“Due spicci”ci racconnta come, per molti millennial il problema non è compiere quarant’anni. Il problema è accorgersi che l’immagine del quarantenne con cui sono cresciuti non assomiglia minimamente alla persona che vedono allo specchio.
I quarantenni dei film degli anni Ottanta e Novanta sembravano aver già capito tutto. Avevano una casa, un lavoro stabile, una famiglia costruita, abitudini consolidate e un’identità adulta ben definita. Erano persone che apparivano già collocate nel mondo.
I quarantenni raccontati da Zerocalcare, invece, vivono una situazione molto diversa. Lavorano, pagano bollette e affitti, affrontano responsabilità e problemi concreti, ma continuano a sentirsi in una terra di mezzo. Non perché siano immaturi, come spesso si legge in analisi superficiali sui millennial, ma perché l’idea stessa di età adulta è cambiata.
È proprio qui che si trova una delle ragioni del successo di Zerocalcare. Da anni il fumettista romano racconta una generazione che non si riconosce più nei modelli del passato e che sta cercando, spesso senza una mappa precisa, un modo nuovo di essere adulta.
“Due spicci” i neo quarantenni non sono eterni adolescenti
L’espressione “eterni adolescenti” viene spesso utilizzata per descrivere i millennial. È una definizione comoda, ma anche profondamente ingiusta.
I protagonisti delle storie di Zerocalcare non vivono in una sospensione infantile. Lavorano. Si occupano dei genitori che invecchiano. Affrontano lutti, separazioni, difficoltà economiche e responsabilità quotidiane.
La loro vita non è meno adulta di quella delle generazioni precedenti è semplicemente diversa.
La differenza sta nel fatto che molti dei punti di riferimento che definivano l’età adulta nel Novecento si sono trasformati. La carriera lineare è diventata sempre più rara. La proprietà della casa non rappresenta più un passaggio automatico. Le relazioni seguono percorsi meno prevedibili. Persino l’idea di famiglia assume forme differenti rispetto al passato, di conseguenza, molte persone arrivano ai quarant’anni senza percepire quel momento simbolico in cui si sentono definitivamente entrate nell’età adulta.
Zerocalcare ha saputo raccontare questa sensazione con una precisione quasi disarmante.
Il momento in cui scopri di non essere più giovane
Esiste una scena invisibile che attraversa molte opere di Zerocalcare, è il momento in cui ci si accorge che il tempo è passato. Non attraverso una data sul calendario, ma attraverso piccoli dettagli: un amico che diventa padre, un genitore che inizia ad avere bisogno di aiuto, un riferimento culturale che i ventenni non comprendono più, una conversazione in cui, improvvisamente, ci si ritrova dalla parte degli adulti.
La forza di Zerocalcare sta nel raccontare questi passaggi senza trasformarli in lezioni di vita o in esercizi nostalgici.
Nelle sue storie il tempo non viene celebrato né demonizzato. È semplicemente una presenza costante che modifica il modo in cui guardiamo noi stessi e le persone che ci circondano.
I millennial si sono portati dietro le loro passioni
Un altro aspetto che rende Zerocalcare così rappresentativo riguarda il rapporto con la cultura pop, è che per molto tempo si è pensato che fumetti, manga, cartoni animati, videogiochi e cultura nerd fossero passioni destinate a essere abbandonate con la crescita, ma non è andata così.
I bambini che guardavano Dragon Ball, giocavano alla PlayStation, seguivano il wrestling o leggevano fumetti sono diventati adulti senza rinunciare a quei mondi, anzi: li hanno integrati nella propria identità.
Zerocalcare utilizza continuamente questi riferimenti non per strizzare l’occhio ai lettori, ma perché fanno parte del modo in cui la sua generazione interpreta la realtà, come le citazioni della cultura popolare diventano parte integrante della propria esistenza.
Permettono di raccontare emozioni, paure e relazioni attraverso immagini che milioni di persone condividono fin dall’infanzia.
Per questo motivo il suo linguaggio appare così autentico. Non cerca di ricostruire una generazione dall’esterno. Ne utilizza direttamente il vocabolario emotivo.
Roma è il punto di partenza, non il punto di arrivo
Molti osservatori hanno spesso associato Zerocalcare alla romanità. È vero che Rebibbia, il dialetto e l’immaginario della periferia romana rappresentano elementi fondamentali del suo lavoro. Ridurre tutto a questo, però, significa perdere la parte più interessante. Roma funziona come un punto di partenza.
I luoghi sono concreti, riconoscibili, profondamente radicati nella vita dell’autore, ma le emozioni che racconta superano rapidamente i confini geografici.
La paura di deludere le aspettative degli altri, il senso di colpa, l’ansia per il futuro, la difficoltà di accettare i cambiamenti, la sensazione che il tempo scorra più velocemente di quanto vorremmo, sono esperienze che appartengono a persone molto diverse tra loro.
È per questo che un lettore di Milano, Palermo o Torino può riconoscersi in storie ambientate a Rebibbia.
La vera protagonista è una generazione
Guardando la nuova serie di Zerocalcare si ha spesso l’impressione che il protagonista non sia un singolo personaggio. Il vero protagonista è una generazione intera.
Una generazione cresciuta tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, educata all’idea che il futuro sarebbe stato lineare e prevedibile, e che invece si è trovata ad attraversare crisi economiche, cambiamenti sociali e trasformazioni tecnologiche continue. Una generazione che ha imparato ad adattarsi, che ha costruito amicizie durature, che ha mantenuto vive le proprie passioni.
Che continua a interrogarsi sul proprio posto nel mondo anche dopo aver superato i quarant’anni.
In questo senso Zerocalcare non racconta soltanto persone. Racconta una sensibilità collettiva.
Perché continuiamo a riconoscerci nelle sue storie
Forse il successo di Zerocalcare nasce da una verità molto semplice, le persone non cercano sempre personaggi da ammirare, a volte cercano qualcuno che assomigli alle loro domande.
I protagonisti delle sue opere raramente hanno risposte definitive. Non possiedono una formula per affrontare la vita e spesso procedono per tentativi, errori, ripensamenti e contraddizioni, è esattamente ciò che fanno molte persone della loro età.
Per questo la nuova serie non parla soltanto di un gruppo di personaggi. Parla di una generazione arrivata ai quarant’anni senza sentirsi davvero quarantenne, ma che allo stesso tempo non desidera tornare indietro.
Una generazione che ha smesso di inseguire l’idea tradizionale di maturità e che sta imparando a costruirne una propria.
È questa sincerità, più ancora delle battute, delle citazioni pop o dell’ambientazione romana, a rendere Zerocalcare uno degli autori più riconoscibili e amati degli ultimi anni.
