La letteratura possiede una capacità particolare: raccontare ciò che le persone nascondono, a volte perfino a se stesse. Un amore che non si può confessare, una sofferenza che trova espressione soltanto attraverso l’arte oppure un potere talmente radicato da condizionare la vita di intere generazioni. Sono alcune delle suggestioni che attraversano quattro libri pubblicati recentemente da Neri Pozza, capaci di offrire esperienze di lettura profondamente differenti e, allo stesso tempo, unite da un interesse per le contraddizioni dell’essere umano.
Le novità editoriali di ottobre 2026 permettono infatti di spaziare dal grande romanzo familiare americano alla narrativa biografica dedicata a una delle artiste più rivoluzionarie del Novecento, fino alla riscoperta di un autore italiano che ha costruito il proprio universo letterario attorno al rapporto tra immaginazione e inquietudine. Tre proposte che invitano a interrogarsi sulle scelte individuali, sul peso del passato e sulle possibilità offerte dalla creatività, insieme a una quarta storia che amplia ulteriormente il percorso.
3 libri di Neri Pozza che ti appassioneranno
“Le vite nascoste” di Patrick Ryan,Traduzione di Laura Prandino, Neri Pozza
Quanto può incidere un singolo momento sulle esistenze delle persone? È la domanda che attraversa “Le vite nascoste”, il romanzo di Patrick Ryan pubblicato da Neri Pozza, una storia familiare ambientata negli Stati Uniti che segue il destino di due nuclei attraverso alcuni dei decenni più importanti del Novecento americano. Al centro della vicenda troviamo un piccolo paese dell’Ohio, Bonhomie, dove le giornate sembrano trascorrere secondo abitudini consolidate e dove ogni esistenza appare destinata a seguire un percorso prevedibile.
Nella primavera del 1945, mentre la Seconda guerra mondiale volge verso la conclusione, Cal Jenkins vive un momento destinato a modificare profondamente la propria storia. All’interno del negozio di ferramenta del suocero, Margaret Salt, una donna sposata, lo sorprende con un bacio. Cal ha una moglie, Becky, mentre Margaret è legata a Felix. Quello che potrebbe sembrare un episodio privato diventa il punto di partenza di una vicenda molto più ampia, nella quale i desideri individuali si scontrano con le responsabilità familiari e con le aspettative di una comunità.
Il romanzo si sviluppa seguendo le conseguenze di quel gesto nel corso degli anni. Le famiglie Jenkins e Salt attraversano cambiamenti sociali, conflitti generazionali e nuove guerre, mentre i loro componenti cercano di costruire un’esistenza che spesso si allontana dai desideri della giovinezza. La dimensione storica diventa così lo sfondo sul quale prendono forma le vicende personali, mostrando come gli avvenimenti collettivi influenzino anche le decisioni più intime.
Uno degli aspetti più interessanti della premessa narrativa riguarda il rapporto tra segreti e appartenenza. Le famiglie vengono spesso rappresentate come luoghi di protezione, ma possono anche trasformarsi in spazi nei quali si accumulano silenzi, rimpianti e verità difficili da affrontare. Patrick Ryan costruisce il proprio racconto attorno a questa ambivalenza, suggerendo che ciò che viene nascosto per preservare un equilibrio può continuare a condizionare la vita delle generazioni successive.
“Le vite nascoste” si rivolge soprattutto a chi ama i grandi romanzi familiari, le narrazioni corali e le storie nelle quali il tempo diventa un elemento fondamentale. La vicenda promette di esplorare la fragilità dei rapporti umani attraverso personaggi che sbagliano, amano, si allontanano e cercano di proteggere ciò che ritengono importante.
Il suo interesse risiede anche nella scelta di osservare la storia americana attraverso persone comuni, le cui esperienze raramente trovano spazio nei grandi racconti ufficiali. Accanto agli eventi politici e militari, esiste infatti un’altra storia, costruita nelle case, nei negozi, nelle relazioni e nelle rinunce quotidiane. È proprio questa dimensione privata a conferire significato al titolo del romanzo, suggerendo che ogni esistenza custodisce un universo di esperienze che gli altri possono conoscere soltanto in parte.
“In me dorme un grido” di Francesca Diotallevi, Neri Pozza
Può l’arte diventare una forma di sopravvivenza? E quanto può costare a una donna la libertà di costruire la propria identità al di fuori delle aspettative familiari e sociali? Sono alcune delle domande che emergono da “In me dorme un grido”, il romanzo con cui Francesca Diotallevi racconta la vita di Niki de Saint Phalle, una delle figure più originali dell’arte contemporanea, celebre per le sue sculture monumentali e per il Giardino dei Tarocchi, realizzato in Toscana.
La narrazione prende forma attorno al desiderio dell’artista di trasformare un terreno apparentemente arido in un luogo capace di contenere immagini, simboli e creature straordinarie. Dove altri vedono soltanto pietre e polvere, Niki immagina un universo popolato dalle figure degli Arcani maggiori dei Tarocchi. È un progetto ambizioso, che richiede anni di lavoro e coinvolge numerosi collaboratori, ma che assume soprattutto il significato di un percorso personale.
Attraverso questa impresa, Francesca Diotallevi ripercorre le ferite e le trasformazioni dell’artista. Il romanzo racconta il rapporto difficile con la famiglia, l’esperienza del ricovero psichiatrico e la scoperta della creazione artistica come possibilità di esprimere sentimenti che non trovavano altre forme di manifestazione. La carta, la colla, le vernici e successivamente le grandi sculture diventano strumenti attraverso cui dare una forma concreta alla rabbia, alla paura e al desiderio di emancipazione.
La figura di Niki de Saint Phalle è particolarmente interessante perché il suo lavoro artistico mette continuamente in discussione il rapporto tra femminilità, corpo e potere. Le sue opere monumentali propongono immagini femminili lontane dagli ideali tradizionali, trasformando il corpo in una presenza capace di occupare lo spazio e attirare lo sguardo. La sua arte interroga così il modo in cui le donne sono state rappresentate e la possibilità di sottrarsi a immagini costruite da altri.
Nel romanzo assume inoltre un ruolo importante la relazione con Jean Tinguely, lo scultore svizzero conosciuto per le sue macchine in movimento. Il loro rapporto appartiene a un percorso segnato da collaborazioni artistiche, trasformazioni personali e dalla ricerca di una libertà che comporta conseguenze importanti anche nella vita affettiva.
“In me dorme un grido” può attirare soprattutto i lettori interessati alle biografie romanzate, alla storia dell’arte e alle vicende di donne che hanno sfidato le convenzioni del proprio tempo. Il Giardino dei Tarocchi diventa il simbolo più potente di questa ricerca, perché trasforma un paesaggio reale in un universo nel quale trovano posto paure, desideri, memorie e possibilità di rinascita.
Francesca Diotallevi sceglie quindi una protagonista la cui esistenza permette di riflettere sulla relazione tra creatività e sofferenza, ma anche sulla determinazione necessaria per dare forma a un progetto considerato impossibile. È una storia che invita a guardare oltre l’immagine pubblica dell’artista, per scoprire le contraddizioni e le esperienze personali che hanno accompagnato la nascita delle sue opere.
“La morte segreta di Josif Giugasvili” di Giorgio De Maria, Neri Pozza
Un romanzo pubblicato nel 1976 torna in libreria cinquant’anni dopo, riportando l’attenzione su uno degli autori più enigmatici della letteratura italiana del secondo Novecento. “La morte segreta di Josif Giugasvili” di Giorgio De Maria è una delle proposte più particolari del catalogo recente di Neri Pozza, soprattutto per il modo in cui utilizza una figura storica profondamente controversa, quella di Stalin, per costruire una narrazione nella quale la realtà si intreccia all’immaginazione.
Il titolo riprende il nome di nascita del dittatore sovietico, Iosif Džugašvili, conosciuto universalmente come Stalin. Questa scelta suggerisce già un’operazione letteraria interessante: sottrarre il personaggio alla dimensione puramente monumentale della storia politica e ricondurlo a un’identità personale, aprendo uno spazio nel quale interrogarsi sul rapporto tra individuo e potere.
Giorgio De Maria, autore torinese riscoperto negli ultimi anni anche grazie alla ripubblicazione di “Le venti giornate di Torino”, appartiene a quella categoria di scrittori difficili da racchiudere entro un unico genere. La sua narrativa attraversa il mistero, l’allegoria, l’inquietudine e l’osservazione delle contraddizioni sociali, costruendo situazioni che sembrano sfuggire alle normali regole della realtà.
In “La morte segreta di Josif Giugasvili”, il rapporto tra verità storica e invenzione narrativa diventa centrale. La figura di Stalin permette infatti di affrontare questioni legate all’autorità, alla violenza e alla capacità del potere di condizionare l’immaginario collettivo. Il romanzo suggerisce che la storia possa essere osservata anche attraverso ciò che rimane oscuro, ambiguo o difficile da comprendere.
Uno degli aspetti più affascinanti di questa riscoperta riguarda il contesto culturale nel quale Giorgio De Maria scriveva. Negli anni Settanta, la narrativa italiana attraversava una stagione di sperimentazioni, nella quale diversi autori cercavano modalità nuove per rappresentare l’inquietudine politica e sociale. De Maria sviluppava un immaginario personale, capace di trasformare la realtà contemporanea in una dimensione perturbante, dove il lettore viene continuamente spinto a dubitare di ciò che considera possibile.
L’opera acquista inoltre un interesse particolare se letta alla luce del successivo “Le venti giornate di Torino”, pubblicato originariamente nel 1977, che ha contribuito alla recente rivalutazione dello scrittore. Entrambi i libri testimoniano la sua attrazione per le zone più oscure dell’esperienza collettiva e per i meccanismi attraverso i quali paura e autorità possono modificare il comportamento delle persone.
“La morte segreta di Josif Giugasvili” è quindi una lettura indicata per chi cerca opere insolite, romanzi che mescolano storia e immaginazione e autori italiani ancora poco conosciuti dal grande pubblico. La nuova edizione Neri Pozza rappresenta anche un’occasione per approfondire una voce letteraria che, a distanza di mezzo secolo, continua a suscitare interrogativi sul rapporto tra potere, coscienza e libertà.
Perché leggere queste novità Neri Pozza
Le tre opere mostrano come una casa editrice possa costruire un catalogo capace di attraversare sensibilità letterarie differenti. Patrick Ryan osserva le trasformazioni delle famiglie americane attraverso i segreti e le scelte individuali, Francesca Diotallevi racconta la ricerca di libertà di una grande artista e Giorgio De Maria utilizza la dimensione visionaria per interrogarsi sulle contraddizioni del potere.

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