2 manga giapponesi scandalosi che sfidano ogni tabù

2 manga giapponesi provocatori da scoprire: “Il mostro rosa” di Suehiro Maruo e “Palepoli” di Usamaru Furuya, tra arte, eros e tabù.

2 manga giapponesi scandalosi che sfidano ogni tabù

Quando si parla di manga giapponesi, il pensiero corre spesso alle grandi saghe d’avventura, ai romance, alle storie fantastiche oppure agli horror che hanno conquistato il pubblico internazionale. Esiste però un’altra tradizione, meno rassicurante e spesso più sperimentale, nella quale il fumetto diventa un territorio di libertà espressiva.

È una produzione che attinge alla pittura, al cinema, al teatro, alla letteratura e persino all’immaginario religioso per rappresentare ciò che la società preferisce nascondere, trasformando desideri, paure e contraddizioni in immagini difficili da dimenticare.

In questa prospettiva si collocano due autori come Suehiro Maruo e Usamaru Furuya, protagonisti di percorsi artistici differenti ma accomunati dalla volontà di mettere in discussione le regole della rappresentazione.

Con “Il mostro rosa” e “Palepoli”, Coconino Press propone due opere che permettono di esplorare le possibilità del manga d’autore, oltre i confini dei generi più popolari. Il primo attraversa gli aspetti più perturbanti del desiderio umano, mentre il secondo utilizza la parodia e l’assurdo per smontare i simboli della cultura contemporanea. Entrambi dimostrano che il fumetto può essere provocatorio anche quando la provocazione nasce da un’idea estetica.

2 manga dei maestri del Giappone

“Il mostro rosa” di Suehiro Maruo, Coconino Press

Esiste una forma di bellezza che nasce dalla deformazione, dal disagio e da ciò che normalmente provoca repulsione. È proprio intorno a questo paradosso che si sviluppa l’universo artistico di Suehiro Maruo, uno degli autori più riconoscibili del manga giapponese alternativo. Con “Il mostro rosa”, pubblicato da Coconino Press, il fumettista torna a esplorare il rapporto tra attrazione e orrore attraverso quattordici racconti nei quali il corpo umano, il desiderio e la violenza diventano elementi di un immaginario visivo estremo.

Per comprendere il valore di questa raccolta bisogna partire dall’estetica ero guro, espressione derivata dall’unione dei termini erotico e grottesco. Si tratta di una corrente culturale giapponese che ha trovato espressione nella letteratura, nelle arti visive e nella cultura popolare, soprattutto a partire dal Novecento. Il suo interesse non riguarda soltanto la rappresentazione di immagini scioccanti, ma anche la possibilità di osservare le pulsioni umane attraverso ciò che viene considerato anormale, proibito o moralmente inaccettabile. Maruo si inserisce in questa tradizione elaborando un linguaggio personale, nel quale la raffinatezza del disegno entra continuamente in contrasto con la crudeltà dei soggetti.

Nei racconti di “Il mostro rosa”, la deformazione fisica può essere interpretata come una manifestazione visibile dei conflitti interiori. Il corpo smette di rappresentare un’identità stabile e rassicurante, trasformandosi in un territorio sul quale si imprimono desideri, ossessioni e paure. L’erotismo si intreccia così alla perdita di controllo, mentre la bellezza assume caratteristiche inquietanti. È un immaginario che invita a interrogarsi su quanto il giudizio estetico dipenda dalle convenzioni sociali e su quale sia il confine tra ciò che desideriamo osservare e ciò da cui vorremmo distogliere lo sguardo.

Un elemento particolarmente interessante riguarda i riferimenti artistici che attraversano la raccolta. La presentazione editoriale richiama il cinema di Pier Paolo Pasolini e Liliana Cavani, l’espressionismo cinematografico del “Gabinetto del dottor Caligari”, il teatro kabuki e l’iconografia di Marlene Dietrich. Sono suggestioni differenti, accomunate dall’interesse per la teatralità, la costruzione dell’immagine e il rapporto tra il corpo e la sua rappresentazione. In Maruo, questi riferimenti contribuiscono a creare un mondo nel quale l’orrore assume una forma quasi scenografica, spesso caratterizzata da una bellezza artificiale e disturbante. Maruo Suehiro +1

Questa attenzione alla dimensione visiva distingue il suo lavoro da un horror costruito esclusivamente per suscitare paura. L’inquietudine nasce anche dalla composizione delle immagini, dall’eccesso decorativo e dal contrasto tra eleganza formale e contenuti violenti. Il lettore viene posto davanti a una contraddizione: può riconoscere la qualità artistica di una rappresentazione e, contemporaneamente, provarne disagio. È proprio questa tensione a rendere la poetica di Maruo tanto riconoscibile quanto divisiva.

C’è poi un aspetto culturale che merita attenzione. Il grottesco non coincide necessariamente con la celebrazione delle pulsioni raffigurate. Può invece diventare uno strumento per rappresentare il lato oscuro dei rapporti umani, mostrando quanto siano fragili le categorie attraverso cui distinguiamo normalità, devianza, bellezza e mostruosità. In questo senso, “Il mostro rosa” offre l’occasione di riflettere sul corpo come luogo di conflitto fra desiderio individuale e controllo sociale.

La raccolta si rivolge soprattutto a lettori adulti interessati all’horror sperimentale, alla storia dell’arte e alle manifestazioni più radicali del fumetto giapponese. Le immagini e i temi annunciati dall’editore suggeriscono una lettura particolarmente intensa, da affrontare con consapevolezza per la presenza di contenuti sessuali e violenti. Il suo interesse risiede nella possibilità di scoprire un autore che ha fatto dell’eccesso una ricerca espressiva, trasformando la provocazione in un linguaggio artistico attraverso il quale osservare gli aspetti meno rassicuranti dell’essere umano.

“Palepoli” di Usamaru Furuya, Coconino Press

Che cosa accadrebbe se i personaggi dei manga incontrassero i protagonisti della pittura rinascimentale, se le immagini religiose venissero trasformate in gag surreali e se alcuni dei simboli più riconoscibili della cultura popolare fossero privati del loro significato abituale? È da un’operazione di questo genere che prende forma “Palepoli”, l’opera d’esordio di Usamaru Furuya, pubblicata in Italia da Coconino Press. Un manga che mette in discussione non soltanto i contenuti della narrazione, ma anche le regole attraverso cui siamo abituati a leggere e interpretare le immagini.

Furuya debutta nel 1994 sulle pagine di “Garo”, storica rivista giapponese legata alla sperimentazione e al fumetto d’avanguardia. La sua formazione artistica comprende la pittura a olio e l’interesse per altre discipline espressive, elementi che aiutano a comprendere l’impostazione di “Palepoli”. L’opera nasce infatti da un confronto con la struttura tradizionale dello yonkoma, il manga composto da quattro vignette, ma utilizza questa forma breve per sviluppare soluzioni grafiche sorprendenti e spesso deliberatamente irregolari. lucca2026.luccacomicsandgames.com +1

Il risultato è un insieme di episodi nel quale la comicità convive con il macabro, la parodia con la citazione artistica e l’assurdo con una critica alle abitudini della società contemporanea. Furuya attinge a un repertorio culturale vastissimo, facendo incontrare figure religiose, protagonisti del cinema, personaggi dei fumetti e capolavori dell’arte occidentale. Nelle sue pagine compaiono riferimenti a Gesù e Buddha, ai Beatles, a Botticelli e Mantegna, a “Doraemon”, a “Pulp Fiction” e ai manga di autori come Osamu Tezuka. La loro presenza non risponde soltanto al gusto della citazione: permette di creare accostamenti inattesi e di ribaltare le aspettative del lettore.

Uno degli aspetti più significativi di “Palepoli” è proprio il modo in cui tratta i simboli culturali. Le immagini religiose, per esempio, vengono normalmente associate a valori di sacralità e rispetto. Le icone della cultura pop, invece, appartengono a un immaginario collettivo che tende a renderle immediatamente riconoscibili. Inserendo questi elementi in situazioni paradossali, Furuya ne interrompe il significato abituale e costringe il pubblico a guardarli da una prospettiva differente. La provocazione nasce così dalla distanza tra ciò che un’immagine rappresenta tradizionalmente e il nuovo contesto nel quale viene collocata.

Il manga diventa quindi un laboratorio per riflettere sul potere delle immagini. Un dipinto rinascimentale, un personaggio televisivo o una figura sacra possono essere riconosciuti anche quando vengono trasformati radicalmente, proprio perché la cultura ha attribuito loro un significato condiviso. Furuya sfrutta questa familiarità per produrre spaesamento, mostrando quanto le nostre interpretazioni dipendano dall’abitudine. Il riso diventa una reazione possibile davanti alla perdita di punti di riferimento, ma può accompagnarsi anche al disagio e alla sorpresa.

La struttura breve delle storie favorisce questa sperimentazione. Le quattro vignette, anziché imporre una formula rigida, diventano uno spazio nel quale sovvertire il ritmo della narrazione e giocare con la percezione. Anche il disegno può cambiare registro, passando da richiami alla tradizione del manga a immagini più elaborate, fino a composizioni che evocano altri linguaggi artistici. L’effetto complessivo è quello di una continua trasformazione, nella quale il lettore deve rinegoziare il proprio rapporto con ciò che vede. Coconino Press +1

È interessante osservare come questa libertà formale si colleghi a una riflessione sulle contraddizioni della società. Attraverso la parodia, Furuya può mettere in discussione l’autorità delle immagini, il conformismo e le gerarchie culturali senza ricorrere a una narrazione apertamente didascalica. L’umorismo nero permette di affrontare argomenti scomodi, trasformando situazioni paradossali in occasioni per riconoscere comportamenti e pregiudizi familiari. La satira coinvolge tanto la cultura giapponese quanto quella occidentale, suggerendo che nessun repertorio simbolico sia completamente immune alla reinterpretazione.

“Palepoli” è dunque una lettura particolarmente interessante per chi ama la storia del manga, l’arte contemporanea e i linguaggi sperimentali. La sua importanza risiede anche nel mostrare una delle direzioni attraverso cui il fumetto giapponese ha saputo confrontarsi con le avanguardie artistiche, dimostrando che poche vignette possono contenere una quantità sorprendente di riferimenti e possibilità espressive. Più che raccontare una singola storia, Furuya costruisce un universo nel quale ogni immagine può diventare il punto di partenza per una nuova interpretazione. Ed è proprio questa imprevedibilità a rendere “Palepoli” un’opera ancora capace di incuriosire e provocare.

Perché leggere questi due manga giapponesi

“Il mostro rosa” e “Palepoli” rappresentano due modi differenti di superare i confini della rappresentazione. Suehiro Maruo utilizza l’orrore e l’erotismo grottesco per esplorare il rapporto tra corpo, desiderio e mostruosità, mentre Usamaru Furuya si affida all’ironia, alla parodia e alla contaminazione artistica per mettere in crisi i significati che attribuiamo alle immagini.

La loro forza risiede nella capacità di ricordare che il manga è un linguaggio molto più vasto delle categorie nelle quali viene abitualmente suddiviso. Può dialogare con la pittura, il teatro, il cinema e la letteratura, diventando uno spazio di sperimentazione nel quale l’autore è libero di affrontare anche gli argomenti più controversi.

La provocazione, in entrambi i casi, non costituisce necessariamente un fine, ma può diventare il mezzo attraverso cui interrogare la società e il nostro modo di interpretarla. Leggere queste opere significa anche scoprire una parte della storia del fumetto giapponese che ha scelto di percorrere strade meno convenzionali, contribuendo ad ampliare le possibilità artistiche del medium.