Uno storico che osserva la nascita delle cosiddette “classi pericolose”, un giornalista che torna nella Trento dove prese forma una parte decisiva della contestazione italiana, un reporter britannico che entra nel mondo degli avvistamenti UFO e uno dei più grandi scrittori di fantascienza del Novecento che prova a capire che cosa significhi chiamare qualcosa “reale”.
Apparentemente Francesco Benigno, Concetto Vecchio, Daniel Lavelle e Philip K. Dick non potrebbero trovarsi più lontani. Eppure, letti insieme, i loro quattro libri fanno emergere una stessa questione: le società non si limitano a osservare il mondo, ma costruiscono continuamente categorie attraverso le quali interpretarlo.
È così che un povero, un marginale o un ribelle possono essere trasformati in rappresentanti di un presunto “popolo criminale”; che una generazione di studenti può arrivare a percepire come intollerabili strutture considerate normali fino a pochi anni prima; che un fenomeno inspiegato nel cielo può diventare contemporaneamente oggetto di indagine militare, convinzione religiosa, teoria del complotto e prodotto dell’immaginario popolare.
Ed è sempre da questa tensione fra ciò che accade e ciò che raccontiamo che Philip K. Dick può partire per porre una domanda ancora più radicale: come sappiamo che il mondo nel quale crediamo è veramente quello che esiste?
Questi quattro libri sono quindi diversi per epoca, metodo e argomento, ma permettono di compiere un percorso sorprendentemente coerente fra storia sociale, politica, giornalismo, immaginario e filosofia. Non offrono semplicemente informazioni: mettono il lettore nella posizione più interessante, quella di chi deve chiedersi chi stabilisce le categorie attraverso cui giudichiamo ciò che abbiamo davanti.
4 libri per mettere in discussione quello che consideriamo normale
“Popolo criminale. La costruzione sociale del male” di Francesco Benigno, il Mulino
“Popolo criminale” parte da figure che la storia europea ha spesso confinato ai margini: sanculotti, lazzari e lazzaroni napoletani, thug indiani, camorristi. Gruppi differenti per origine, contesto, struttura e ruolo storico, che tra la fine del Settecento e il secondo Ottocento vengono però progressivamente collocati dentro un medesimo immaginario: quello di un popolo oscuro, irregolare, potenzialmente violento, difficile da controllare e quindi pericoloso per l’ordine politico e sociale. Francesco Benigno utilizza queste figure per interrogare non soltanto la storia della criminalità, ma qualcosa di più complesso: il processo attraverso il quale una società costruisce il proprio “male”.
La prospettiva è particolarmente interessante perché modifica la domanda di partenza. Non si tratta semplicemente di stabilire se alcuni gruppi commettessero atti violenti o criminali. Il punto è capire perché proprio quei comportamenti, quelle comunità e quelle forme di marginalità siano state raccolte sotto determinate categorie e trasformate in un’immagine collettiva. La nozione di “classi pericolose” permette a Benigno di mettere insieme pratiche reali, paure sociali, rappresentazioni politiche e meccanismi repressivi. Il crimine smette così di essere soltanto un fatto individuale e diventa anche un oggetto culturale: qualcosa che viene nominato, raccontato, classificato.
È qui che il sottotitolo, “La costruzione sociale del male”, acquista tutto il suo peso. Parlare di costruzione non significa negare l’esistenza della violenza o della criminalità, ma chiedersi come determinate caratteristiche vengano selezionate e amplificate fino a produrre l’immagine di un intero gruppo. Il potere politico non reagisce semplicemente a ciò che considera pericoloso: contribuisce anche a dargli un volto. Stabilire chi appartiene alle “classi pericolose” significa costruire una linea di separazione tra il cittadino rispettabile e colui che viene collocato ai margini della comunità.
Il confronto fra contesti diversi consente inoltre di osservare come alcune categorie sopravvivano pur cambiando i loro protagonisti. I sanculotti della Rivoluzione francese non sono i camorristi dell’Ottocento, così come i thug indiani appartengono a una realtà coloniale differente da quella napoletana. Eppure il linguaggio utilizzato per rappresentare queste figure può produrre analogie: segretezza, ferocia, irrazionalità, minaccia all’ordine. È proprio questa somiglianza costruita a diventare oggetto di studio.
Il libro permette quindi di riflettere sul rapporto fra marginalità e Stato. Quando una società percepisce una parte della propria popolazione come estranea o irriducibile alle regole, la questione criminale può diventare uno strumento attraverso cui definire l’identità stessa della comunità. Esiste un “noi” perché viene immaginato anche un “loro”: poveri, ribelli, disordinati, violenti, politicamente sospetti. La repressione può così presentarsi non soltanto come risposta a singoli reati, ma come difesa della società da un soggetto collettivo descritto come intrinsecamente pericoloso.
È questo che rende “Popolo criminale” particolarmente utile anche oltre il periodo storico analizzato. Senza forzare parallelismi con il presente, il libro offre strumenti per riconoscere un meccanismo che attraversa molte epoche: la trasformazione di problemi sociali complessi in identità collettive semplificate. Quando la paura ha bisogno di un volto, il rischio è che individui molto diversi vengano compressi dentro un’unica categoria.
Benigno invita quindi a guardare non soltanto chi viene definito criminale, ma chi produce quella definizione, con quali strumenti e per quali ragioni. Ed è forse questa la domanda più importante lasciata dal libro: se il male viene anche raccontato e rappresentato, conoscere la sua storia significa comprendere contemporaneamente la storia di chi ha avuto il potere di dargli un nome.
“Vietato obbedire. 1968: come è nata e finita una irripetibile stagione di libertà” di Concetto Vecchio, UTET
Prima del 1968 c’è il 1962. Prima delle immagini ormai entrate nell’immaginario della contestazione, delle occupazioni e degli slogan, c’è una piccola città dell’estremo Nord italiano nella quale viene inaugurata una facoltà destinata a diventare uno dei laboratori politici e culturali più importanti del decennio. È da Trento e dalla nascita della facoltà di Sociologia che Concetto Vecchio sceglie di raccontare “Vietato obbedire”, ricostruendo l’ambiente nel quale una nuova generazione cominciò a mettere in discussione università, famiglia, rapporti fra uomini e donne, autorità e organizzazione della società.
La facoltà nasce nel 1962 per iniziativa di Bruno Kessler con l’obiettivo di formare una classe dirigente capace di comprendere le trasformazioni sociali. La sua apertura anche a chi proveniva dagli istituti tecnici contribuì ad attirare studenti da tutta Italia. Fra loro passarono figure che avrebbero preso strade molto differenti, come Renato Curcio, Mauro Rostagno, Marco Boato, Margherita Cagol e Marianella Pirzio Biroli; tra i docenti compaiono nomi destinati a occupare ruoli significativi nella cultura e nella vita pubblica italiana. Il 24 gennaio 1966 la facoltà di via Verdi divenne teatro della prima occupazione universitaria italiana.
Vecchio sembra interessato proprio alla fase in cui qualcosa che oggi osserviamo retrospettivamente come “il Sessantotto” non possedeva ancora una forma definitiva. Gli studenti arrivati a Trento non sapevano che sarebbero diventati personaggi di una stagione storica. Erano giovani immersi in una società che cambiava rapidamente, attratti da Marx, Mao, dalla sociologia, dalla lotta di classe e dalla liberazione femminile, e convinti che l’università non dovesse semplicemente prepararli a occupare un posto nel sistema esistente.
Questa dimensione rende il libro più interessante di una semplice cronologia della contestazione. “Vietato obbedire” permette di osservare come nasce una radicalizzazione. Le idee politiche non compaiono dal nulla: si formano attraverso incontri, letture, esperienze collettive, conflitti generazionali e trasformazioni sociali. Una città fortemente segnata dalla cultura cattolica diventa così il luogo nel quale una generazione sperimenta linguaggi nuovi e mette in discussione codici di comportamento che fino a quel momento sembravano naturali.
Il femminismo occupa una posizione importante all’interno di questa trasformazione. Quando cambia il modo di pensare la società, anche le relazioni personali smettono di apparire private e innocenti. Rapporti tra i sessi, famiglia, matrimonio e sessualità diventano questioni politiche. È uno dei grandi lasciti della stagione raccontata da Vecchio: mostrare quanto profondamente una rivoluzione culturale possa entrare nelle abitudini quotidiane.
Ma il sottotitolo contiene anche la parola “finita”. Il racconto non può fermarsi all’euforia della liberazione. Da quella stagione nasceranno importanti trasformazioni civili, ma alcune biografie incontreranno anche la lotta armata e il terrorismo. È fondamentale non trasformare questo passaggio in un rapporto automatico di causa ed effetto: il Sessantotto italiano fu un fenomeno ampio e plurale, mentre le Brigate Rosse rappresentarono una specifica deriva politica e organizzativa. Il libro segue però anche le traiettorie individuali che rendono visibile il passaggio da un ambiente comune a scelte radicalmente differenti.
È probabilmente qui che “Vietato obbedire” acquista la maggiore forza: nel rifiuto di raccontare una generazione sapendo già come andrà a finire. Guardare gli studenti di Trento soltanto attraverso ciò che alcuni di loro faranno successivamente significherebbe perdere il momento nel quale il futuro era ancora aperto e molte possibilità convivevano.
Vecchio racconta quindi una stagione di libertà ma soprattutto una stagione nella quale l’obbedienza cessò di apparire una virtù automatica. Contestare significava chiedersi perché un’istituzione funzionasse in un certo modo, perché un’autorità dovesse essere riconosciuta, perché una norma sociale dovesse essere accettata soltanto perché esisteva da tempo. Che le risposte successive siano state diversissime non cancella la potenza di quella domanda. Ed è probabilmente per questo che tornare oggi a Trento non significa soltanto studiare il Sessantotto: significa interrogarsi su che cosa accade quando una generazione smette improvvisamente di considerare inevitabile il mondo che ha ricevuto.
“Vivono tra noi. Dischi volanti, cacciatori di alieni e teorie del complotto” di Daniel Lavelle, traduzione di Luca Fusari, Iperborea
Daniel Lavelle parte da una domanda che l’umanità continua a ripetersi da secoli, ma la conduce dentro uno dei territori più confusi dell’immaginario contemporaneo: siamo soli nell’universo? “Vivono tra noi” non sembra interessato a fornire la risposta definitiva, quanto piuttosto a osservare tutto ciò che gli esseri umani hanno costruito intorno alla domanda. UFO, UAP, presunti rapimenti alieni, segnalazioni militari, comunità di appassionati, scienziati controversi, funzionari governativi e complottisti finiscono così nello stesso reportage, non perché possiedano lo stesso grado di attendibilità, ma perché partecipano a un fenomeno culturale e politico sempre più difficile da liquidare con una battuta.
Il punto di partenza è particolarmente efficace perché Lavelle non si colloca né dalla parte della fede assoluta né da quella del disprezzo preventivo. Il giornalista si iscrive a un corso per cacciatori di UFO in Arizona, incontra testimoni e appassionati, parla con ex funzionari governativi e figure legate al Pentagono e si confronta anche con lo scienziato Avi Loeb. Il percorso arriva fino a personaggi molto più estremi, compreso lo “sciamano di QAnon” legato all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e al mondo degli “Starseed”. Iperborea presenta infatti il libro come un reportage sul punto di intersezione tra scienza, fede, società e politica.
Ed è qui che “Vivono tra noi” diventa qualcosa di più interessante di un libro sugli extraterrestri. L’ufologia è un laboratorio perfetto per studiare il bisogno umano di credere e, contemporaneamente, il desiderio di ottenere prove. Chi vede una luce inspiegabile nel cielo cerca un racconto capace di organizzarla. A quel punto entrano in gioco cultura popolare, cinema, religione, sfiducia nelle istituzioni e narrazioni complottiste. L’alieno può così trasformarsi in una spiegazione universale del mistero.
Il problema consiste nel distinguere l’apertura al dubbio dalla disponibilità a credere qualsiasi cosa. Non conoscere l’origine di un fenomeno non significa automaticamente aver dimostrato un’origine extraterrestre. Ed è proprio questo spazio fra “non spiegato” e “alieno” a diventare uno dei terreni più fertili del libro. La scienza convive con il limite delle proprie conoscenze; il complottismo, al contrario, spesso riempie immediatamente quel vuoto con una storia completa.
Lavelle osserva però anche quanto la questione si sia politicizzata. Negli Stati Uniti il tema degli oggetti volanti non identificati è entrato negli ultimi anni nel discorso pubblico e istituzionale, ma attorno alle domande legittime proliferano sistemi di credenze nei quali extraterrestri, governi segreti, spiritualità e teorie cospirative possono fondersi. È questa contaminazione a rendere il fenomeno sociologicamente interessante: l’UFO diventa una superficie sulla quale una società proietta il proprio rapporto con autorità, conoscenza e fiducia.
La presenza dell’umorismo è altrettanto importante. Il rischio, affrontando mondi tanto eccentrici, sarebbe ridurre ogni persona incontrata a una caricatura. Il reportage appare invece costruito sulla curiosità per gli esseri umani che stanno dietro alle convinzioni. Perché qualcuno ha bisogno di credere di provenire da un altro pianeta? Che cosa cerca chi passa anni inseguendo una prova? Che ruolo hanno solitudine, bisogno di comunità o sfiducia istituzionale?
Alla fine la domanda “esistono gli alieni?” potrebbe persino risultare meno interessante di quella che il viaggio di Lavelle fa emergere: perché vogliamo così tanto che esistano, oppure perché desideriamo così tanto escluderlo? Anche se nessun extraterrestre dovesse mai comparire, la cultura costruita intorno alla loro possibile presenza ci avrebbe comunque insegnato molto sugli esseri umani. È questo il vero oggetto di “Vivono tra noi”: non ciò che potrebbe trovarsi oltre la Terra, ma ciò che il cielo continua a far emergere dentro di noi.
“Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni” di Philip K. Dick, Il Saggiatore
Philip K. Dick ha trascorso buona parte della propria carriera inventando mondi nei quali i personaggi scoprono improvvisamente che la realtà non è quella che credevano. “Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni” permette di osservare lo scrittore non più soltanto attraverso la fantascienza, ma mentre riflette direttamente sul problema che attraversa tutta la sua opera: che cosa intendiamo esattamente quando diciamo che qualcosa è reale?
La nuova edizione del Saggiatore ripropone questo testo nella collana “Saette”, dedicata a opere brevi pensate come forme di concentrazione piuttosto che come testi minori. Il punto di partenza indicato dall’editore è Disneyland, luogo particolarmente adatto a Dick perché costruito precisamente per produrre una realtà artificiale capace di essere vissuta, almeno temporaneamente, come autentica. Da qui il discorso si apre a filosofia, politica, immaginazione e manipolazione delle apparenze.
Per uno scrittore di fantascienza costruire un universo è apparentemente un problema tecnico: bisogna creare regole coerenti, ambienti credibili, personaggi capaci di abitare il mondo inventato. Dick trasforma però immediatamente la questione letteraria in una domanda filosofica. Se uno scrittore fabbrica realtà fittizie, cosa garantisce che il mondo quotidiano non sia a sua volta sostenuto da convenzioni, narrazioni e sistemi di credenze?
È un interrogativo che attraversa romanzi come “Ubik”, “L’uomo nell’alto castello” o “Le tre stimmate di Palmer Eldritch”, ma qui appare nella forma più esplicita. La realtà diventa ciò che continua a resistere quando le nostre convinzioni vengono meno. Il problema, naturalmente, è che il nostro accesso al mondo passa sempre attraverso linguaggio, percezione e interpretazione. Non incontriamo mai una realtà completamente priva di mediazioni.
Ed è proprio il linguaggio a diventare uno dei terreni decisivi. Se possiamo modificare il modo in cui una cosa viene nominata, possiamo modificarne anche la percezione. In questo senso la riflessione di Dick si avvicina sorprendentemente agli altri tre libri della selezione: Benigno mostra come una categoria possa trasformare gruppi diversi in un “popolo criminale”; Vecchio racconta una generazione che rifiuta le parole e le regole attraverso cui la società precedente aveva organizzato l’obbedienza; Lavelle osserva come uno stesso fenomeno possa essere descritto come segnale extraterrestre, anomalia scientifica o complotto governativo.
Dick porta il problema fino al limite. Se chi controlla le parole può influenzare il modo in cui percepiamo il mondo, la difesa della realtà diventa anche una difesa della possibilità di distinguere tra esperienza e manipolazione. È difficile non riconoscere l’attualità di una domanda simile in un’epoca di immagini sintetiche, contenuti manipolati e ambienti digitali nei quali la distinzione tra evento, rappresentazione e invenzione può diventare sempre meno intuitiva. Questa è un’analogia contemporanea, non qualcosa che Dick potesse naturalmente riferire alle tecnologie di oggi.
Il testo possiede inoltre una caratteristica tipica dell’autore: l’impossibilità di stabilire sempre dove termini la speculazione filosofica e dove inizi una convinzione personale molto più vertiginosa. Dick non osserva il problema della realtà con il distacco di chi possiede una soluzione. Ne è personalmente ossessionato. Proprio questa instabilità rende la sua riflessione così affascinante: il lettore non riceve una teoria ordinata, ma viene trascinato dentro la stessa vertigine che alimentava i suoi romanzi.
Il Saggiatore lo definisce un viaggio lungo il confine fra realtà e false apparenze, ed è forse il modo migliore per leggerlo. Non serve essere appassionati di fantascienza. Basta essersi chiesti almeno una volta quanto del mondo che consideriamo naturale dipenda dalle strutture attraverso cui abbiamo imparato a interpretarlo.
“Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni” è quindi breve soltanto nella dimensione. La domanda che contiene è gigantesca: quando tutte le apparenze vengono eliminate, che cosa rimane? Dick non offre al lettore la tranquillità di una risposta definitiva. Offre qualcosa di più utile: il sospetto che difendere la realtà richieda innanzitutto continuare a interrogarla.
Chi decide che cosa è vero?
Alla fine questi quattro saggi sembrano parlare tutti di confini. Francesco Benigno studia quello tracciato tra la società rispettabile e le sue presunte “classi pericolose”; Concetto Vecchio quello che una generazione decise di oltrepassare quando l’obbedienza smise di apparire naturale; Daniel Lavelle quello sempre instabile fra fenomeno inspiegato e spiegazione costruita; Philip K. Dick arriva invece al confine più radicale, quello tra realtà e rappresentazione.
Leggerli insieme significa quindi scoprire che categorie come criminale, ribelle, credente, complottista, vero e falso non nascono mai completamente nel vuoto. Hanno una storia, vengono prodotte attraverso linguaggi e istituzioni e possono cambiare insieme alle società che le utilizzano.
Forse è questo il filo più forte che unisce quattro libri così diversi: ricordarci che comprendere il mondo non significa soltanto osservare ciò che accade, ma anche imparare a riconoscere le storie attraverso cui abbiamo deciso di chiamarlo realtà.

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