In autunno escono tantissime novità, questo, non significa necessariamente che dobbiamo leggerle tutte, scegliere romanzi lunghissimi o saghe interminabili, ma possiamo scegliere una grande storia!
Gli otto libri che abbiamo scelto percorrono epoche, paesi e generi differenti, ma sono accomunati proprio da questa capacità.
Si passa dall’America ferita dalla Guerra di Secessione alla Parigi occupata della Seconda guerra mondiale, dall’Africa trasformata nel terreno di una caccia feroce a un piccolo paese italiano degli anni Ottanta, fino alle contraddizioni della maternità contemporanea. Ci sono amori che sfidano il proprio tempo, amicizie che diventano impossibili da nominare, famiglie che feriscono e ideologie capaci di deformare la realtà. E c’è anche il piacere, oggi quasi sovversivo, di concedersi una narrazione senza fretta.
8 libri da leggere in autunno per tornare a perdersi davvero nella lettura
“Bestia di mamma” di David Goudreault, tradotto da Sara Giuliani, Marcos y Marcos
Il personaggio al centro di “Bestia di mamma” è arrogante, sessista, razzista, egocentrico, convinto della propria superiorità e apparentemente incapace di provare autentica empatia verso gli altri. Sarebbe facile trasformarlo semplicemente in un mostro. David Goudreault sceglie invece una strada più scomoda: entra nella sua mente e costringe il lettore a seguirlo mentre cerca disperatamente di sopravvivere a un’esistenza cominciata sotto il segno dell’abbandono.
La domanda dalla quale prende forma il romanzo è brutale: come si cresce quando la propria madre tenta ripetutamente di suicidarsi e quando l’infanzia viene consegnata a servizi sociali, famiglie affidatarie e adulti incapaci di offrire una stabilità? La Bestia attraversa questo mondo portandosi dietro una fame affettiva che progressivamente assume forme distruttive. Vuole ritrovare sua madre e sembra disposto a qualsiasi cosa pur di riuscirci. Nel frattempo accumula crimini, debiti, errori e relazioni compromesse, trasformando la ricerca materna in una traiettoria sempre più caotica. La provocazione del libro sta proprio nella distanza tra ciò che il protagonista desidera e il modo in cui tenta di ottenerlo: dietro comportamenti spesso intollerabili continua a esistere il bambino che vuole essere riconosciuto.
“Bestia di mamma” diventa così qualcosa di più interessante di una storia sull’emarginazione. Al centro c’è il rapporto fra responsabilità individuale e ambiente sociale. Un passato traumatico può spiegare la violenza senza assolverla? Quanto delle nostre azioni appartiene davvero soltanto a noi e quanto deriva dalle condizioni nelle quali abbiamo imparato a stare al mondo? Goudreault sembra collocare il lettore esattamente in questo territorio ambiguo, evitando la rassicurante divisione tra vittime innocenti e colpevoli assoluti. La Bestia può essere contemporaneamente prodotto di un sistema fallimentare e responsabile del dolore che provoca.
L’ironia indicata già nella presentazione del romanzo è fondamentale perché impedisce alla vicenda di trasformarsi in un esercizio di pietà. L’eccesso, la voce megalomane del protagonista e la successione quasi assurda delle sue disavventure producono un contrasto continuo con la tragedia che sta alle origini della sua personalità. Ridere diventa allora un’esperienza scomoda: dietro la comicità affiora qualcosa di doloroso e dietro il dolore torna continuamente il grottesco.
È proprio questa ambivalenza a rendere “Bestia di mamma” una lettura interessante per l’autunno. Non promette un personaggio da amare, ma un personaggio con cui fare i conti. E soprattutto ricorda che la letteratura può portarci molto vicino a qualcuno che nella vita reale probabilmente cercheremmo di evitare. Non per trasformarlo in un innocente, ma per osservare la complessa catena di abbandoni, responsabilità, rabbia e bisogno d’amore che può nascondersi dietro una persona apparentemente impossibile da comprendere.
“Il guardiano notturno” di Jayne Anne Phillips, tradotto da Luigi Maria Sponzilli, Mondadori
Nel 1874 la Guerra di Secessione è terminata da quasi dieci anni, ma dire che la guerra sia davvero finita significa guardare soltanto alle date. È proprio da questa distanza tra la Storia ufficiale e le vite di chi continua a subirne le conseguenze che prende forma “Il guardiano notturno”, romanzo con cui Jayne Anne Phillips ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2024. Al centro ci sono ConaLee, appena dodicenne, e sua madre, una donna che ha smesso di parlare. Quando arrivano al Manicomio del Trans-Allegheny, in West Virginia, portano con sé una storia che la fine formale del conflitto non è riuscita a concludere.
Il romanzo guarda infatti alla guerra da una prospettiva particolarmente significativa: quella di chi resta. Mentre eserciti e battaglie occupano la grande narrazione storica, Phillips concentra l’attenzione sui civili, sui reduci, sugli orfani, sugli ex schiavi, sui fuggiaschi e sulle persone che hanno perduto casa, famiglia e perfino una parte della propria identità. Il trauma diventa così un paesaggio collettivo. ConaLee e sua madre hanno trascorso gli anni del conflitto nascoste tra le montagne della Virginia; il padre è partito per la guerra e non è tornato. Sopravvivere, però, non coincide automaticamente con il tornare a vivere.
L’ingresso nel manicomio introduce un secondo elemento importante. Un luogo nato per separare chi viene considerato malato dal resto della società diventa paradossalmente uno spazio nel quale possono ricostruirsi legami. ConaLee finge di essere la cameriera della madre e, mentre quest’ultima lentamente ricomincia a reagire, entrambe entrano in contatto con una piccola comunità di figure marginali: il misterioso guardiano notturno O’Shea, il giovane orfano Weed, la donna che governa la cucina e il medico responsabile dell’istituto. È come se il romanzo sostituisse alla famiglia perduta una costellazione imperfetta di persone sopravvissute a qualcosa.
La scelta di una protagonista dodicenne permette inoltre di osservare la violenza senza ridurla a un concetto storico. Per ConaLee la guerra non è una pagina di manuale, ma ciò che ha modificato il comportamento degli adulti, svuotato le case e reso incerta perfino la possibilità di fidarsi degli altri. La resilienza evocata dal romanzo acquista quindi un significato concreto: continuare a costruire relazioni quando tutto ciò che si è conosciuto suggerirebbe di chiudersi.
“Il guardiano notturno” è uno di quei romanzi che ricordano perché la narrativa storica può essere ancora necessaria. Non serve soltanto a ricostruire un’epoca, ma a restituire alla Storia ciò che le cronologie tendono a cancellare: corpi, paure, conseguenze, silenzi. La guerra termina sui documenti molto prima di terminare dentro le persone. Ed è forse questa l’immagine più potente da portarsi dietro durante la lettura: una comunità ferita che, nel luogo apparentemente meno adatto alla rinascita, prova lentamente a inventarsi una possibilità di futuro.
“Satelliti” di Emanuele Bosso, Mondadori
Il titolo contiene già l’immagine intorno alla quale ruota tutto il romanzo. Due satelliti possono essere legati dalla stessa forza, procedere lungo traiettorie vicinissime e continuare tuttavia a non incontrarsi mai davvero. Filippo e Tommaso sembrano vivere esattamente così. “Satelliti”, romanzo d’esordio di Emanuele Bosso, porta questa metafora dentro un piccolo paese ai piedi delle montagne, Fassiano, e la usa per raccontare un rapporto che nasce nell’adolescenza, attraversa il desiderio e viene deformato dalle circostanze, dalla famiglia e dall’incapacità di dare un nome a ciò che si prova.
Siamo nel 1985 quando Filippo arriva a Fassiano insieme alla madre, dopo essere stato abbandonato dal padre. I due vengono accolti dalla nonna Sandra, riaprendo una casa e una relazione rimaste per anni immerse nel silenzio e nel rancore. Tommaso, invece, appartiene completamente a quel luogo: è cresciuto tra i vicoli e i boschi del paese, ma dietro la sua diffidenza si nasconde una condizione familiare durissima. Non ha conosciuto la madre e vive con un padre che, quando beve, riversa su di lui la propria violenza. Due ragazzi diversissimi vengono così accomunati da una forma differente della stessa mancanza.
Tra loro nasce immediatamente un legame fortissimo. La stanza nascosta sul retro della casa di nonna Sandra diventa il luogo nel quale possono sottrarsi, almeno temporaneamente, alle regole degli adulti. Ed è proprio lì che amicizia, attrazione e bisogno reciproco cominciano a sovrapporsi. Il fatto che i due non sappiano definire ciò che accade tra loro è essenziale. Siamo negli anni Ottanta, in un piccolo centro nel quale il linguaggio disponibile per raccontare il desiderio tra due ragazzi è certamente diverso da quello contemporaneo. Prima ancora dell’identità esiste quindi la sensazione: cercarsi, respingersi, avvicinarsi nuovamente.
La presenza di Rebecca complica ulteriormente questa geometria. Quando Filippo parte per il servizio militare, è lei a occupare lo spazio rimasto vuoto nella vita di Tommaso. Il triangolo non sembra interessante soltanto sul piano sentimentale, perché permette di ragionare su ciò che accade quando una relazione non può essere pienamente riconosciuta nemmeno da chi la vive. L’assenza diventa quasi importante quanto la presenza e il desiderio continua ad agire anche quando i personaggi tentano di deviarne la traiettoria.
Poi arriva una notte d’inverno. La neve ricopre Fassiano e qualcosa spezza l’equilibrio, spingendo Filippo lontano dal paese e da Tommaso. Il paesaggio assume così una funzione che va oltre l’ambientazione: montagne, boschi, neve e isolamento sembrano materializzare ciò che i personaggi non riescono a esprimere. Fassiano protegge e imprigiona allo stesso tempo.
“Satelliti” appare allora come una storia di formazione costruita intorno alle occasioni mancate e alle forze che continuano ad attrarci anche quando crediamo di essercene liberati. È un libro sull’amicizia e sul desiderio, certamente, ma anche sulla domanda più dolorosa: quanto lontano possiamo andare da ciò che siamo stati? Perché alcune persone smettono di far parte della nostra vita senza smettere davvero di esercitare una forza su di noi. Proprio come i satelliti, continuiamo a girare intorno a certe presenze anche quando sembrano ormai lontanissime.
“Un secolo di nebbia” di Matei Vișniec, a cura di Mauro Barindi, Voland
Ci sono libri che raccontano la Storia attraverso un personaggio e altri che provano ad affrontarla come se fosse un enorme organismo impazzito. “Un secolo di nebbia” di Matei Vișniec sembra appartenere alla seconda categoria. Il Novecento diventa un labirinto attraversato dalle grandi ideologie che hanno trasformato l’Europa e prodotto alcune delle sue tragedie più profonde. Nazifascismo e stalinismo vengono messi l’uno accanto all’altro come sistemi capaci di alterare la percezione della realtà, fino a rendere incerti perfino i confini tra verità e menzogna, vittima e carnefice.
Il punto di partenza è già rivelatore del metodo adottato dal libro: un incontro immaginario tra il giovane Hitler e il giovane Stalin nella Vienna del 1913. La libertà della finzione permette a Vișniec di avvicinare ciò che la cronologia separa e di interrogare retrospettivamente un secolo conoscendone già le conseguenze. Da quel momento Storia pubblica e memoria familiare si intrecciano, mentre il racconto procede attraverso episodi nei quali realtà, invenzione, riflessione filosofica, ironia e assurdo possono continuamente contaminarsi.
La nebbia del titolo diventa allora la metafora centrale. L’ideologia non domina soltanto attraverso la violenza evidente: modifica il linguaggio, stabilisce ciò che può essere pensato, costruisce spiegazioni apparentemente coerenti e finisce per deformare la capacità stessa di distinguere ciò che è vero. È forse questo l’aspetto più inquietante della premessa del romanzo. I totalitarismi non vengono osservati soltanto nel momento spettacolare della repressione, ma anche nella loro capacità di occupare l’immaginario.
Le immagini evocate dal libro sono spesso paradossali: nani da giardino che si liberano dallo sfruttamento degli esseri umani, giovani mandati dagli anziani a morire nella Prima guerra mondiale, intellettuali che accettano dogmi senza metterli in discussione. Il comico e il tragico finiscono per convivere. È una scelta particolarmente adatta a raccontare un secolo nel quale l’assurdità burocratica e ideologica ha prodotto conseguenze concretissime sui corpi. Ridere non attenua l’orrore: può renderne ancora più evidente il carattere mostruosamente illogico.
Sullo sfondo emergono inoltre l’Olocausto e i pogrom, ricordando che dietro ogni sistema astratto esistono persone sulle quali le idee diventano persecuzione. Proprio per questo “Un secolo di nebbia” sembra chiedere al lettore di non limitarsi a osservare il Novecento come un tempo definitivamente concluso. Il meccanismo che interessa Vișniec è più ampio: cosa succede quando smettiamo di verificare le parole con cui interpretiamo il mondo?
È una lettura autunnale perfetta per chi cerca un libro nel quale perdersi anche intellettualmente. La nebbia non è soltanto ciò che avvolge i personaggi: raggiunge chi legge, obbligandolo a orientarsi tra memoria e invenzione. E quando la visibilità diminuisce, il gesto più importante diventa proprio continuare a interrogare ciò che abbiamo davanti.
“Parigi dalla mia finestra” di Colette, tradotto da Elvira Petruccelli, Elliot
Raccontare una guerra senza spostarsi verso il fronte significa cambiare completamente la scala della Storia. In “Parigi dalla mia finestra” Colette osserva la Seconda guerra mondiale dalla quotidianità, dai gesti necessari per continuare a vivere, dalle restrizioni, dagli oggetti e dalle piccole strategie con cui gli esseri umani tentano di difendere una normalità ormai compromessa. L’edizione Elliot, nella traduzione di Elvira Petruccelli, permette di tornare a una Colette osservatrice di un mondo che cambia mentre anche il suo corpo comincia a imporle nuovi limiti.
La Parigi raccontata è quella dell’occupazione e delle privazioni. Il cibo scarseggia, esistono il mercato nero, i trucchi per aggirare le restrizioni, i baratti e una rete di mutuo soccorso che unisce gli abitanti del Palais-Royal. La guerra entra nelle case non necessariamente attraverso le esplosioni, ma attraverso ciò che improvvisamente manca. Questa prospettiva rende il libro prezioso perché restituisce una dimensione della Storia che rischia facilmente di scomparire dietro quella militare: come si continua a cucinare, leggere, parlare, ricordare e osservare il mondo quando tutto intorno è regolato dall’emergenza?
Anche il corpo di Colette diventa parte di questo paesaggio. L’artrite comincia a immobilizzarla e la finestra suggerita dal titolo acquista così un valore concreto e simbolico. Lo sguardo deve sostituire progressivamente il movimento. Eppure la riduzione dello spazio fisico non comporta un impoverimento dell’attenzione. Al contrario, ciò che è piccolo sembra diventare più visibile: le vite degli altri, gli animali sottoposti anch’essi alle privazioni, le letture utilizzate come rifugio, le mostre apparentemente eccentriche di bambole antiche o farfalle, i ricordi dell’infanzia e della casa natale.
È proprio qui che emerge uno degli aspetti più affascinanti del libro. La grande Storia e la vita minuta non vengono contrapposte, perché la seconda è il luogo nel quale la prima viene realmente vissuta. Una tessera annonaria, un alimento trovato con difficoltà, una conversazione tra vicini possono raccontare un’epoca quanto un documento ufficiale. Colette salva ciò che normalmente non viene considerato abbastanza importante per essere ricordato.
“Parigi dalla mia finestra” permette inoltre di ritrovare una scrittrice che ha sempre saputo attribuire dignità letteraria alla percezione, ai corpi e alle cose apparentemente secondarie. Qui quella capacità incontra un momento storico estremo. Il risultato è un modo particolare di raccontare la resistenza quotidiana: non necessariamente eroica, spesso fatta soltanto della decisione di continuare a interessarsi al mondo.
Per questo è un libro ideale da leggere lentamente. Non richiede di inseguire una trama, ma di abitare uno sguardo. E forse proprio in autunno, quando siamo naturalmente portati a osservare di più ciò che accade dietro una finestra, queste pagine acquistano una risonanza particolare. Colette ricorda che anche quando il mondo sembra restringersi esiste una forma di libertà che passa dall’attenzione: continuare a vedere, ricordare e trasformare in parole ciò che altrimenti scomparirebbe.
“Madonna di rabbia” di Simona Vinci, Einaudi
La maternità è stata raccontata infinite volte come esperienza di compimento, fusione e amore assoluto. “Madonna di rabbia” sceglie invece di entrare proprio nella crepa di questa rappresentazione. Simona Vinci parte da un’immagine radicale: partorire significa dividere un corpo da un altro corpo. Quella separazione necessaria, biologica e insieme simbolica, può lasciare una ferita. Il romanzo entra in questo territorio per raccontare ciò che accade quando l’amore materno non coincide con la serenità e quando il desiderio di proteggere un figlio convive con quello, apparentemente indicibile, di sottrarsi.
Eva è una madre single e sua figlia Agata ha nove anni. Tra loro il confine sembra continuamente sul punto di dissolversi. Eva soffre l’attaccamento della bambina, ma contemporaneamente fatica ad accettare che Agata sia diventata un essere separato da lei. È una contraddizione potentissima: desiderare distanza e temerla nello stesso momento. La maternità viene così sottratta alla retorica della naturalezza e restituita alla sua complessità fisica, psicologica e culturale.
Particolarmente significativo è il quaderno nel quale Eva raccoglie le storie delle proprie “sorelle”, donne che non sono riuscite o non hanno voluto aderire al modello della madre perfetta. Tra le figure evocate compaiono Sylvia Plath, Muriel Spark, Doris Lessing e Nina Simone. Il gesto di Eva può essere letto come il tentativo di costruirsi una genealogia alternativa: se il discorso dominante sulla maternità la fa sentire sbagliata, allora occorre cercare altre donne che abbiano conosciuto la stessa frattura. Scrivere e leggere diventano modi per dare forma a sentimenti che la società preferirebbe lasciare senza linguaggio.
L’arrivo dell’anziana vicina introduce però una nuova relazione. Agata trova nella donna un calore familiare e viene attirata dal giardino apparentemente inaccessibile di cui è custode. Quel luogo, con il suo antico segreto, sembra aprire una fenditura nella relazione esclusiva tra madre e figlia. Per Eva significa confrontarsi con una verità dolorosa: un figlio può trovare altrove affetto, protezione e appartenenza. Crescere significa inevitabilmente perdere qualcosa dell’altro.
Il titolo stesso, “Madonna di rabbia”, mette insieme due immagini che la cultura tende a separare. La Madonna appartiene all’iconografia della maternità pura e sacrificale; la rabbia introduce invece il corpo, l’ambivalenza, il desiderio, la frustrazione. Accostarle significa incrinare un modello secolare.
Il romanzo appare quindi particolarmente interessante perché non cerca una risposta semplice alla domanda su cosa significhi essere una buona madre. Preferisce mostrare la zona in cui amore e insofferenza possono coesistere. È proprio lì che la letteratura può arrivare dove il discorso pubblico spesso si arresta. Perché riconoscere l’ambivalenza non significa diminuire l’amore: significa forse restituirgli una forma umana, sottraendolo all’obbligo impossibile della perfezione.
“Il trofeo” di Gaea Schoeters, tradotto da Laura Pignatti, Einaudi
Un uomo occidentale arriva in Africa per uccidere un rinoceronte nero. Basterebbe questa immagine per intuire il sistema di potere intorno al quale Gaea Schoeters costruisce “Il trofeo”. Hunter White è un ricco uomo d’affari americano e un cacciatore esperto. Ha già abbattuto leone, elefante, bufalo e leopardo; gli manca soltanto il più raro e imprevedibile dei cosiddetti big five. Per lui il rinoceronte rappresenta il completamento di una collezione, ma anche la prova definitiva della propria capacità di dominare ciò che considera selvaggio.
Hunter non pensa tuttavia a se stesso come a un semplice predatore. Difende la caccia regolamentata, la considera economicamente utile alle comunità locali e capace di contrastare il bracconaggio. È un dettaglio importante perché impedisce al personaggio di essere costruito soltanto come una caricatura. White possiede una propria narrazione morale: crede che ciò che fa possa essere giustificato. È proprio attraverso questa convinzione che il romanzo può interrogare una delle forme più insidiose del potere, quella che riesce a raccontare se stessa come necessaria o perfino benefica.
Il viaggio viene organizzato dall’amico Van Heeren, che procura la costosissima licenza per abbattere il rinoceronte nero. Hunter porta con sé il fucile ereditato dal nonno e un’intera tradizione familiare costruita intorno alla caccia. Anche questo elemento sembra significativo: il privilegio non nasce con lui, viene tramandato. Il fucile diventa quasi l’oggetto materiale di un’eredità culturale nella quale conquista, possesso e dominio della natura sono stati trasformati in valori.
Quando la battuta non procede secondo i piani, però, il romanzo comincia a rovesciare progressivamente le posizioni. Il cacciatore può diventare preda, chi credeva di controllare le regole può ritrovarsi imprigionato al loro interno. È qui che “Il trofeo” supera la struttura del semplice romanzo d’avventura. La caccia diventa una lente attraverso cui osservare colonialismo, arroganza occidentale, denaro e capacità di trasformare esseri viventi e territori in qualcosa che può essere acquistato.
Il riferimento a “Cuore di tenebra” suggerito dalla presentazione del libro è inevitabile, ma Schoeters sembra partire dall’immaginario dell’avventura coloniale proprio per capovolgerlo. La domanda non riguarda soltanto chi abbia il diritto di cacciare, bensì chi abbia avuto storicamente il potere di stabilire le regole, assegnare un prezzo alle vite e presentarsi come padrone dello spazio che attraversa.
“Il trofeo” promette così quella particolare esperienza di lettura nella quale il meccanismo narrativo e il problema morale procedono insieme. La tensione nasce dalla caccia, ma ciò che resta è la progressiva instabilità delle categorie: civile e selvaggio, benefattore e sfruttatore, vittima e carnefice. Quando questi confini iniziano a rovesciarsi, il vero oggetto della caccia non è più il rinoceronte. È l’immagine che Hunter White ha costruito di se stesso e, insieme a lui, una certa idea occidentale di dominio.
“Bella del Signore” di Albert Cohen, tradotto da Eugenio Rizzi, Rizzoli
“Bella del Signore” di Albert Cohen parla di Ariane e Solal che sono bellissimi, inquieti, orgogliosi e privilegiati. Lei appartiene all’alta società, lui è un importante funzionario diplomatico. Quando si incontrano e si innamorano, la loro relazione sembra promettere proprio ciò che la letteratura romantica ha insegnato a desiderare: una passione capace di sottrarre due individui alla banalità del mondo.
Cohen, però, non si ferma al momento dell’innamoramento. Ed è proprio qui che il romanzo diventa molto più interessante e crudele. Ariane e Solal inseguono una forma di perfezione amorosa ed estetica, desiderano trasformare la loro relazione in qualcosa di assoluto, preservandola dalla mediocrità quotidiana. Ma nessun essere umano può vivere indefinitamente dentro l’istante eccezionale della seduzione. Quando l’amore pretende di rimanere sempre sublime, la quotidianità finisce per apparire come una minaccia.
Progressivamente la passione viene assediata dalla noia, dall’ossessione, dalla gelosia e dalla necessità di continuare a interpretare il ruolo dell’amante perfetto. Il punto più affascinante è proprio questo: l’amore rischia di diventare una rappresentazione dell’amore. Ariane e Solal non devono soltanto desiderarsi, devono continuamente dimostrare a se stessi che ciò che vivono è straordinario. E nel momento in cui la relazione viene caricata di un simile peso, ogni cedimento assume le proporzioni di una catastrofe.
Sul fondo si muove la società francese e ginevrina degli anni Trenta, con i suoi rituali, le sue gerarchie e le sue ipocrisie. La dimensione sentimentale non è quindi separata da quella sociale. Solal, in particolare, porta con sé una posizione identitaria che rende problematica la sua appartenenza al mondo che frequenta. Il romanzo può così interrogare non soltanto il desiderio individuale, ma anche l’ambizione, il prestigio, l’assimilazione e la necessità di essere riconosciuti dagli altri.
Le circa ottocento pagine dell’edizione mostrata rendono “Bella del Signore” esattamente quel genere di lettura alla quale l’autunno sembra invitare: un libro in cui abitare a lungo. Ma sarebbe riduttivo considerarlo semplicemente una grande storia d’amore. È piuttosto una dissezione dell’immaginario romantico, del bisogno umano di trasformare l’altro nella risposta definitiva alla propria inquietudine.
Ariane e Solal cercano nell’amore una perfezione che la vita non può sostenere. È questa sproporzione a rendere la loro storia tragica e ancora sorprendentemente moderna. Perché dietro l’eccesso della loro passione si nasconde una domanda che continua a riguardarci: quanto dell’amore appartiene davvero alla persona che abbiamo davanti e quanto all’immagine che abbiamo costruito di ciò che l’amore dovrebbe essere?
Perché l’autunno è il momento giusto per tornare alle grandi storie
Gli otto libri scelti non hanno molto in comune in superficie. “Bestia di mamma” ci porta nella mente di un protagonista respingente, “Il guardiano notturno” attraversa le ferite lasciate dalla Guerra di Secessione, “Satelliti” racconta due ragazzi incapaci di sottrarsi completamente alla reciproca attrazione, mentre “Un secolo di nebbia” affronta il Novecento e la capacità delle ideologie di deformare la realtà. Colette osserva la guerra attraverso una finestra, Simona Vinci entra nelle zone meno raccontate della maternità, Gaea Schoeters trasforma la caccia in una riflessione sul potere e Albert Cohen porta l’ideale dell’amore assoluto fino alle sue conseguenze più estreme.
Eppure un filo esiste. Sono storie nelle quali i personaggi devono confrontarsi con qualcosa di più grande di loro: la famiglia, la Storia, il desiderio, il trauma, il potere, l’ideologia, l’amore. È forse questo che cerchiamo quando diciamo di voler tornare a una “grande storia”. Non necessariamente un romanzo monumentale, ma una narrazione capace di farci entrare nell’esistenza di qualcun altro e, attraverso quella distanza, di farci osservare diversamente anche la nostra. L’autunno può essere il momento perfetto per ricominciare proprio da qui: scegliere un libro, concedergli tempo e lasciare che per qualche sera il mondo contenuto nelle sue pagine diventi un po’ anche il nostro.

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