Le nuove disposizioni scolastiche hanno destato un po’ di clamore. Sembrerebbe che nomi importante della letteratura italiana vengano esclusi dalle nuove disposizioni scolastiche. Ma di chi si tratta? Manzoni è uno di questi.
Eppure, negli ultimi mesi, una notizia ha iniziato a circolare con insistenza, generando dibattiti, indignazione e riflessioni profonde: dal 2027 non si studierà più Manzoni a scuola. Una frase forte, quasi provocatoria, che tocca uno dei pilastri della tradizione culturale italiana. Ma cosa significa davvero? Si tratta davvero di un’esclusione?
O piuttosto di un cambiamento più complesso nel modo di insegnare la letteratura?
Per capire cosa sta accadendo, bisogna andare oltre.
Le nuove linee guida: più libertà, meno canone rigido
Le nuove disposizioni del Ministero dell’Istruzione si inseriscono in un progetto più ampio di revisione dei programmi scolastici, con l’obiettivo di rendere lo studio della letteratura più flessibile e vicino alla contemporaneità.
Il punto centrale della riforma non è l’eliminazione degli autori classici, ma la trasformazione del modo in cui vengono insegnati. Il modello tradizionale, basato su un canone rigido e su una successione cronologica quasi obbligatoria, lascia spazio a un approccio più tematico, interdisciplinare e aperto.
In questo contesto, Manzoni non scompare, ma perde la sua posizione “obbligata”.
Non sarà più un passaggio imprescindibile per tutti gli studenti, ma diventerà uno degli autori che i docenti potranno scegliere di approfondire, in base al percorso didattico e agli obiettivi formativi.
Questo cambiamento segna una svolta importante.
Non è più lo Stato a stabilire in modo assoluto cosa deve essere letto, ma la scuola a costruire il proprio percorso culturale.
Perché proprio Manzoni è al centro del dibattito
Se la riforma riguarda l’intero impianto della letteratura, perché il nome di Manzoni è diventato il simbolo di questo cambiamento?
La risposta è semplice: “I Promessi Sposi” non sono solo un romanzo. Sono, da decenni, il testo per eccellenza della scuola italiana. Un’opera che ha rappresentato un punto di riferimento per generazioni di studenti, spesso più come obbligo che come scoperta.
Mettere in discussione la centralità di Manzoni significa quindi mettere in discussione un intero modello educativo. Per alcuni, si tratta di una perdita.
Un allontanamento dalle radici culturali, un rischio di impoverimento, una rinuncia a un autore che ha contribuito in modo decisivo alla formazione della lingua e dell’identità italiana. Per altri, invece, è un’opportunità.
Un modo per superare un approccio percepito come distante, per aprire lo spazio a nuovi autori, a nuove voci, a una letteratura più inclusiva e rappresentativa.
Il problema non è Manzoni, ma come viene insegnato
Al centro del dibattito emerge una questione fondamentale. Il problema non è Manzoni in sé, ma il modo in cui Manzoni viene proposto.
Per molti studenti, “I Promessi Sposi” rappresentano un’esperienza faticosa, spesso vissuta come un dovere più che come un’occasione di crescita. La distanza linguistica, la struttura del romanzo, il contesto storico rendono la lettura complessa, soprattutto se non accompagnata da un lavoro di mediazione efficace.
La riforma, in questo senso, cerca di intervenire proprio su questo punto, non eliminare il classico, ma restituirgli senso.
Permettere di leggere Manzoni non perché è obbligatorio, ma perché è utile, significativo, capace di parlare al presente.
E allo stesso tempo, affiancarlo ad altri autori, ad altre prospettive, ad altre narrazioni.
Una scuola più aperta o più fragile?
Ogni cambiamento genera resistenza e questa riforma non fa eccezione.
C’è chi teme che una maggiore libertà possa tradursi in una perdita di riferimenti comuni. Se ogni scuola costruisce il proprio percorso, cosa resta condiviso? Quali sono i testi che definiscono una cultura collettiva? È una domanda legittima, ma allo stesso tempo, c’è anche un’altra questione.
Il canone tradizionale, così come è stato insegnato per decenni, è davvero rappresentativo? O ha escluso, nel tempo, voci e prospettive importanti?
La riforma sembra voler rispondere a questa seconda domanda, aprendo la possibilità di includere nuovi autori, nuove tematiche, nuove modalità di lettura.
Non si tratta di cancellare il passato, ma di metterlo in dialogo con il presente.
Cosa cambia davvero per gli studenti
Per gli studenti, il cambiamento potrebbe essere significativo. Lo studio della letteratura potrebbe diventare meno rigido, più dinamico, più vicino alle esperienze individuali. I percorsi didattici potrebbero intrecciare classici e contemporanei, testi italiani e internazionali, letteratura e altri linguaggi.
In questo scenario, Manzoni non scompare, ma cambia ruolo.
Non è più il punto di partenza obbligato, ma una delle possibili tappe di un percorso più ampio.
Questo potrebbe permettere una lettura più consapevole, meno legata all’obbligo e più alla scelta.
Dire che dal 2027 non si studierà più Manzoni a scuola è, in fondo, una semplificazione. Manzoni non scompare, ma viene trasformato il modo di insegnarlo così per gli altri grandi nomi della letteratura,
La riforma non cancella i classici, ma mette in discussione il modo in cui vengono insegnati. E questo apre un dibattito importante, che riguarda non solo la letteratura, ma l’idea stessa di educazione.
Cosa significa studiare un autore? Memorizzare un contenuto o costruire un rapporto con un testo? Forse è proprio questa la domanda più interessante. E forse è da qui che bisogna partire.
