I versi di Stefano Benni su cuore e pensieri

Ventuno parole. Una quartina di versi brevi e levigati, con una rima interna che tiene insieme i versi centrali — pensieri / ieri — e una cadenza che sembra quasi fiabesca, quasi una cantilena per bambini. Eppure dentro queste ventuno parole di Stefano Benni c’è una delle osservazioni più precise e commoventi che la poesia italiana contemporanea…

I versi di Stefano Benni su cuore e pensieri

Ventuno parole. Una quartina di versi brevi e levigati, con una rima interna che tiene insieme i versi centrali — pensieri / ieri — e una cadenza che sembra quasi fiabesca, quasi una cantilena per bambini. Eppure dentro queste ventuno parole di Stefano Benni c’è una delle osservazioni più precise e commoventi che la poesia italiana contemporanea abbia fatto sull’amore: che il cuore sa cose che la mente non sa ancora, e che tra il sentire e il capire passa sempre un ritardo — a volte di ore, a volte di anni, a volte di un’intera vita.

La giraffa ha il cuore
lontano dai pensieri
si è innamorata ieri
e ancora non lo sa.

La giraffa come metafora anatomica

La scelta dell’animale non è decorativa né arbitraria. Benni sceglie la giraffa per una ragione precisa, che è insieme biologica e simbolica: la giraffa ha il collo più lungo di qualunque altro animale vivente, e questo collo separa fisicamente, in modo spettacolare e misurabile, il cuore dalla testa. Il cuore della giraffa è un organo straordinario — deve essere enorme, circa undici chilogrammi, per pompare il sangue fino al cervello contro la forza di gravità su quasi due metri di collo. Tra il cuore e il cervello di una giraffa c’è una distanza reale, concreta, anatomica, che non ha equivalenti nel regno animale.

Benni prende questa distanza fisica e la trasforma in metafora psicologica con un gesto di apparente semplicità che è in realtà di grande finezza. Il primo verso — «La giraffa ha il cuore» — sembrerebbe l’inizio di un’affermazione banale, quasi sentimentale. Ma il secondo verso — «lontano dai pensieri» — la rovescia e la precisa: non si sta dicendo che la giraffa è sensibile o affettuosa.

Si sta dicendo che tra il suo cuore e i suoi pensieri c’è uno spazio fisico, una distanza che il segnale impiega tempo ad attraversare. È una distanza che vale per la giraffa in senso letterale, e per noi in senso figurato — e la poesia vive esattamente in quel passaggio dal letterale al figurato, dall’anatomia alla psicologia, dal dato zoologico alla verità umana.

Il ritardo dell’amore su se stesso

Il cuore della quartina — il suo meccanismo poetico più preciso — è nei due versi finali: «si è innamorata ieri / e ancora non lo sa». Qui Benni introduce una dissociazione temporale che è al tempo stesso paradossale e perfettamente riconoscibile: qualcosa è già accaduto — l’innamoramento — ma la coscienza di quel qualcosa non è ancora arrivata. Il passato prossimo («si è innamorata») e l’avverbio del presente («ancora non lo sa») collidono in uno spazio logico impossibile: come si può essersi innamorati senza saperlo? Come può il cuore aver già scelto mentre la mente è ancora ignara?

Eppure chi ha vissuto un innamoramento riconosce immediatamente questo stato. C’è un momento — e spesso lo si identifica solo retrospettivamente — in cui qualcosa è già cambiato dentro di noi, ma noi non lo abbiamo ancora registrato consciamente. Si continua a comportarsi come prima, a ragionare come prima, a dirsi che si è liberi e che non sta succedendo nulla di particolare. Poi arriva il giorno in cui la consapevolezza fa il suo ingresso, e allora si capisce che l’amore era già lì da prima, forse da molto prima, come un’onda che si era formata lontano dal largo e stava avanzando verso riva senza che nessuno la vedesse ancora.

C’è sempre, nell’amore, una parte di noi che sa prima delle altre. Il cuore anticipa la mente, il corpo anticipa il pensiero, il sogno anticipa la veglia. Benni lo dice con un animale. Ma sta parlando di noi.

Vale la pena soffermarsi sulla struttura formale della quartina, perché non è innocente. I quattro versi hanno una lunghezza quasi uguale — sette, sette, sette, sei sillabe — e questa simmetria crea un effetto di lentezza misurata, di avanzamento cadenzato, che mima formalmente il concetto espresso: qualcosa che si muove piano, che impiega tempo ad arrivare.

La rima tra il secondo e il terzo verso — pensieri / ieri — è interna alla quartina, non si trova dove ci si aspetterebbe, e questa posizione decentrata della rima crea una piccola sorpresa, un piccolo ritardo nella soddisfazione dell’orecchio. Anche la rima, insomma, arriva un po’ in ritardo rispetto alle aspettative — proprio come la consapevolezza dell’innamoramento nella giraffa.

L’ultimo verso — «e ancora non lo sa» — è il più breve di tutti, sei sillabe contro le sette degli altri tre. Questa brevità finale ha l’effetto di un respiro trattenuto, di una frase interrotta, di qualcosa che finisce prima del previsto. Come se anche la poesia, nell’atto di parlare del non-sapere, si fermasse un istante prima di essere del tutto completa. La forma mima il contenuto: il verso è incompleto come lo è la consapevolezza della giraffa.

Stefano Benni tra ironia e tenerezza

Stefano Benni è noto principalmente come narratore ironico e satirico — l’autore di Bar Sport, di Comici spaventati guerrieri, di Terra!, di universi narrativi in cui la comicità è sempre al servizio di uno sguardo acuto sulla realtà sociale e umana. La sua poesia — meno nota del suo lavoro in prosa, ma di grande qualità — porta con sé la stessa doppia natura: una superficie leggera, quasi giocosa, che custodisce un nucleo di osservazione seria e profonda. La giraffa sembra un soggetto quasi comico — un animale goffo, improbabile, troppo grande per essere vero — e il tono della quartina è apparentemente fiabesco, delicato, quasi infantile. Ma il contenuto è tutt’altro che ingenuo.

Questa è la cifra più caratteristica di Benni poeta: usare la leggerezza come veicolo per la profondità, far sembrare semplice ciò che è complesso, far sorridere il lettore mentre gli dice qualcosa di vero e di difficile. La giraffa è ridicola e tenera allo stesso tempo — come lo siamo noi quando ci innamoriamo senza saperlo, quando camminiamo per il mondo con il cuore già occupato da qualcuno e la mente ancora libera e ignara. C’è una comicità gentile in questa condizione, e Benni la coglie con precisione e affetto.

La scelta di parlare dell’amore attraverso un animale colloca Benni in una tradizione lunga e illustre. Le favole di Esopo e di Fedro usavano gli animali per dire verità sugli uomini che sarebbe stato difficile o pericoloso dire direttamente. La tradizione allegorica medievale del bestiario descriveva le proprietà degli animali per trarne lezioni morali. La poesia romantica e simbolista — da Baudelaire con il suo albatros a Leopardi con il passero solitario — ha usato gli animali come specchi in cui rivedere la condizione umana con una distanza che la rende più sopportabile, più osservabile, meno schiacciante.

In Benni, la giraffa svolge la stessa funzione: permette di dire qualcosa di universale — la dissociazione tra sentire e sapere nell’amore — attraverso un caso particolare e apparentemente stravagante. La giraffa non è noi, eppure siamo noi. La sua anatomia assurda — quel collo interminabile, quella distanza fisica tra cuore e cervello — è la proiezione visibile di qualcosa che nell’essere umano è invisibile ma altrettanto reale: la distanza tra il sentimento e la sua comprensione, tra l’emozione e la parola che la nomina, tra l’amare e il sapersi innamorati.

Il «non sapere» come condizione e come grazia

C’è un’ultima cosa da dire su questi versi, e forse è la più importante. La giraffa che non sa di essersi innamorata non è descritta come un essere da compatire o da correggere. Non c’è in Benni il giudizio implicito che la consapevolezza sia necessariamente superiore al non-sapere, che il meglio della situazione sia che la giraffa presto «capisce» e mette ordine nelle sue emozioni. Il tono della quartina è affettuoso, quasi incantato — come se quel momento di non-sapere avesse una sua grazia particolare, una sua bellezza sospesa.

E in effetti lo ha. C’è qualcosa di prezioso nel momento in cui l’amore è già lì ma non è ancora stato nominato, non è ancora diventato un problema da gestire, un’aspettativa da soddisfare, una relazione da definire. È il momento in cui il cuore sa e la mente non sa ancora, e i due possono coesistere in una specie di armonia ingenua — la giraffa che cammina sotto il sole con il cuore già pieno di qualcuno, le lunghe zampe che avanzano sull’erba, lo sguardo lontano, e dentro di lei qualcosa di nuovo e di dolcissimo che ancora non ha un nome. Benni ha catturato quel momento con quattro versi e ventuno parole. Non è poco. È quasi tutto.