C’è una frase di Gianluca Gotto che più di tutte riesce ad allontanare l’ansia e a liberarci dai troppi pensieri quotidiani, ed è racchiusa tra le pagine del suo bestseller Succede sempre qualcosa di meraviglioso.
Passiamo gran parte delle nostre giornate con la testa affollata da un brusio costante. Appena qualcosa non va come previsto, la nostra mente attiva la solita spirale: parliamo da soli, cerchiamo di chi sia la colpa, rimuginiamo sul passato o ci disperiamo per quello che accadrà domani. Pretendiamo di trovare una spiegazione logica a ogni imprevisto, trasformando l’esistenza in un problema di matematica da risolvere a tutti i costi. Il risultato? Un’ansia continua e quella classica sensazione di oppressione al petto.
Nel romanzo, l’autore affronta a viso aperto questo meccanismo di overthinking, ovvero quella spirale di troppi pensieri che ci porta a vivisezionare ogni evento senza mai trovare pace. Durante un dialogo fondamentale al centro della storia, il personaggio di Guilly pronuncia il passaggio che smonta alla radice questa abitudine dannosa:
«E allora, se soffri è per colpa della tua mente. Nient’altro. Non ci sono altri colpevoli, la vita non è ingiusta e tu non sei vittima di nulla. Non c’è nessuna sofferenza nel momento presente. La vita non è quello che è successo ieri e non è quello che potrebbe succedere domani. La vita è qui e ora… la vita non va spiegata, ma vissuta. Non ci sono domande a cui rispondere ogni secondo, ragioni da scovare, problemi da risolvere. C’è solo da vivere.»
Il significato della frase di Gianluca Gotto: perché la vita va vissuta e non spiegata
Per comprendere davvero la portata di questa riflessione di Gianluca Gotto, occorre immergersi nel viaggio del protagonista di Succede sempre qualcosa di meraviglioso (Mondadori, 2021). Davide è un ragazzo qualunque che si trova nel mezzo di una vera e propria tempesta esistenziale: nel giro di pochissimo tempo perde il lavoro, vive la fine della sua storia d’amore e affronta la scomparsa del nonno, l’unico vero punto di riferimento della sua vita.
Sopraffatto dal dolore, dal senso di ingiustizia e dalla sensazione di essere una vittima del destino, Davide decide di scappare in Vietnam. È lì che incontra Guilly, un uomo dal passato misterioso e dalla saggezza disarmante, che lo accoglie e lo accompagna in un percorso di ricalibrazione interiore.
Durante i loro confronti, Davide continua a fare ciò che facciamo tutti noi quando stiamo male: cerca disperatamente un “perché”. Vuole capire la ragione logica dietro la sua sofferenza, pretende di trovare un colpevole e si ostina a considerare la sua vita come un puzzle rotto da riparare.
È proprio in questo momento che Guilly lo ferma con fermezza. Le sue parole non sono una consolazione zuccherata, ma una sferzata di consapevolezza: la sofferenza non nasce dalle macerie che ci circondano, ma dal modo in cui la nostra mente continua a rievocarle, a giudicarle e a proiettarle nel futuro.
La grande lezione che emerge da questo passaggio riguarda il rapporto tra la mente e la realtà. Nella visione raccontata da Gotto, l’ansia non è quasi mai provocata dagli eventi in sé, ma dall’interpretazione che ne diamo.
Quando siamo bloccati nel passato, alimentiamo il rimpianto e la sensazione di ingiustizia; quando ci proiettiamo nel domani, generiamo la paura dell’incerto. Nel preciso istante in cui respiriamo, nel “qui e ora”, la sofferenza concreta spesso non esiste. Esiste solo una realtà neutrale da attraversare.
Nelle parole di Guilly emerge una delle debolezze più umane e trasversali: la tendenza quasi ossessiva a voler tradurre la vita in un’equazione perfetta, fatta di cause ed effetti giusti. Quando il mondo attorno a noi si spacca, la reazione più spontanea è rifugiarsi nella testa. Ci convinciamo che continuando ad analizzare il passato, a riavvolgere il nastro dei ricordi o a vivisezionare ogni singolo dettaglio di ciò che stiamo vivendo, prima o poi troveremo la risposta giusta per mettere al sicuro il futuro.
Questa ricerca spasmodica di un senso a tutti i costi finisce però per trasformare la mente in una gabbia. L’atto stesso di pensare smette di essere uno strumento di comprensione e diventa una forma di difesa disperata contro la realtà. Ci stanchiamo, ci consumiamo nei dettagli, ma la situazione fuori non cambia di un millimetro.
L’errore più doloroso sta nel credere che la ragione possa cancellare o riscrivere i fatti. Un lutto improvviso, una rottura sentimentale o un progetto di vita che crolla all’improvviso sono eventi imprevisti che fanno semplicemente parte del cammino. La verità è che non è l’evento in sé a spezzarci in due, ma la nostra ostinazione a non volerlo accettare finché non gli abbiamo trovato un colpevole, un responsabile o un perché.
Vogliamo a tutti i costi una spiegazione morale, un senso di giustizia che motivi la nostra sofferenza. Ma l’iper-razionalità è solo un’illusione di protezione: non ci difende dal dolore, si limita a rimandarlo, prolungando lo stato di crisi e facendoci sentire ancora più soli, bloccati e distanti dalla vita vera.
Una risposta concreta alla fatica di vivere ogni giorno
Se questa frase di Gianluca Gotto è diventata così iconica non è soltanto perché unisce filosofie lontane, ma perché riesce a interpretare con precisione chirurgica come si sentono milioni di persone ogni giorno. Vivere è diventato incredibilmente complesso, a qualsiasi età.
Che si tratti delle incertezze del lavoro, di relazioni che finiscono o della sensazione costante di non essere mai abbastanza, la vita quotidiana ci sottopone a una pressione continua. Di fronte a questo peso, tendiamo a pensare che per stare meglio serva trovare risposte sempre più complesse o strategie elaborate.
La forza straordinaria di questa frase di Gianluca Gotto sta invece nel compiere il gesto opposto: spogliare l’esistenza da tutto il superfluo. Apparentemente può sembrare una frase motivazionale come tante, di quelle che funzionano e fanno proseliti e condivisioni sui social, ma in realtà dona risposte immediate perché attinge a piene mani da un pensiero millenario.
All’interno dello stesso dialogo, infatti, per mostrare a Davide l’origine della sua sofferenza, Guilly richiama un celebre insegnamento attribuito al maestro Lao Tzu:
«Chi vive nel passato è depresso; chi vive nel futuro è ansioso; chi vive nel presente è felice.»
Al di là della storia della citazione, più o meno realmente confezionata dal grande saggio cinese, la verità che contiene questa frase è un balsamo per la vita reale. Ci mostra che il cortocircuito dell’ansia è una costante della natura umana, una trappola in cui l’uomo cade da migliaia di anni.
Qui la saggezza orientale del lasciar fluire le cose (Wu Wei) si sposa alla perfezione con il pragmatismo dello Stoicismo di Marco Aurelio e Seneca, ricordandoci che non possiamo controllare gli eventi esterni, ma possiamo smettere di farci distruggere dai giudizi che la mente vi sovrappone.
Questa frase non offre consolazioni a buon mercato o ricette magiche per eliminare i problemi. Al contrario, regala un enorme sospiro di sollievo: ci dice che va bene così, che non dobbiamo avere la risposta pronta per tutto e che la vita non è un esame continuo da superare.
Smettere di cercare spiegazioni ad ogni costo non significa arrendersi, ma fare pace con il presente. È l’invito più umano e liberatorio che si possa fare oggi: smettere di vivisezionare ogni istante e tornare, finalmente, a fare l’unica cosa che conta davvero: vivere.ossa fare oggi: smettere di vivisezionare ogni istante e tornare, finalmente, a fare l’unica cosa che conta davvero: vivere.

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