5 fantasy da leggere che ti faranno perdere la testa

Cinque fantasy molto diversi che usano magia, creature fantastiche e mondi impossibili per raccontare potere, desiderio, identità, pregiudizio e ossessione. Dal fantasy politico al cozy, dal retelling saffico alla dark academia queer fino al gotico.

5 fantasy da leggere che ti faranno perdere la testa

Il fantasy migliore non ci chiede soltanto di credere nell’impossibile, ci porta altrove per permetterci di osservare da una distanza nuova qualcosa che conosciamo già: il desiderio di conquistare il potere, la paura dell’altro, l’attrazione verso ciò che ci è stato proibito, la necessità di appartenere a un luogo e persino il rischio di trasformarsi in ciò che avevamo promesso di combattere. È probabilmente questa capacità di utilizzare l’immaginazione come lente sulla realtà ad aver reso il fantastico contemporaneo un territorio tanto vasto, dove possono convivere romanzo politico, romance, horror, gotico, cozy e dark academia.

I cinque libri scelti attraversano proprio questa varietà. “Il Wurm Rosso” di Valeria Meivaz costruisce un mondo dominato dalla forza e interroga il rapporto tra ideali e potere; “Come farsi lasciare da un goblin in dieci giorni” di Jessie Sylva nasconde dietro una commedia fantasy una riflessione sul pregiudizio; “Tagliatele la testa” di Zoe Hana Mikuta trasforma l’immaginario di Alice in una storia saffica di desiderio e vendetta; “Sibylline” di Melissa de la Cruz porta il conflitto dentro un’accademia di magia attraversata da esclusione e desideri proibiti; “La maledizione di Villa Ebon” di Ilenia Varotto utilizza invece la casa infestata per raccontare il ritorno di un passato che non ha mai smesso di esistere.

5 fantasy da leggere per scoprire quanto può diventare oscuro il fantastico

Il Wurm Rosso” di Valeria Meivaz

La prima cosa interessante di “Il Wurm Rosso” è che il mostro evocato dal titolo non rappresenta necessariamente il pericolo più grande della storia. Il vero mostro potrebbe essere il sistema che gli uomini hanno costruito intorno a esso. Valeria Meivaz ambienta il primo volume de “L’Era del Wurm” nella militaresca Trevania, dove il volere del più forte si è trasformato in legge e la dinastia imperiale governa da secoli grazie al potere del Wurm, ereditato da un Santo e utilizzato come prova tangibile del favore divino.

Potere politico, forza militare e religione finiscono così per legittimarsi reciprocamente, costruendo un ordine nel quale dominare non significa semplicemente possedere la forza necessaria per farlo, ma convincere gli altri che quella forza sia giusta.

È dentro questo mondo che cresce Wilhelm. Diciannove anni prima ha sperimentato personalmente la crudeltà dell’uomo che occupa il trono; ora appartiene a una famiglia nobile, è stato addestrato nell’esercito e possiede finalmente gli strumenti per avvicinarsi alla corte.

La sua traiettoria rende il romanzo più interessante di una semplice contrapposizione tra eroe e tiranno, perché per cambiare Trevania Wilhelm deve entrare nel luogo che produce la sua ingiustizia. E il palazzo non premia necessariamente gli uomini migliori. Premia chi comprende i rapporti di forza, chi sa mentire, chi accetta il compromesso e, quando necessario, chi tradisce. La domanda diventa quindi molto più scomoda: quanto può utilizzare gli strumenti di un sistema corrotto prima che sia il sistema a utilizzare lui?

Il fantasy politico funziona particolarmente bene quando la magia non sostituisce la politica ma la rende più visibile, ed è proprio ciò che promette l’universo di Meivaz. Il Wurm diventa anche il simbolo di una forma di autorità resa quasi incontestabile dalla sua origine soprannaturale.

Se chi governa può presentare il proprio potere come manifestazione di un ordine superiore, ribellarsi non significa soltanto opporsi a un sovrano, ma mettere in discussione la narrazione sulla quale è stata costruita un’intera società. A questo si aggiunge un conflitto destinato ad allargarsi oltre i confini di Trevania, introducendo quella dimensione geopolitica che permette alla vicenda personale di Wilhelm di incontrare interessi molto più grandi di lui.

È soprattutto l’ambiguità morale, quindi, a rendere “Il Wurm Rosso” una lettura intrigante. Wilhelm vuole cambiare la Storia, ma potrebbe scoprire che essere dalla parte giusta non significa automaticamente comportarsi nel modo giusto. La frase che chiude la presentazione del romanzo contiene in fondo tutta la sua oscurità: in un sistema ingiusto si può essere anche vincitori. Ed è proprio quando un uomo comincia ad avere qualcosa da guadagnare dall’ingiustizia che scopriamo quanto siano realmente solidi i suoi ideali.

Come farsi lasciare da un goblin in dieci giorni” di Jessie Sylva, traduzione di Elena M. Battista, Mondadori

Basterebbe la premessa per immaginare una perfetta commedia fantasy: un halfling e un goblin sostengono entrambi di possedere lo stesso cottage e, poiché nessuno dei due intende cedere, decidono di viverci insieme finché uno non sarà talmente esasperato da andarsene. “Come farsi lasciare da un goblin in dieci giorni” di Jessie Sylva gioca apertamente con la convivenza forzata, i battibecchi e una rivalità che sappiamo destinata a trasformarsi in qualcosa di diverso.

Ma fermarsi alla componente romantica significherebbe perdere l’aspetto più interessante della storia: Pansy e Ren non devono semplicemente imparare a sopportarsi. Devono disimparare ciò che i rispettivi mondi hanno insegnato loro sull’altro.

Pansy ha ereditato il cottage dalla nonna e considera quindi naturale esserne proprietaria. Ren sostiene invece che l’abbandono prolungato dell’abitazione abbia permesso alla sua famiglia di appropriarsene legittimamente. Persino una questione apparentemente banale come possedere una casa diventa così un conflitto tra due idee differenti di appartenenza.

Il cottage smette progressivamente di essere soltanto un premio da conquistare e diventa uno spazio condiviso, quasi un piccolo laboratorio nel quale due creature educate a considerarsi incompatibili devono fare esperienza concreta l’una dell’altra. È facile mantenere un pregiudizio a distanza. Diventa molto più difficile quando bisogna dividere cucina, stanze, abitudini e giornate con la persona sulla quale quel pregiudizio era stato costruito.

È qui che il cozy fantasy trova una delle sue possibilità più interessanti. La dimensione rassicurante non significa assenza di conflitto, ma permette di affrontarlo attraverso la quotidianità anziché attraverso guerre e apocalissi.

Pansy e Ren cominciano con dispetti e schermaglie perché vogliono costringere l’altro ad abbandonare la casa; lentamente, però, la vicinanza li obbliga a riconoscere una persona dove prima vedevano soprattutto un rappresentante di un popolo rivale. Quando arriva una minaccia capace di coinvolgere entrambe le comunità, la trasformazione privata acquista inevitabilmente una dimensione più ampia.

Il richiamo alle atmosfere della Contea e alla nuova tradizione del cozy fantasy è evidente, ma Jessie Sylva utilizza quella morbidezza per raccontare qualcosa di meno ingenuo: il pregiudizio non scompare perché qualcuno ci spiega razionalmente che è sbagliato. Spesso comincia a sgretolarsi quando la realtà dell’altro non coincide più con l’immagine che avevamo ricevuto.

Per questo la casa è forse il vero cuore simbolico del romanzo. Pansy e Ren iniziano chiedendosi chi abbia diritto a possederla e finiscono per dover comprendere cosa significhi davvero abitarla insieme. Dietro goblin, halfling, cottage e schermaglie romantiche rimane così una storia sulla possibilità di costruire uno spazio comune senza pretendere che uno dei due debba necessariamente scomparire perché l’altro possa sentirsi a casa.

Tagliatele la testa” di Zoe Hana Mikuta, traduzione di Manuela Piemonte, Mondadori

C’è qualcosa di particolarmente fertile nell’immaginario di “Alice nel Paese delle Meraviglie”: ogni generazione sembra poterlo attraversare nuovamente e trovare dall’altra parte un incubo diverso.

Zoe Hana Mikuta lo fa con “Tagliatele la testa”, ma invece di limitarsi a trasformare in chiave dark personaggi e simboli di Lewis Carroll, contamina quel patrimonio con elementi del folklore coreano e costruisce un mondo nel quale il meraviglioso ha perso qualsiasi innocenza. Il risultato è un fantasy sanguinario e perturbante dove la vera caduta nella tana del coniglio sembra essere soprattutto una discesa dentro il desiderio, il rancore e l’abbandono.

Al centro ci sono Carousel Coniglio e Iccadora Alice Falce, due giovani streghe esiliate per un crimine che non hanno commesso. La foresta nella quale vengono mandate è popolata dai Santi, antichi guaritori trasformati in creature mostruose che si alimentano del dolore.

Già questa inversione è significativa: ciò che dovrebbe guarire diventa ciò che ferisce, mentre i confini tra bene e male perdono qualsiasi stabilità. Quando Carousel fugge abbandonando Iccadora, però, il romanzo trova il proprio nucleo emotivo. Cinque anni dopo una è diventata una famosa cacciatrice al servizio della Regina Rossa, l’altra ha lasciato che l’Oscurità la trasformasse e vive per la vendetta. Ritrovarsi significa quindi confrontarsi con ciò che erano, con ciò che sono diventate e soprattutto con ciò che continuano a rappresentare l’una per l’altra.

È questo rapporto saffico a dare alla storia una tensione che va oltre il retelling. L’amore non arriva a salvare le protagoniste dall’oscurità, perché è esso stesso contaminato da abbandono, rabbia, desiderio e ossessione.

Carousel e Iccadora sembrano appartenere a quella tradizione di personaggi che non riescono più a distinguere completamente il bisogno di ritrovarsi dalla tentazione di distruggersi. Il fantasy permette a Mikuta di rendere fisica questa ambivalenza: corpi trasformati, creature grottesche, magia e violenza diventano manifestazioni esterne di sentimenti che non hanno nulla di ordinato.

Il titolo stesso, “Tagliatele la testa”, recupera una delle frasi più riconoscibili associate alla Regina di Cuori e la priva definitivamente della sua dimensione grottesca e comica. Qui la minaccia ha peso, corpo e conseguenze. Il Paese delle Meraviglie diventa un territorio nel quale crescere significa anche essere deformati dalle proprie ferite.

Per questo il romanzo può conquistare soprattutto chi cerca nel fantasy qualcosa di più di una storia d’amore accompagnata dalla magia: il desiderio queer è parte della struttura emotiva del racconto e la relazione tra le protagoniste diventa il luogo nel quale amore e violenza, memoria e vendetta, identità passata e identità presente continuano a scontrarsi.

Il risultato è un fantasy che sembra chiedere quanto possa sopravvivere dell’amore quando entrambe le persone coinvolte sono ormai diventate qualcosa che l’altra non riconosce più.

Sibylline” di Melissa de la Cruz, traduzione di Carla Onofri, Leggereditore

Le accademie magiche esercitano da sempre un fascino particolare nel fantasy perché promettono qualcosa che nella realtà conosciamo molto bene: l’accesso a un mondo dal quale gli altri sono esclusi. “Sibylline” di Melissa de la Cruz parte proprio dalla porta chiusa. Raven, Atticus e Dorian hanno un unico sogno, essere ammessi nel prestigioso college di magia Sibylline.

Quando vengono respinti, non accettano che una decisione istituzionale possa stabilire definitivamente quale futuro sia loro concesso. Si infiltrano quindi nel campus e conducono una doppia vita: dipendenti durante il giorno, studenti clandestini durante la notte, pronti a sottrarre libri e conoscenze che qualcuno ha stabilito non dovrebbero possedere.

È un’idea narrativa che rende immediatamente interessante la componente dark academia. La conoscenza non è neutrale, perché appartiene a un’istituzione capace di selezionare chi possa accedervi. La magia diventa così una forma estrema di capitale culturale: sapere significa possedere potere e negare l’apprendimento significa mantenere quel potere all’interno dello stesso gruppo.

Raven, Atticus e Dorian infrangono quindi le regole prima ancora di conoscere realmente ciò che si nasconde dietro di esse. Sono outsider non perché abbiano scelto di esserlo, ma perché il sistema li ha collocati fuori.

A complicare tutto interviene il desiderio. L’amicizia tra i tre viene attraversata da sentimenti non corrisposti e attrazioni capaci di alterare equilibri che sembravano solidi. La caratterizzazione queer del romanzo non rimane separata dalla questione dell’appartenenza: in una storia costruita intorno a persone che devono infiltrarsi in uno spazio che le ha rifiutate, identità e desiderio acquistano inevitabilmente un peso particolare.

Essere ammessi, essere riconosciuti, poter desiderare e poter essere desiderati diventano variazioni della stessa necessità di trovare un posto nel quale non sia necessario chiedere continuamente il permesso di esistere.

Naturalmente l’accademia nasconde anche qualcosa di più pericoloso. Una presenza oscura minaccia gli studenti mentre i poteri dei protagonisti crescono e il confine tra ciò che stanno cercando e ciò che sarebbe stato meglio non conoscere diventa progressivamente più sottile.

È un meccanismo classico della dark academia, ma continua a funzionare perché tocca una contraddizione affascinante: desideriamo la conoscenza proprio perché immaginiamo che possa liberarci, mentre alcune conoscenze possono distruggere l’idea che avevamo di noi stessi.

“Sibylline” promette quindi magia, desideri proibiti e tensione romantica, ma dietro questi elementi possiede una domanda più interessante: cosa facciamo quando qualcuno decide che non siamo abbastanza per entrare? Raven, Atticus e Dorian rispondono nel modo più pericoloso possibile. Entrano comunque.

La maledizione di Villa Ebon” di Ilenia Varotto, Triskell Edizioni

Le case maledette hanno una regola non scritta: ciò che vi abita raramente appartiene soltanto alla casa. Il gotico lo sa da secoli. Corridoi, stanze chiuse, rumori e presenze diventano inquietanti perché finiscono per materializzare qualcosa che i personaggi portano già dentro di sé.

“La maledizione di Villa Ebon” di Ilenia Varotto recupera proprio questa tradizione e la intreccia con dark fantasy, paranormal romance e una relazione MM, costruendo intorno alla villa un luogo nel quale il sovrannaturale e la memoria personale diventano progressivamente indistinguibili.

Ren è un esorcista e dovrebbe quindi essere abituato a guardare l’oscurità negli occhi. Eppure esiste un luogo dal quale preferirebbe restare lontano: Villa Ebon, legata ai suoi incubi e soprattutto a un passato che continua a perseguitarlo. Questo particolare rende immediatamente più interessante la figura dell’esorcista. Ren possiede gli strumenti per affrontare i fantasmi degli altri, ma non necessariamente quelli che appartengono alla sua storia.

Quando Mitch, uno stregone misterioso e ostinato, gli chiede di collaborare per spezzare la maledizione della villa, il suo rifiuto sembra quindi un tentativo di proteggersi tanto dalla minaccia soprannaturale quanto da ciò che quel luogo potrebbe costringerlo a ricordare.

La collaborazione diventa inevitabile quando un’indagine, tracce di magia proibita e la caccia a uno stregone criminale riportano entrambi verso Villa Ebon. Da qui nasce anche la tensione romantica. Ren e Mitch partono dalla diffidenza, ma l’attrazione cresce proprio mentre entrambi diventano più vulnerabili.

La dinamica slow burn e hurt/comfort trova nel gotico un ambiente particolarmente adatto, perché innamorarsi significa abbassare le difese nello stesso momento in cui tutto suggerirebbe di mantenerle alzate. L’intimità diventa quindi un altro rischio da affrontare.

Ma è la villa a promettere di rimanere il centro magnetico della storia. Nel gotico la casa custodisce ciò che una famiglia, una comunità o un individuo hanno cercato di rimuovere, e Villa Ebon sembra funzionare nello stesso modo. Non vuole permettere a Ren di dimenticare. Vuole costringerlo a tornare.

La maledizione acquista così un significato che supera il semplice fenomeno paranormale: il passato diventa qualcosa che continua ad agire sul presente finché non viene affrontato.

È questa sovrapposizione tra paura e desiderio a rendere “La maledizione di Villa Ebon” particolarmente adatto a chi cerca un fantasy queer dalle atmosfere più oscure. Ren deve entrare nel luogo che teme mentre si avvicina alla persona della quale non sa ancora se fidarsi. E forse i due movimenti sono meno diversi di quanto sembrino: entrambi richiedono di smettere di fuggire.