“Sanguine”, opera prima della regista francese Marion Le Coroller, ha presentato al 79° Festival di Cannes nella sezione Midnight Screenings il film. “Sanguine” sembra inserirsi perfettamente nella nuova ondata di body horror contemporaneo che usa il corpo come campo di battaglia psicologico e sociale.
Al centro della storia c’è Margot, giovane tirocinante in un pronto soccorso d’élite. Ha sempre sognato di diventare medico, ma il suo ingresso nel reparto si trasforma presto in qualcosa di molto diverso da un semplice percorso professionale. Turni massacranti, pressione costante, pazienti sempre più giovani colpiti da sintomi inspiegabili. E poi il dettaglio più disturbante: anche il suo corpo inizia lentamente a cambiare.
Il risultato sembra essere un horror profondamente contemporaneo, capace di parlare di burnout, ansia e collasso psicologico usando il linguaggio fisico e disturbante del body horror.
“Sanguine” un horror sul lavoro che parla della nostra epoca
Negli ultimi anni il body horror è tornato centrale nel cinema contemporaneo. Film come “The Substance”, “Titane” o “Crimes of the Future” hanno riportato il corpo al centro della narrazione horror, ma non più come semplice elemento splatter. Il corpo diventa sintomo sociale, luogo politico, manifestazione fisica del trauma.
“Sanguine” sembra muoversi esattamente in questa direzione. La pressione lavorativa, la competitività tossica e l’ossessione per la performance vengono trasformate in qualcosa di organico e incontrollabile. Margot non riesce più a distinguere il confine tra stress e malattia reale. Il corpo smette di essere un alleato e diventa un territorio ostile.
È qui che il film sembra trovare la sua idea più interessante: la paura non nasce da qualcosa di soprannaturale, ma dal ritmo stesso della società contemporanea. Il pronto soccorso raccontato da Marion Le Coroller non appare solo come un ospedale, ma come una macchina feroce che consuma lentamente chi ci lavora dentro.
Marion Le Coroller e il nuovo body horror francese
Per Marion Le Coroller si tratta del primo lungometraggio, ma la regista aveva già attirato attenzione nel circuito del cinema di genere grazie ai cortometraggi “Dieu n’est plus médecin” e “Poupée fondue”. Anche nei suoi lavori precedenti emergeva un interesse per il corpo, la deformazione e il disagio psicologico.
Con “Sanguine” sembra voler fare un passo ulteriore, portando il body horror dentro una dimensione quasi ospedaliera e clinica. Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più disturbanti del progetto: l’orrore nasce in un luogo che dovrebbe salvare vite.
La scelta della sezione Midnight Screenings a Cannes appare perfetta. Storicamente questa sezione accoglie opere di genere più radicali, visionarie o disturbanti, diventando spesso uno degli spazi più vitali del festival.
Il corpo come specchio dello stress
Uno degli aspetti più interessanti della trama è il legame tra i misteriosi sintomi dei pazienti e la condizione psicologica della protagonista.
Nel cinema horror contemporaneo il corpo è sempre meno stabile. Si rompe, muta, implode. In “Sanguine” questa trasformazione sembra diventare metafora diretta del burnout generazionale.
Margot appartiene a una generazione cresciuta con l’idea di dover eccellere continuamente. Essere perfetti, produttivi, competitivi. E il film sembra chiedersi: cosa succede quando il corpo non riesce più a sostenere questo livello di pressione?
La mutazione fisica diventa allora il linguaggio dell’ansia. Una forma estrema attraverso cui il cinema riesce a rendere visibile qualcosa che normalmente resta invisibile.
Un’estetica tra medical drama e incubo organico
Anche dal punto di vista visivo “Sanguine” sembra giocare su un contrasto molto forte. Da una parte il realismo quasi documentaristico del pronto soccorso, dall’altra la progressiva deriva verso qualcosa di più allucinato e corporeo.
La fotografia è firmata da Guillaume Schiffman, già collaboratore di registi come Michel Hazanavicius.
Questa componente realistica potrebbe rendere ancora più efficace l’orrore del film. Non ci troviamo in castelli gotici o mondi fantastici, ma in corridoi ospedalieri freddi, neon accecanti, stanze d’attesa e corpi esausti.
Il risultato potrebbe ricordare certe contaminazioni tra horror e medical drama già viste nel cinema francese contemporaneo, ma con una componente psicologica ancora più forte.
Mara Taquin al centro del film
A interpretare Margot è Mara Taquin, attrice belga già vista in diversi progetti europei, qui chiamata a sostenere un ruolo fisicamente ed emotivamente molto intenso.
Il film sembra infatti costruito quasi interamente attorno alla sua presenza. Margot non è soltanto la protagonista di un horror, ma il simbolo di una generazione che vive in uno stato di esaurimento permanente.
Accanto a lei troviamo Stefan Crepon, Kim Higelin e Sami Outalbali.
Perché “Sanguine” potrebbe diventare un cult
Il body horror sta vivendo una nuova stagione creativa perché riesce a parlare del presente meglio di molti drammi realistici.
Viviamo in un’epoca ossessionata dalla produttività, dall’immagine e dal controllo del corpo. Film come “Sanguine” trasformano queste ossessioni in qualcosa di tangibile e disturbante.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui il progetto sta già attirando attenzione tra gli appassionati di horror d’autore e cinema di genere europeo. Non sembra voler spaventare soltanto attraverso il disgusto, ma usare il disgusto come strumento per parlare di alienazione, stanchezza e collasso mentale.
In fondo il vero terrore di “Sanguine” sembra essere una domanda molto semplice: quanto può resistere un corpo prima di spezzarsi?
