Gli ultimi giorni prima del ritorno a scuola possono servire a qualcosa di più che recuperare le letture assegnate durante l’estate. Si può scegliere un libro fuori dal programma, magari uno di quei classici che si incontreranno soltanto più avanti o che difficilmente troveranno spazio tra le letture obbligatorie, e arrivare in classe con qualche domanda in più. Perché stupire un professore non significa imparare una citazione a memoria o conoscere in anticipo la trama di un romanzo, ma riuscire a vedere i collegamenti tra letteratura, storia, filosofia e il presente.
I cinque libri scelti permettono di farlo da prospettive molto diverse. Uomini e topi parla del sogno americano partendo da chi ne rimane escluso; Doctor Faustus trasforma la leggenda del patto con il diavolo in una riflessione sul genio e sulla Germania del Novecento; Il garofano rosso racconta un adolescente sedotto dal fascismo; Diceria dell’untore porta nella Sicilia del dopoguerra per interrogarsi sulla morte e sul desiderio di vivere; Porci con le ali, infine, racconta una generazione che ha cercato di cambiare politica, rapporti sentimentali e sessualità. Cinque classici molto diversi, ma accomunati dalla capacità di trasformare una storia individuale in una domanda sulla società.
5 classici da leggere prima del ritorno a scuola
“Uomini e topi” di John Steinbeck, traduzione di Michele Mari, Bompiani
È breve, apparentemente semplice e può essere letto negli ultimi giorni d’estate senza affrontare centinaia di pagine. Eppure Uomini e topi è uno di quei romanzi dai quali si può partire per parlare di una quantità sorprendente di argomenti: Grande Depressione, sogno americano, disabilità, emarginazione, amicizia, lavoro, povertà e responsabilità morale. John Steinbeck lo pubblicò nel 1937 e costruì la storia intorno a George Milton e Lennie Small, due lavoratori stagionali che attraversano la California inseguendo un progetto modestissimo e proprio per questo enorme: possedere un giorno un piccolo pezzo di terra sul quale vivere senza dipendere da nessuno.
George è intelligente e concreto; Lennie, fisicamente fortissimo, presenta una disabilità intellettiva e dipende dall’amico per orientarsi nel mondo. Il loro sogno diventa così qualcosa di più di un progetto economico. È la possibilità di sottrarsi alla precarietà, di avere finalmente un luogo al quale appartenere. Steinbeck prende uno dei miti fondativi degli Stati Uniti, quello secondo cui chiunque possa costruirsi una vita attraverso il proprio lavoro, e lo osserva dalla prospettiva di chi si trova ai margini.
È proprio qui che il romanzo diventa interessante da portare in classe. Uomini e topi permette di mettere in discussione il concetto stesso di sogno americano: quanto è davvero individuale il successo quando le condizioni economiche e sociali non sono uguali per tutti? George e Lennie lavorano, si spostano, risparmiano e progettano, ma la loro volontà deve continuamente scontrarsi con qualcosa di più grande di loro.
C’è poi l’amicizia. In un mondo popolato da uomini soli, il rapporto tra George e Lennie rappresenta un’anomalia. I due possiedono qualcosa che gli altri braccianti non hanno: qualcuno con cui immaginare il futuro. E quando la storia conduce George davanti a una scelta terribile, Steinbeck lascia al lettore una domanda morale che non ammette una risposta comoda. È uno dei motivi per cui, nonostante le poche pagine, questo romanzo offre materiale per una discussione molto più lunga della sua trama.
“Doctor Faustus” di Thomas Mann, tradotto da Paola Capriolo, Bompiani
Se Uomini e topi è il titolo più immediato della selezione, Doctor Faustus è decisamente la sfida per chi vuole tornare a scuola con una lettura fuori dall’ordinario. Thomas Mann pubblicò il romanzo nel 1947 e riprese uno dei grandi miti della cultura europea, quello di Faust, trasformando però il suo protagonista in un compositore tedesco del Novecento: Adrian Leverkühn.
A raccontarne la vita è l’amico Serenus Zeitblom, umanista che ricostruisce l’infanzia appartata di Adrian, gli studi di teologia e la successiva decisione di dedicarsi completamente alla musica. Leverkühn vuole superare ciò che esiste già. La tradizione non gli basta, l’armonia deve essere rifondata, l’arte deve raggiungere territori nuovi. Per ottenere questa libertà assoluta accetta simbolicamente un patto con il diavolo, sacrificando progressivamente la propria possibilità di vivere pienamente come essere umano.
La domanda posta dal romanzo è potentissima: fino a dove può spingersi il genio prima che la ricerca della grandezza diventi distruzione? Mann non racconta soltanto un artista. Mentre Leverkühn procede verso il proprio abisso, intorno a lui anche la Germania precipita verso la catastrofe. La biografia individuale e quella nazionale finiscono così per riflettersi l’una nell’altra.
Ed è questo il collegamento che potrebbe rendere particolarmente interessante il libro in un contesto scolastico. Doctor Faustus può essere letto insieme alla storia della Germania tra le due guerre, ma anche accostato alla filosofia, alla musica e naturalmente al Faust di Goethe. Il patto con il diavolo diventa il simbolo di qualcosa di molto più vasto: che cosa siamo disposti a sacrificare pur di superare i nostri limiti?
È un romanzo impegnativo, certamente il meno adatto a una lettura veloce tra questi cinque, ma proprio per questo può essere affrontato anche senza pretendere di esaurirne ogni significato. Alcuni libri non chiedono di essere “capiti” una volta per tutte. Chiedono di tornarci sopra, e Doctor Faustus appartiene pienamente a questa categoria.
“Il garofano rosso” di Elio Vittorini, introduzione di Nadia Terranova, Bompiani
Come può un ragazzo sentirsi attratto da un’ideologia della quale ancora non comprende fino in fondo le conseguenze? È una domanda molto più interessante, soprattutto a scuola, rispetto alla semplice ricostruzione di ciò che il fascismo sarebbe diventato. Il garofano rosso di Elio Vittorini permette di osservare proprio quel momento ambiguo attraverso gli occhi di un adolescente.
Siamo nella Siracusa degli anni Venti. Alessio Mainardi è un liceale inquieto, ribelle e desideroso di sentirsi parte di qualcosa. Il fascismo si presenta ancora nella sua fase antiborghese e rivoluzionaria e il ragazzo vi aderisce con entusiasmo. Vittorini, però, non costruisce un romanzo politico nel senso più didascalico del termine. La politica entra nella vita di Alessio insieme all’amore, al desiderio, alla scoperta del corpo e al bisogno di costruire una propria identità.
Da una parte c’è Giovanna, studentessa sulla quale Alessio proietta un sentimento idealizzato; dall’altra Zobeida, prostituta attraverso la quale incontra una dimensione concreta e fisica della sessualità. Tra le due esperienze si muove un ragazzo che cerca di capire quale adulto voglia diventare. Progressivamente anche i suoi sogni di ribellione lasceranno spazio a un’esistenza più ordinaria e borghese.
Pubblicato integralmente soltanto nel 1948 dopo i problemi con la censura fascista legati alle implicazioni politiche e alle tematiche sensuali, Il garofano rosso permette quindi un collegamento particolarmente fertile tra romanzo di formazione e storia italiana. Il fascismo non viene osservato soltanto attraverso istituzioni, date e avvenimenti, ma attraverso il fascino che può esercitare su un giovane alla ricerca di appartenenza e trasgressione.
Ed è forse questo l’elemento più moderno del romanzo. Le ideologie non conquistano le persone esclusivamente attraverso programmi politici: possono offrire identità, comunità, la sensazione di partecipare a qualcosa di grande. Leggere Vittorini significa allora interrogarsi anche sui meccanismi attraverso i quali un adolescente costruisce le proprie convinzioni. Una questione storica che, posta in questi termini, smette immediatamente di appartenere soltanto al passato.
“Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino, Bompiani
Estate del 1946. La guerra è appena terminata e l’Italia dovrebbe ricominciare a vivere. In un sanatorio siciliano, però, un gruppo di persone si trova in una condizione quasi opposta: sopravvissuti alla guerra, devono ora confrontarsi con la possibilità concreta di morire di tubercolosi. È da questo paradosso che nasce Diceria dell’untore, il romanzo con cui Gesualdo Bufalino esordì nel 1981, a sessantuno anni, conquistando il Premio Campiello.
Il protagonista è un giovane reduce che entra nel sanatorio della Rocca e condivide con gli altri pazienti quello che Bufalino trasforma in un vero e proprio “apprendistato di morte”. Tra loro incontra Marta Blundo, figura luminosa e fragile della quale si innamora. In un luogo dominato dall’attesa della prognosi, il desiderio assume inevitabilmente un significato diverso: amare qualcuno significa sapere che potrebbe scomparire, mentre immaginare il futuro diventa quasi un atto di insubordinazione contro la malattia.
Per uno studente il romanzo offre un collegamento meno prevedibile con il secondo dopoguerra italiano. Normalmente quel periodo viene studiato attraverso la Liberazione, la nascita della Repubblica, il referendum del 1946 e la ricostruzione. Bufalino consente invece di osservarlo dalla prospettiva dei corpi che la guerra ha lasciato dietro di sé. Essere sopravvissuti alla Storia non significa automaticamente essere tornati alla vita.
Ma Diceria dell’untore apre anche una questione filosofica: è possibile desiderare la vita proprio perché sappiamo che finirà? Nel sanatorio morte ed eros, disperazione e ironia continuano a convivere. Il protagonista non deve semplicemente guarire dalla malattia, ma imparare che cosa significhi sopravvivere agli altri.
Anche la storia editoriale può sorprendere un professore. Bufalino lavorò a lungo al testo, riscrivendolo più volte prima di pubblicarlo in età matura. Il suo caso ricorda così che la letteratura non è necessariamente una corsa alla precocità: uno dei grandi esordi italiani del secondo Novecento arrivò quando il suo autore aveva già superato i sessant’anni.
“Porci con le ali” di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, Bompiani
Nel 1976 uscì un romanzo destinato a diventare uno dei libri simbolo di una generazione: Porci con le ali, firmato originariamente con i nomi di Rocco e Antonia e accompagnato dal sottotitolo Diario sessuo-politico di due adolescenti. Dietro quei nomi si trovavano Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, che raccontarono dall’interno la gioventù della sinistra studentesca degli anni Settanta.
I protagonisti cercano di capire contemporaneamente la politica, il sesso, l’amore e se stessi. Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere il romanzo interessante ancora oggi. Le grandi idee sulla rivoluzione convivono con gelosie, insicurezze, desideri, contraddizioni e sentimenti molto meno facili da organizzare di un programma politico. I ragazzi vorrebbero liberarsi dalle convenzioni della generazione precedente, ma scoprono che dichiararsi liberi non significa automaticamente esserlo.
Porci con le ali permette quindi di entrare negli anni Settanta italiani da una porta diversa rispetto a quella dei manuali. Accanto a terrorismo, conflitti politici, movimenti studenteschi e trasformazioni sociali emerge la dimensione privata della contestazione. Anche il modo di amare, vivere il corpo e costruire le relazioni diventa politico.
È probabilmente proprio qui che si trova il collegamento più interessante da portare in classe. La generazione raccontata da Ravera e Lombardo Radice mette in discussione l’idea che esista una separazione netta tra pubblico e privato. Se si vuole cambiare la società, sostengono implicitamente quei giovani, bisogna interrogarsi anche sulle regole che governano la famiglia, la coppia, la sessualità e i rapporti tra uomini e donne.
A cinquant’anni dalla prima pubblicazione, alcune provocazioni appartengono inevitabilmente al proprio tempo, mentre altre domande sono rimaste sorprendentemente vive. Quanto delle nostre relazioni è davvero scelto e quanto invece abbiamo ereditato? Si può trasformare la società senza mettere in discussione anche il modo in cui viviamo intimamente? Domande del genere spiegano perché Porci con le ali sia qualcosa di più di un documento sugli anni Settanta: è un libro con cui confrontare due generazioni di adolescenti separate da mezzo secolo.
Tornare a scuola con qualche domanda in più
Non serve presentarsi al primo giorno recitando Thomas Mann per impressionare il professore di italiano. Il vantaggio di leggere un classico fuori dal programma è un altro: scoprire che gli argomenti studiati nelle diverse materie comunicano continuamente tra loro. Steinbeck permette di passare dalla letteratura alla crisi del 1929 e al sogno americano; Mann porta da Goethe alla musica e alla Germania del Novecento; Vittorini interroga il fascismo attraverso la formazione di un adolescente; Bufalino mostra il dopoguerra attraverso chi deve imparare nuovamente a vivere; Ravera e Lombardo Radice fanno entrare la grande storia degli anni Settanta nella vita privata.
È probabilmente questo il modo migliore per “stupire” davvero un insegnante: non avere già tutte le risposte, ma arrivare a scuola avendo imparato a fare domande migliori.

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