L’autunno editoriale entra nel vivo e la settimana che unisce settembre e ottobre porta in libreria cinque romanzi italiani molto diversi tra loro, capaci di attraversare il thriller, il giallo sociale, il fantasy romance, l’orrore psicologico e una narrativa più sperimentale. È una selezione particolarmente interessante proprio perché mostra quanto sia difficile parlare oggi di “narrativa italiana” come di un territorio uniforme: gli scrittori scelti raccontano il presente attraverso il passato, la cronaca, il fantastico, l’incubo e persino il soprannaturale, utilizzando il genere come strumento per interrogare paure molto concrete.
Tra le novità troviamo Marco Buticchi, che con “Il comitato delle ombre” torna a intrecciare grandi misteri della storia contemporanea e avventura; Gianni Biondillo, che riporta in scena l’ispettore Ferraro immergendolo nelle contraddizioni della Milano di oggi; Astrid D., che costruisce un romance fantastico tra paradiso e inferno; Diego Pellizzari, alle prese con una moderna possessione demoniaca; e Sergio La Chiusa, che trasforma il ricordo del servizio militare in un universo deformato dal sogno e dall’ironia. Cinque libri diversissimi, dunque, per iniziare ottobre passando continuamente da una forma del racconto all’altra.
5 romanzi italiani per attraversare tutti i generi della narrativa contemporanea
“Il comitato delle ombre” di Marco Buticchi, Longanesi – 29 settembre
Ci sono romanzi che prendono la Storia come scenario e altri che entrano nelle sue zone d’ombra, nei punti in cui documenti, versioni ufficiali, coincidenze e interrogativi irrisolti permettono alla finzione di insinuarsi. “Il comitato delle ombre” appartiene decisamente alla seconda categoria. Marco Buticchi costruisce il nuovo ritorno di Oswald Breil e Sara Terracini partendo da alcuni degli eventi più discussi del secondo Novecento: la morte di Enrico Mattei nell’ottobre del 1962, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel novembre del 1963 e, successivamente, la figura di Pier Paolo Pasolini. La narrativa entra negli spazi lasciati aperti dalla Storia per immaginare l’esistenza di un filo capace di attraversare oltre sessant’anni.
Nel 2026 Breil e Terracini si trovano a bordo del Williamsburg quando l’arrivo alle Hawaii riapre improvvisamente una porta sul passato. Un ex operatore televisivo sostiene infatti di aver ripreso casualmente particolari decisivi dell’assassinio di Kennedy e poco dopo muore suicida. È l’innesco perfetto per una storia costruita sulla domanda che alimenta ogni grande romanzo complottistico: e se episodi apparentemente lontani fossero invece collegati? Buticchi immagina così un Comitato disposto a proteggere nel tempo interessi ed equilibri di potere, mentre i protagonisti cercano di ricostruire una verità rimasta nascosta.
È importante leggere una premessa del genere per quello che è: un dispositivo romanzesco che utilizza personaggi ed eventi storici reali per costruire una trama di finzione, non una ricostruzione storiografica delle morti citate. Ed è precisamente in questa contaminazione che il libro trova il proprio motore narrativo. Il lettore riconosce nomi, date ed episodi appartenenti alla memoria collettiva, ma viene invitato a seguirli dentro una struttura alternativa nella quale ogni coincidenza può trasformarsi in indizio.
“Il comitato delle ombre” sembra quindi rivolgersi soprattutto a chi ama il thriller storico quando assume dimensioni internazionali e attraversa epoche differenti. La morte di Mattei, Dallas, Pasolini e l’indagine contemporanea permettono al romanzo di mettere in scena anche un’ossessione profondamente moderna: il desiderio di trovare un ordine dietro eventi traumatici e apparentemente incomprensibili. È proprio questa tensione fra ciò che sappiamo e ciò che il romanzo immagina di poter scoprire a promettere una lettura costruita sul continuo bisogno di voltare pagina.
“La condizione del dolore. Un’indagine dell’ispettore Ferraro” di Gianni Biondillo, Guanda – 29 settembre
Con Gianni Biondillo il giallo torna a essere uno strumento per attraversare una città e comprenderne le trasformazioni. Michele Ferraro viene mandato a osservare una manifestazione davanti al Comune di Milano. A protestare ci sono famiglie, giovani coppie e anziani minacciati dallo sfratto, mentre il costo degli affitti cresce e la questione abitativa diventa il sintomo di una città nella quale vivere sembra sempre più difficile. Basta una scintilla perché la piazza degeneri e anche Ferraro finisce coinvolto nelle cariche della polizia.
La dimensione pubblica entra immediatamente in quella privata. La figlia Giulia, tornata dall’estero per partecipare a una manifestazione in sostegno di Gaza, rientra a casa coperta di lividi dopo un altro intervento delle forze dell’ordine. Padre e figlia si ritrovano così davanti alla stessa esperienza pur essendo arrivati in piazza da posizioni differenti. Il dettaglio è importante perché mostra quale sembra essere il centro del romanzo: prima ancora dell’omicidio, Biondillo mette in scena un uomo costretto a osservare una realtà che non può più limitarsi a registrare professionalmente.
L’indagine vera e propria arriva con la morte di un immobiliarista trovato su un treno ad alta velocità e con un successivo omicidio collegato a un gruppo neofascista. Da qui il caso si allarga fino a intrecciare speculazione edilizia, violenza politica, eredità dell’eversione nera e dinamiche economiche che conducono l’inchiesta ben oltre Milano. Il delitto non appare dunque come un enigma isolato da risolvere, ma come il punto attraverso cui entrare nelle contraddizioni della società.
È questo uno degli aspetti più interessanti del giallo sociale: la domanda “chi è stato?” rimane fondamentale, ma accanto a essa compare inevitabilmente un’altra domanda, forse ancora più scomoda: dentro quale sistema è potuto accadere? Ferraro attraversa una Milano che non riconosce più, partendo dalla sua Quarto Oggiaro e camminando dentro una città trasformata economicamente e socialmente. Anche il titolo acquista così un significato più largo. Il dolore non appartiene soltanto alle vittime di un crimine, ma diventa una condizione diffusa che attraversa generazioni, quartieri e conflitti. Il risultato promette di essere un giallo nel quale l’indagine criminale diventa contemporaneamente indagine sul presente italiano.
“Devil’s Heaven. Il paradiso del diavolo” di Astrid D., Sperling & Kupfer – 29 settembre
Il paradiso dovrebbe rappresentare la perfezione. Ma che cosa accade quando quella perfezione diventa una prigione? Astrid D. costruisce il proprio fantasy romantico partendo proprio da questo rovesciamento. Eden Ellery è un angelo originario, figlia di Dio, cresciuta sotto una sorta di cupola dorata nella quale tutto sembra immobile. Non desidera potere e nemmeno gloria: vuole semplicemente essere libera. Per ottenerlo compie però l’unica scelta che il suo mondo non può accettare. Abbandona il paradiso e scende all’inferno, arrivando persino a vendere le proprie ali a un serpente per poter oltrepassare il confine proibito.
È un’immagine potente perché mette immediatamente in discussione le coordinate tradizionali del bene e del male. Se il paradiso soffoca e l’inferno rappresenta la possibilità di scegliere, le categorie morali diventano molto meno semplici. È nell’inferno che Eden incontra Blake Morningstar, primogenito di Lucifero, personaggio segnato da una violenza passata e diventato protettore dei fratelli Zane, Kay e Astra. Blake odia tutto ciò che proviene dal paradiso, mentre Eden rappresenta esattamente quel mondo. L’attrazione fra i due nasce quindi all’interno di un conflitto già scritto nelle loro origini.
“Devil’s Heaven” utilizza molti elementi riconoscibili del fantasy romance contemporaneo: l’amore proibito, due personaggi appartenenti a mondi contrapposti, il protagonista tormentato, segreti familiari, balli in maschera, corse clandestine e una guerra imminente. Ma dietro questi meccanismi emerge una questione interessante: chi stabilisce che cosa sia il paradiso di qualcun altro? Eden possiede apparentemente tutto eppure è disposta a perdere persino le ali pur di conquistare la libertà. Blake appartiene invece al luogo identificato con il male, ma la sua durezza nasce anche dalla necessità di proteggere chi ama.
Il romance può quindi diventare il terreno sul quale mettere in crisi identità ricevute alla nascita. Eden non vuole essere ciò che il paradiso ha deciso per lei e Blake potrebbe scoprire che l’odio ereditato non basta a definire chi è. Mentre le barriere tra i due regni iniziano a cedere e una guerra antica torna a incombere, la scelta più difficile non sembra essere tra paradiso e inferno, ma tra il ruolo imposto dagli altri e la possibilità di costruire autonomamente la propria identità.
“Diaboli virtus” di Diego Pellizzari, Polidoro editore – 25 settembre
“Diaboli virtus” arriva formalmente qualche giorno prima dell’inizio della settimana, il 25 settembre, ma può funzionare bene in questa selezione come recupero immediatamente precedente al 28 settembre. Diego Pellizzari prende uno degli archetipi più antichi dell’orrore, la possessione demoniaca, e sembra utilizzarlo soprattutto per destabilizzare la percezione del lettore. Il problema non consiste soltanto nel capire se il demonio esista: consiste nello stabilire di chi ci si possa fidare quando ogni persona vicina al protagonista può assumere alternativamente il ruolo di salvatore e persecutore.
Al centro troviamo Andrea e una serie di figure la cui ambiguità cresce progressivamente. Alexandre, il compagno francese, manifesta un inquietante sdoppiamento; Benoît, inizialmente associato a un incontro quasi solare, assume gradualmente caratteristiche sinistre; persino Veronica, l’amica apparentemente intenzionata ad aiutare Andrea, alimenta le sue paure indirizzandolo verso sedute psicoanalitiche di dubbia affidabilità. Ogni volta che Andrea prova ad aggrapparsi a una spiegazione razionale, qualcuno sembra riportarlo verso l’ipotesi più spaventosa: e se quello che gli sta accadendo fosse davvero opera del diavolo?
È qui che il romanzo può trovare la propria zona più perturbante. L’orrore della possessione funziona spesso perché cancella la distinzione fra interno ed esterno: il male sta entrando nella mente del protagonista oppure era già lì? È soprannaturale oppure psicologico? E soprattutto, se le persone che dovrebbero aiutarci contribuiscono a rendere ancora più fragile la nostra percezione della realtà, come possiamo stabilire che cosa sia vero?
Il titolo latino, “Diaboli virtus”, rimanda già a un immaginario religioso che il romanzo sembra voler mettere in cortocircuito con categorie contemporanee come psicosi, analisi e sdoppiamento della personalità. Il risultato promette quindi qualcosa di più ambiguo rispetto a una tradizionale storia di possessione. Il demone può essere una presenza concreta, una costruzione della mente oppure il nome attribuito a qualcosa che non riusciamo a comprendere. Ed è proprio l’impossibilità di scegliere con sicurezza fra queste interpretazioni a trasformare la paura in qualcosa di molto più persistente.
“Il dormitorio” di Sergio La Chiusa, Italo Svevo – 25 settembre
Anche “Il dormitorio” precede di pochi giorni il 28 settembre, essendo annunciato per il 25 settembre 2026, ma è un titolo che vale la pena recuperare nella settimana di passaggio verso ottobre. Sergio La Chiusa parte da un incubo che accompagna per anni il protagonista cinquantenne. In una delle sue varianti l’uomo si immagina ormai settantenne, finalmente in pensione, quando due carabinieri irrompono in casa per comunicargli che non ha mai svolto il servizio militare. Viene portato via, misurato, pesato e infine sottoposto a una puntura che gli fa letteralmente cadere la testa.
È un’immagine grottesca e assurda, ma basta l’odore di alcuni calzini sporchi a far scattare una memoria involontaria e a riportare il protagonista all’anno trascorso sotto le armi in un paese del Friuli alla fine degli anni Ottanta. Il passato non ritorna attraverso una ricostruzione ordinata: riemerge deformato dal sogno, dalla lingua e dal tempo. La memoria del servizio militare sembra quindi trasformarsi in una sorta di universo autonomo, popolato da personaggi ed episodi che la presentazione editoriale avvicina alle figure dei dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio.
“Il dormitorio” appare particolarmente interessante proprio perché utilizza l’esperienza della leva non soltanto come argomento autobiografico o generazionale, ma come materiale da deformare. Il dormitorio militare diventa uno spazio collettivo nel quale l’individuo viene sottoposto a regole, gerarchie, rituali e linguaggi che, ricordati a distanza di decenni, possono assumere contemporaneamente qualcosa di comico e di minaccioso. L’incubo del protagonista suggerisce inoltre che quell’esperienza non sia realmente terminata: continua a esistere dentro di lui abbastanza da raggiungerlo persino nella fantasia della vecchiaia.
Il particolare della “madeleine rancida” rappresentata dall’odore dei calzini racconta bene il registro scelto: la memoria proustiana viene trascinata nel corpo, nel ridicolo e nel quotidiano. È una porta verso il passato, ma decisamente poco nobile. Proprio per questo “Il dormitorio” potrebbe essere il titolo più letterariamente anomalo dei cinque: un romanzo sulla memoria che preferisce l’incubo alla nostalgia e nel quale il passato non torna mai esattamente come è stato, perché ricordare significa inevitabilmente trasformare.
Cinque modi molto diversi di raccontare l’Italia e le sue paure
Questa settimana mostra bene quanto possano essere differenti le strade percorse dalla narrativa italiana. Marco Buticchi utilizza il thriller per attraversare sessant’anni di misteri storici; Gianni Biondillo porta il giallo dentro le tensioni economiche, sociali e politiche della Milano contemporanea; Astrid D. trasferisce il desiderio di libertà in una guerra fantastica fra paradiso e inferno; Diego Pellizzari riapre il grande tema della possessione attraverso l’incertezza psicologica; Sergio La Chiusa trasforma invece la memoria personale e generazionale in materia onirica.
Cambia il genere, ma rimane una domanda comune: quanto del passato continua a governare il presente? Può trattarsi di un mistero politico rimasto irrisolto, delle eredità dell’eversione nera, di una violenza familiare, di un possibile demone o semplicemente di un anno di giovinezza che continua a tornare sotto forma di incubo. Cinque romanzi che aprono l’autunno ricordandoci che ciò che abbiamo lasciato indietro, nella narrativa come nella vita, raramente scompare davvero.

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