Elena Ferrante ha sempre costruito la propria letteratura attorno alle fratture emotive. Le sue protagoniste vivono rapporti familiari incandescenti, maternità ambigue, amicizie feroci, desideri difficili da nominare. Non sorprende quindi che molti dei libri consigliati dalla scrittrice napoletana condividano la stessa capacità di scavare nell’interiorità e nelle tensioni invisibili che attraversano le vite quotidiane.
Tra le autrici e gli autori più vicini alla sensibilità di Ferrante troviamo scrittrici che hanno raccontato il dolore femminile senza idealizzarlo, ma anche romanzi capaci di indagare la perdita, la famiglia, il lutto e la costruzione dell’identità attraverso linguaggi radicali e personalissimi.
Da Joan Didion a Flannery O’Connor, passando per Sheila Heti e Doris Lessing, questi libri compongono una sorta di mappa emotiva della letteratura amata da Elena Ferrante. Opere diversissime tra loro, ma unite dalla volontà di raccontare ciò che normalmente resta nascosto: la paura, il desiderio, la rabbia, il trauma, la maternità e la memoria.
5 libri consigliati da Elena Ferrante
“L’anno del pensiero magico”, di Joan Didion, il Saggiatore
“L’anno del pensiero magico” è uno dei libri più devastanti mai scritti sul lutto. Joan Didion racconta la morte improvvisa del marito John Gregory Dunne e il modo in cui la mente umana tenta disperatamente di opporsi all’idea dell’assenza.
Il titolo nasce proprio da questo meccanismo: il “pensiero magico” è l’illusione che il dolore possa essere controllato, che chi è morto possa ancora tornare, che basti conservare un oggetto o evitare una decisione definitiva per tenere vicino chi non c’è più.
Didion trasforma la tragedia privata in una riflessione lucidissima sulla memoria, sul tempo e sulla fragilità dell’esistenza. La sua scrittura è chirurgica, precisa, quasi fredda in apparenza, ma proprio per questo capace di colpire ancora più profondamente.
Elena Ferrante ha spesso parlato dell’importanza di Joan Didion nella propria formazione di lettrice. In questo libro si ritrovano molti temi cari anche all’autrice dell’“Amica geniale”: la perdita dell’equilibrio, la paura della dissoluzione, il tentativo di dare ordine al caos emotivo.
“L’anno del pensiero magico” non è soltanto un memoir sul dolore. È un libro sulla sopravvivenza psicologica, sulla memoria e sull’impossibilità di prepararsi davvero alla fine.
“L’illuminazione del susino selvatico”, di Shokoofeh Azar, E/O
Romanzo visionario e potentissimo, “L’illuminazione del susino selvatico” intreccia realismo magico, tragedia storica e saga familiare sullo sfondo della rivoluzione iraniana del 1979.
La storia segue la famiglia di Bahar, costretta a fuggire da Teheran dopo l’instaurazione della Repubblica Islamica. Ma a raccontare gli eventi è il fantasma della stessa Bahar, morta in modo violento durante una sommossa.
Shokoofeh Azar costruisce così un romanzo sospeso tra vita e morte, memoria e leggenda, popolato da spiriti, foreste ancestrali e antichi miti persiani. La dimensione fantastica non serve però a fuggire dalla realtà, ma a raccontarne ancora meglio l’orrore: il fanatismo religioso, la repressione politica, la distruzione delle famiglie.
Ferrante ha spesso mostrato interesse per le scritture capaci di unire corpo, trauma e dimensione collettiva. In questo romanzo ritroviamo proprio quella tensione continua tra privato e storia, tra violenza politica e identità personale.
“L’illuminazione del susino selvatico” è anche un libro sulle donne e sulla trasmissione del dolore tra generazioni. Un’opera immaginifica e struggente, che riesce a trasformare la tragedia storica in una fiaba oscura e indimenticabile.
“Maternità”, di Sheila Heti, Sellerio
Con “Maternità”, Sheila Heti affronta uno dei temi più divisivi e complessi della contemporaneità: il desiderio, o il rifiuto, di avere figli.
La protagonista, alter ego dell’autrice, si avvicina ai quarant’anni e inizia a interrogarsi ossessivamente sulla maternità. Vuole davvero diventare madre? Oppure la pressione sociale la sta spingendo verso una scelta che non sente propria?
Il romanzo procede attraverso riflessioni, conversazioni, dubbi continui e persino consultazioni dell’I Ching. Heti costruisce un libro filosofico e autobiografico insieme, in cui la maternità non viene mai trattata come destino naturale, ma come questione esistenziale e politica.
Elena Ferrante ha sempre raccontato madri imperfette, ambigue, talvolta soffocanti o spaventate. Per questo “Maternità” dialoga perfettamente con il suo universo narrativo. Sheila Heti demolisce ogni rappresentazione idealizzata della donna-madre e mostra quanto questa scelta possa essere attraversata da paura, egoismo, desiderio e senso di colpa.
Il risultato è un romanzo radicale, intelligentissimo e profondamente contemporaneo. Un libro che non offre risposte rassicuranti, ma costringe il lettore a interrogarsi sui modelli sociali e sulle aspettative costruite attorno alle donne.
“Il quinto figlio”, di Doris Lessing, Feltrinelli
Doris Lessing trasforma la maternità in un vero e proprio incubo domestico con “Il quinto figlio”, uno dei suoi romanzi più inquietanti e disturbanti.
Harriet e David Lovatt sembrano incarnare il sogno della famiglia perfetta: una grande casa, molti figli, stabilità e serenità borghese. Ma tutto cambia con la nascita del quinto bambino, Ben.
Il piccolo appare fin da subito diverso. Violento, inquietante, quasi animalesco, Ben distrugge lentamente l’equilibrio familiare e costringe Harriet a confrontarsi con qualcosa di oscuro e inaccettabile.
Lessing usa la dimensione quasi horror del romanzo per interrogarsi sul significato della maternità e sul confine tra amore materno e paura. Harriet prova a proteggere il figlio, ma allo stesso tempo ne è terrorizzata. E proprio questa ambiguità emotiva rende il libro così sconvolgente.
Ferrante ha spesso mostrato interesse per le narrazioni che mettono in crisi il mito della famiglia felice. “Il quinto figlio” smonta completamente l’idea rassicurante della maternità come esperienza esclusivamente positiva.
È un romanzo feroce, claustrofobico e potentissimo, che continua ancora oggi a disturbare profondamente chi lo legge.
“Un brav’uomo è difficile da trovare”, di Flannery O’Connor, minimum fax
Flannery O’Connor è una delle scrittrici più amate da Elena Ferrante, e “Un brav’uomo è difficile da trovare” rappresenta perfettamente la sua visione crudele e ironica dell’umanità.
La raccolta contiene dieci racconti che mescolano gotico sudista, violenza, religione e satira sociale. I personaggi di O’Connor vivono spesso in piccoli mondi provinciali apparentemente ordinari, ma basta poco perché tutto precipiti nel caos.
Madri invadenti, famiglie disfunzionali, fanatici religiosi, razzismo e senso di colpa attraversano queste storie con una forza impressionante. O’Connor osserva i propri personaggi con lucidità spietata, ma anche con una forma stranissima di compassione.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta è uno dei più celebri della letteratura americana: una normale gita familiare si trasforma lentamente in tragedia attraverso una tensione narrativa quasi insostenibile.
Ferrante ha più volte dichiarato di amare le scritture che non cercano di rendere i personaggi “simpatici”, ma autentici. Ed è esattamente ciò che fa Flannery O’Connor: mette in scena esseri umani fragili, egoisti, ridicoli e profondamente veri.
“Un brav’uomo è difficile da trovare” è una raccolta che continua a influenzare scrittori di tutto il mondo grazie alla sua capacità di raccontare il male, la grazia e il fallimento umano senza mai offrire consolazioni facili.
