’uso che si fa di uno strumento, e il digitale, se sfruttato correttamente, può essere un mezzo di supporto utile per il testo: per esempio va benissimo per la visualizzazione dei dati”. “Sono d’accordo anch’io che la colpa di certi effetti negativi del digitale sia di una scarsa riflessione sulla natura e sull’uso del digitale e sui compiti della scuola. Voglio però chiudere con due considerazioni: la tecnica non è un destino e l’ingresso in un ambiente nuovo non deve cancellare il vecchio. I media si possono affiancare”. L’importante, insomma, è essere consapevoli dei rischi delle nuove tecnologie e non affidarsi completamente a queste, ragionando, come invita a fare Casati, sui modi creativi e fruttuosi di utilizzarle, in combinazione con i vecchi e sempre utili strumenti. 
 
18 maggio 2013
 
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