La nuova “Carrie” di Mike Flanagan arriva su Prime Video il 7 ottobre 2026 con otto episodi che reinventano in chiave contemporanea il romanzo d’esordio di Stephen King. La storia rimane quella di Carrie White, adolescente cresciuta sotto il controllo religioso e psicologico della madre Margaret, costretta a confrontarsi per la prima volta con il mondo esterno, il liceo, il desiderio di essere accettata e la scoperta dei propri poteri. Ma l’adattamento amplia considerevolmente l’universo originario e utilizza anche la letteratura per raccontare la formazione della protagonista.
La presenza dei libri è tutt’altro che casuale. Quando Carrie scopre la biblioteca scolastica, la sua meraviglia davanti alla possibilità di leggere liberamente rende immediatamente evidente quanto la conoscenza le sia stata sottratta durante l’infanzia. Una recensione del Los Angeles Times segnala esplicitamente che tra i volumi che vediamo con lei compaiono “Io so perché canta l’uccello in gabbia”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “La notte scorsa al Telegraph Club”. La serie costruisce inoltre un piccolo rapporto letterario tra Carrie e il consulente scolastico Peter Morton, che scambia con lei citazioni preferite e arriva a proporle una frase di “Frankenstein”.
Mettendo insieme tutti i titoli mostrati e citati emergono collegamenti sorprendenti. Sono storie di ragazze alla ricerca di un posto nel mondo, adolescenti incapaci di riconoscersi nella società che li circonda, donne alle quali viene sottratto il controllo del proprio corpo, individui imprigionati da istituzioni che pretendono di definirli e creature trasformate in mostri dallo sguardo degli altri. Più che una semplice lista di letture, sembra quasi una biblioteca costruita intorno alla domanda fondamentale di “Carrie”: cosa accade a una persona quando tutti gli altri decidono per lei chi deve essere?
10 libri letti da Carrie e non solo
“La tua vita sarà meravigliosa” di Emily Winfield Martin, Ape Junior
Tra tutti i libri che compaiono in “Carrie”, “La tua vita sarà meravigliosa” è forse quello che produce il contrasto più doloroso con l’esistenza della protagonista. È un albo illustrato rivolto ai bambini e costruito intorno a una promessa affettiva semplicissima: un genitore osserva il proprio figlio e immagina con fiducia tutte le possibilità della vita che lo attende. Il futuro non viene definito in anticipo, perché ciò che conta è precisamente la libertà del bambino di diventare qualcuno che ancora nessuno può conoscere.
Proprio questa apertura rende il libro interessante accanto a Carrie White. Carrie cresce infatti all’interno di un modello familiare quasi opposto. Margaret non riesce a guardare la figlia come una persona che deve ancora scoprire chi sia: possiede già una spiegazione per il suo corpo, i suoi desideri, la sessualità e persino per ciò che dovrebbe temere. L’adolescenza, invece di diventare progressivamente autonomia, viene vissuta come un territorio da sorvegliare. Il contrasto tra le due idee di maternità è quindi radicale: da una parte l’amore che accompagna un futuro ancora aperto, dall’altra un amore deformato dalla paura fino a trasformarsi in controllo.
Il titolo stesso, “La tua vita sarà meravigliosa”, acquista così dentro “Carrie” una sfumatura quasi tragica. Ogni adolescente dovrebbe poter immaginare davanti a sé un insieme di possibilità; Carrie arriva invece al liceo con pochissimi strumenti per pensare persino alla normalità. Le cose più comuni, amicizie, libri, vestiti, relazioni sociali, conoscenza del proprio corpo, assumono per lei il valore di scoperte.
Eppure proprio per questo l’albo contiene anche qualcosa di importante sulla Carrie della serie. La protagonista non desidera inizialmente distruggere il mondo che la circonda: vuole entrarvi. Esiste ancora in lei la capacità di sorprendersi, imparare e immaginare un’esistenza differente da quella costruita dalla madre. Prima di essere la ragazza associata nell’immaginario popolare al sangue e alla vendetta, Carrie è soprattutto qualcuno che avrebbe potuto avere un altro futuro.
Inserire un libro tanto luminoso in una storia come “Carrie” significa allora ricordare ciò che spesso viene dimenticato osservando la protagonista soltanto attraverso il finale tragico. Dietro l’orrore rimane una ragazza alla quale, almeno per qualche momento, potrebbe ancora essere rivolta quella stessa promessa: la tua vita non è già scritta.
“Anna dai capelli rossi” di Lucy Maud Montgomery, Gallucci
A prima vista potrebbe sembrare difficile trovare un collegamento tra Carrie White e Anna Shirley. “Anna dai capelli rossi” è diventato uno dei grandi classici della letteratura per ragazzi grazie alla vitalità della sua protagonista, alla sua immaginazione e alla capacità di trasformare Green Gables nel luogo al quale finalmente appartenere. Eppure proprio la condizione iniziale di Anna rivela un primo punto di contatto: anche lei arriva nel mondo sentendosi profondamente fuori posto.
Matthew e Marilla Cuthbert avevano chiesto all’orfanotrofio un ragazzo che potesse aiutarli nei lavori della fattoria. Alla stazione trovano invece una bambina di undici anni, magra, lentigginosa, dai capelli rossi e dotata di un’immaginazione incontenibile. Anna entra quindi nella nuova famiglia come un errore. Prima ancora di poter dimostrare chi sia, deve confrontarsi con l’idea di non essere la persona desiderata.
Carrie conosce molto bene questa sensazione. Anche il suo corpo diventa qualcosa che gli altri giudicano prima ancora di conoscerla. La differenza, però, è ciò che accade successivamente. Anna trova progressivamente persone capaci di lasciarsi trasformare dalla sua presenza. Marilla cambia, Green Gables diventa casa e quella ragazza inizialmente arrivata per sbaglio conquista una comunità senza dover cancellare completamente la propria eccentricità.
“Carrie” racconta invece il lato oscuro dello stesso desiderio di appartenenza. Che cosa succede quando la comunità non accoglie la persona diversa ma continua a definirla attraverso l’errore, la stranezza e l’umiliazione? Anna riesce a trasformare la propria immaginazione in una forza capace di rendere abitabile il mondo; Carrie viene continuamente ricondotta alla percezione che gli altri hanno di lei.
C’è poi un elemento ancora più sottile che avvicina le due ragazze: entrambe possiedono una fortissima vita interiore. Anna ribattezza luoghi e paesaggi, reinventando linguisticamente ciò che la circonda. Carrie, cresciuta in uno spazio nel quale moltissime esperienze le sono proibite, deve invece costruire quasi da zero il proprio rapporto con il mondo esterno.
Leggere “Anna dai capelli rossi” dentro “Carrie” significa allora incontrare quasi una storia alternativa. È il racconto di ciò che può accadere quando una ragazza considerata inizialmente “sbagliata” incontra qualcuno disposto a lasciarle lo spazio necessario per diventare se stessa.
“Il giovane Holden” di J. D. Salinger, traduzione di Matteo Colombo, Einaudi
Pochi personaggi della letteratura del Novecento hanno rappresentato l’alienazione adolescenziale quanto Holden Caulfield. Espulso dall’ennesima scuola e incapace di sopportare ciò che considera l’ipocrisia del mondo adulto, il protagonista di Salinger attraversa New York muovendosi continuamente tra desiderio di fuga e bisogno disperato di vicinanza. La sua ribellione possiede spesso la forma dell’irritazione, dell’ironia o del rifiuto, ma dietro l’aggressività rimane un adolescente incapace di trovare un posto sicuro nel quale fermarsi.
È proprio questa condizione a rendere “Il giovane Holden” particolarmente significativo all’interno della biblioteca di “Carrie”. Carrie e Holden potrebbero sembrare opposti: lui parla continuamente, giudica tutto, prova a sottrarsi alle regole; lei è stata educata a reprimersi, obbedire e occupare meno spazio possibile. Eppure entrambi osservano il mondo degli adulti come un sistema nel quale qualcosa non torna.
Per Carrie l’incoerenza è ancora più profonda. Le vengono insegnati precetti religiosi che dovrebbero parlare di amore e salvezza, ma che nella sua esperienza diventano strumenti di paura e punizione. Anche la scuola, che dovrebbe rappresentare un luogo di educazione e socializzazione, può trasformarsi nel teatro della crudeltà. Le istituzioni non coincidono quindi necessariamente con ciò che dichiarano di essere.
Holden reagisce a questa contraddizione chiamandola falsità. Carrie possiede inizialmente un linguaggio molto più limitato per riconoscerla. È anche per questo che la lettura assume un significato importante: i libri le permettono di incontrare persone immaginarie che hanno già provato sentimenti per i quali lei non possiede ancora parole.
Ma “Il giovane Holden” parla anche dell’illusione di poter proteggere l’innocenza. Holden fantastica di salvare i bambini prima che cadano dal metaforico campo di segale; Carrie è invece una ragazza la cui innocenza è stata preservata in maniera artificiale attraverso l’ignoranza. La serie mette così davanti allo spettatore due modi molto diversi di confrontarsi con il passaggio all’età adulta.
Il romanzo di Salinger ricorda soprattutto che dietro un adolescente “difficile” può nascondersi un dolore che gli adulti non hanno saputo vedere. È una chiave di lettura che, applicata a Carrie White, diventa quasi inevitabile.
“Frankenstein” di Mary Shelley, Feltrinelli
“Frankenstein” è il riferimento letterario più esplicito della serie. Peter Morton, il consulente scolastico, instaura con Carrie un piccolo scambio di citazioni letterarie e le propone proprio una frase del romanzo di Mary Shelley dedicata al dolore prodotto da un cambiamento improvviso; Carrie risponde di non amare le storie spaventose.
L’ironia è evidente. Carrie si trova dentro una delle storie horror più celebri della cultura contemporanea, ma soprattutto condivide con la creatura di Shelley una domanda essenziale: chi è veramente il mostro?
Il romanzo pubblicato nel 1818 viene continuamente ridotto nell’immaginario popolare alla figura dello scienziato che crea un essere mostruoso. Ma uno dei suoi nuclei più profondi riguarda il modo in cui quella creatura diventa progressivamente ciò che gli altri temono. Victor Frankenstein la abbandona immediatamente perché non riesce a sopportarne l’aspetto. Gli esseri umani la respingono prima ancora di conoscerla. La violenza arriva dopo una lunga esperienza di solitudine e rifiuto.
Il parallelo con Carrie è potentissimo. Anche lei viene definita attraverso lo sguardo della comunità. È “strana” prima che qualcuno provi a comprenderla, diventa bersaglio prima ancora di essere davvero conosciuta. Persino i suoi poteri possono essere letti secondo questa ambivalenza: ciò che potrebbe semplicemente renderla diversa viene immediatamente associato al pericolo.
Mary Shelley costruisce inoltre un romanzo sulla responsabilità. Victor crea una vita ma rifiuta le conseguenze del proprio gesto. “Carrie” può essere osservata attraverso una domanda analoga: quanto della tragedia appartiene davvero alla ragazza e quanto è stato prodotto dalle persone e dalle istituzioni che l’hanno cresciuta, isolata e umiliata?
Il riferimento funziona quindi quasi come una dichiarazione programmatica. “Frankenstein” non anticipa semplicemente che qualcosa di terribile accadrà. Suggerisce una modalità per guardarlo: prima di indicare il mostro, bisogna chiedersi chi lo ha costruito.
“Grandi speranze” di Charles Dickens, Einaudi
Il titolo di Charles Dickens sembra quasi scritto per una storia di adolescenza: “Grandi speranze”. Pip è un giovane orfano che riceve improvvisamente la possibilità di cambiare condizione sociale e comincia a immaginare un futuro completamente diverso. Ma più tenta di diventare la persona che pensa di dover essere, più deve confrontarsi con vergogna, senso di colpa, desiderio e illusioni.
Il legame con Carrie passa innanzitutto attraverso il problema della trasformazione. Anche lei, entrando nella scuola, comincia a scoprire la possibilità di una nuova identità. Per la prima volta può immaginarsi fuori dalla casa materna e dal sistema di regole nel quale è cresciuta. Vestiti, amicizie, libri, relazioni e perfino il ballo scolastico diventano simboli di qualcosa che fino a poco prima non sembrava possibile: un futuro normale.
Dickens, però, conosce bene il lato pericoloso delle aspettative. Pip comincia a vergognarsi delle proprie origini quando pensa che diventare un gentiluomo significhi liberarsi di tutto ciò che apparteneva alla sua vita precedente. Il cambiamento rischia quindi di trasformarsi nella sostituzione di uno sguardo esterno con un altro.
Carrie affronta una tensione simile. Vuole essere accettata, ma l’accettazione può diventare fragile se dipende completamente dalla capacità di aderire alle aspettative degli altri. Il suo desiderio di normalità è comprensibile proprio perché le è stata negata per tanto tempo, ma la serie conosce la precarietà di quella promessa.
“Grandi speranze” parla inoltre di ciò che accade quando scopriamo che le storie attraverso cui avevamo interpretato la nostra vita erano sbagliate. Le aspettative di Pip vengono progressivamente smontate e il passaggio alla maturità coincide anche con la capacità di guardare diversamente ciò che aveva desiderato.
Accanto a “Carrie”, il titolo diventa quasi amaramente profetico: le speranze possono salvare perché permettono di immaginare il cambiamento, ma possono anche rendere ancora più devastante il momento in cui qualcuno decide di distruggerle.
“Io so perché canta l’uccello in gabbia” di Maya Angelou, Mondadori
Tra i libri che la serie mostra esplicitamente nella pila di letture di Carrie c’è “Io so perché canta l’uccello in gabbia” di Maya Angelou. È forse uno dei riferimenti più forti dell’intera selezione perché il concetto di gabbia entra immediatamente in relazione con l’esistenza della protagonista.
Nel primo volume della propria autobiografia, Angelou racconta l’infanzia e la prima adolescenza attraversate dalla segregazione razziale, dalla povertà, dal trauma e dalla violenza sessuale. Ma il centro del libro non è la riduzione di Maya alla sofferenza: è il lungo processo attraverso il quale una bambina che per un periodo sceglie persino il silenzio riesce a riappropriarsi della propria voce.
È proprio questo passaggio che rende il libro così importante accanto a Carrie. Anche Carrie è stata educata al silenzio. Non conosce molte delle parole necessarie per interpretare il proprio corpo e i propri desideri perché quelle conoscenze le sono state volontariamente negate. Ogni volta che prova a uscire dai confini stabiliti dalla madre incontra la colpa.
La gabbia, dunque, non deve essere fisica per esistere. Può essere fatta di paura, vergogna, divieti e idee interiorizzate. Ma il titolo di Angelou contiene anche l’altra metà dell’immagine: l’uccello canta. La voce può sopravvivere persino dentro lo spazio che cerca di contenerla.
Naturalmente le esperienze di Maya Angelou e Carrie White appartengono a realtà profondamente differenti e non vanno sovrapposte. Proprio la differenza rende significativo che il libro entri nella formazione di Carrie: la lettura offre accesso a vite che la protagonista non avrebbe mai potuto conoscere dentro l’universo chiuso costruito dalla madre.
Tra tutti i volumi presenti nella serie, questo è forse quello che spiega meglio cosa rappresenti per Carrie la biblioteca. Leggere significa scoprire che esistono parole per nominare la sofferenza e, soprattutto, che l’identità di chi ha sofferto non deve essere definita per sempre da ciò che gli è stato fatto.
“La notte scorsa al Telegraph Club” di Malinda Lo, traduzione di Giusi Palomba, Mondadori
Anche “La notte scorsa al Telegraph Club” viene mostrato esplicitamente tra i libri scelti da Carrie. La presenza del romanzo di Malinda Lo è particolarmente interessante perché introduce nella biblioteca della protagonista una storia queer contemporanea costruita proprio intorno al contrasto fra identità personale e sistema sociale.
San Francisco, 1954. Lily Hu ha diciassette anni, appartiene a una famiglia sinoamericana e incontra Kathleen Miller sotto l’insegna al neon del Telegraph Club, locale lesbico nel quale trova finalmente uno spazio in cui il proprio desiderio può essere riconosciuto. Ma gli Stati Uniti del maccartismo non rappresentano un ambiente sicuro né per una ragazza queer né per una famiglia sinoamericana sottoposta al sospetto politico e razziale.
Il romanzo racconta quindi una forma di doppia sorveglianza: quella che disciplina chi si può amare e quella che decide chi può essere considerato pienamente appartenente a una nazione. Lily deve comprendere chi sia mentre intorno a lei esistono forze che vorrebbero stabilirlo al suo posto.
È difficile non riconoscere un collegamento con Carrie. Anche il suo percorso riguarda la scoperta di desideri ed esperienze che le sono stati presentati come pericolosi o peccaminosi. Margaret costruisce il proprio potere proprio attraverso la proibizione: esistono cose che Carrie non deve conoscere perché conoscerle significherebbe cominciare a scegliere autonomamente.
Che una delle sue letture sia un romanzo in cui una ragazza scopre una comunità nascosta assume quindi un valore particolare. La biblioteca diventa a sua volta un luogo di accesso a mondi che la protagonista non sapeva nemmeno esistessero.
“La notte scorsa al Telegraph Club” parla soprattutto della possibilità di trovare un linguaggio per il proprio desiderio. In “Carrie”, dove il corpo femminile è uno dei principali territori di conflitto, quella possibilità non è affatto secondaria. Leggere significa anche scoprire che ciò che ci hanno insegnato a considerare innominabile può essere già diventato la storia di qualcun altro.
“Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, Ponte alle Grazie
Pochi libri possono dialogare con l’universo di Carrie in maniera tanto diretta quanto “Il racconto dell’ancella”. Nel romanzo di Margaret Atwood la Repubblica di Gilead ha trasformato il corpo fertile delle donne in una risorsa dello Stato. Le Ancelle perdono nome, autonomia e libertà sessuale perché la capacità di generare figli viene utilizzata come giustificazione per controllarne l’intera esistenza.
Carrie vive naturalmente in una realtà completamente diversa, ma la sua storia comincia proprio con il corpo femminile e con l’ignoranza imposta intorno ad esso. La prima mestruazione diventa traumatica non perché sia in sé qualcosa di terribile, ma perché nessuno le ha permesso di sapere cosa le stia accadendo. La paura nasce dalla sottrazione della conoscenza.
Margaret White interpreta sessualità e maturazione attraverso un sistema religioso nel quale il corpo della figlia è costantemente associato al peccato. È difficile quindi non vedere in Atwood un riferimento particolarmente significativo. Entrambe le opere interrogano ciò che accade quando la religione viene trasformata in uno strumento per disciplinare il corpo femminile e quando la riproduzione diventa un territorio sul quale qualcun altro pretende di esercitare autorità.
Ma “Il racconto dell’ancella” parla anche del potere di raccontare. Difred conserva una forma di resistenza proprio continuando a costruire interiormente la propria storia. La narrazione diventa un modo per sottrarre almeno una parte di sé alla definizione imposta dal regime.
Anche Carrie sta imparando progressivamente a produrre una narrazione di se stessa differente da quella materna. È peccatrice? È mostruosa? È malata? Oppure è semplicemente una ragazza alla quale nessuno ha mai permesso di capire il proprio corpo e le proprie possibilità?
Inserire Atwood in questa biblioteca significa quindi collocare “Carrie” dentro una tradizione più ampia di racconti sul controllo della femminilità. L’orrore soprannaturale diventa anche l’orrore, molto concreto, di essere trasformati in proprietà di qualcun altro.
“Cercando Alaska” di John Green, Rizzoli
“Cercando Alaska” porta nella selezione un altro grande tema della serie: la costruzione dell’identità durante l’adolescenza. Miles Halter lascia la propria vita ordinaria per frequentare il collegio di Culver Creek perché desidera andare alla ricerca del suo “Grande Forse”. Qui incontra Alaska Young, brillante, imprevedibile e affascinante, e finisce per costruire intorno a lei un’immagine che diventa quasi un’ossessione.
Il romanzo di John Green è una storia di formazione, ma anche un libro sulla difficoltà di conoscere veramente un’altra persona. Miles guarda Alaska attraverso il proprio desiderio e, proprio per questo, rischia continuamente di trasformarla in un enigma invece di riconoscerne pienamente la complessità.
Il tema è centrale anche in “Carrie”. Quasi tutti sembrano possedere una versione della protagonista. Per Margaret è una figlia che deve essere salvata dal peccato; per i bulli è il bersaglio perfetto; per altri può diventare una ragazza da proteggere, compatire o integrare. Ma quante persone riescono realmente a chiedersi chi sia Carrie al di fuori di quelle proiezioni?
“Cercando Alaska” invita proprio a interrogare la distanza tra una persona e l’immagine che gli altri costruiscono di lei. Il passaggio alla maturità richiede anche di accettare che nessuno può essere completamente ridotto alla funzione che svolge nella nostra storia.
C’è poi la questione del dolore e della colpa. Il romanzo affronta il modo in cui un gruppo di adolescenti prova a ricostruire il significato di un evento irreversibile, cercando spiegazioni capaci di renderlo sopportabile. Anche “Carrie” utilizza una struttura che guarda verso la tragedia cercando di comprenderne le origini e le responsabilità.
Entrambi i testi, in maniera molto diversa, chiedono quindi che cosa significhi raccontare qualcuno dopo che è accaduto qualcosa che non può più essere cambiato.
“Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Ken Kesey, BUR Rizzoli
Tra i libri mostrati nella pila di Carrie compare anche “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Ken Kesey. È una scelta che completa perfettamente il percorso costruito dagli altri titoli perché porta in primo piano il rapporto tra individuo, istituzione e normalità.
Il romanzo è ambientato in un ospedale psichiatrico dell’Oregon governato dalla Grande Infermiera Ratched, figura che esercita sui pazienti un controllo quasi assoluto. L’arrivo di Randle McMurphy introduce invece un elemento di disordine: rumoroso, provocatorio e ribelle, mette continuamente alla prova l’autorità e mostra agli altri pazienti che alcune delle regole considerate naturali sono in realtà strumenti di dominio.
Il problema posto da Kesey riguarda quindi anche il significato stesso di “normalità”. Chi stabilisce quali comportamenti siano accettabili? Quando una cura smette di essere protezione e diventa disciplina? E quanto potere possiede un’istituzione quando riesce a convincere qualcuno di non essere capace di vivere fuori dai suoi confini?
Carrie è stata cresciuta proprio dentro un sistema che le insegna a diffidare di se stessa. Molto prima che i compagni la definiscano strana, Margaret le ha insegnato che pensieri, desideri e trasformazioni del corpo possono essere segnali di colpa. L’autorità più efficace è quella che finisce per essere interiorizzata.
Il libro di Kesey aggiunge quindi un’altra dimensione alla formazione letteraria di Carrie: la possibilità di mettere in discussione chi possiede il diritto di decidere che cosa sia sano, normale o accettabile.
Ed è significativo che tanti dei libri presenti nella serie abbiano protagonisti che vivono ai margini della norma. Holden rifiuta il conformismo, la creatura di Frankenstein viene espulsa dalla comunità, Lily Hu deve nascondere il proprio desiderio, Difred vive sotto un regime che controlla il suo corpo, McMurphy sfida un’istituzione disciplinare. Carrie entra in biblioteca e incontra, pagina dopo pagina, persone alle quali il mondo ha già detto che qualcosa in loro non andava.
La biblioteca di Carrie racconta un’altra versione della sua storia
Mettendo insieme questi dieci titoli emerge qualcosa di molto più coerente di una semplice raccolta di citazioni colte. La nuova serie di Mike Flanagan utilizza la lettura per mettere Carrie in contatto con esperienze che la sua educazione le aveva negato. Il libro illustrato di Emily Winfield Martin le mostra idealmente una genitorialità fondata sulla fiducia; Anna Shirley racconta che essere inizialmente fuori posto non impedisce di trovare una casa; Holden Caulfield dà voce all’alienazione adolescenziale; Mary Shelley chiede chi costruisca davvero un mostro; Dickens mette in discussione le aspettative attraverso cui immaginiamo il futuro.
Poi il percorso diventa ancora più esplicito: Maya Angelou parla della conquista della propria voce dopo il trauma, Malinda Lo del diritto di riconoscere il proprio desiderio, Margaret Atwood del controllo politico e religioso sul corpo femminile, John Green della distanza tra una persona e l’immagine che costruiamo di lei, Ken Kesey del potere delle istituzioni di stabilire chi sia normale.
Per una ragazza cresciuta praticamente senza accesso al mondo esterno, leggere significa quindi incontrare per la prima volta altre possibilità di esistenza. Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti della nuova “Carrie”: prima ancora di scoprire fino a dove possano arrivare i suoi poteri, Carrie scopre che il mondo contiene molte più storie di quelle che le sono state raccontate. La tragedia diventa ancora più dolorosa proprio perché, per qualche tempo, la biblioteca sembra offrirle ciò che la sua vita non le aveva mai concesso: la possibilità di immaginarsi diversa da come gli altri hanno deciso di vederla.

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