Pensare troppo: per Seneca fa male alla felicità e al benessere

Soffriamo più per l’immaginazione che per la realtà. Ecco la millenaria formula di Seneca contro il vizio di pensare troppo e l’ansia da overthinking.

Pensare troppo: per Seneca fa male alla felicità e al benessere

Se anche a noi capita di non dormire la notte, di vivere in uno stato di continuo malessere, di sentire il continuo pericolo che ci circonda, molte volte la causa è perché non riusciamo a smettere di pensare troppo. Sappiamo bene quanto l’ansia per il futuro possa logorare le nostre giornate. Questa trappola mentale ha un nome moderno, overthinking, ma la verità è che ci tormenta da secoli.

Persino Seneca, duemila anni fa, si rese conto che per essere felici dobbiamo liberare la mente da questo peso. Nel primo secolo d.C., il filosofo stoico avvertiva dei pericoli, di ciò che possiamo ritenere un a vera patologia, il suo giovane amico Lucilio, un uomo brillante ma costantemente tormentato dalle scadenze della vita quotidiana e dagli imprevisti.

Da vero e proprio psicoterapeuta dell’antichità, Seneca risponde a questo logorio nella sua splendida Lettera 13 delle Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio), spiegandoci che la chiave per la felicità risiede in un drastico stop al continuo martellamento mentale. Per stare bene, insomma, dobbiamo smettere di assecondare i registi pigri della nostra mente e, soprattutto, dobbiamo darci una regola aurea:

Quaedam nos magis torquent quam debent, quaedam ante quam debent, quaedam cum omnino non debeant. Sicut augetur a nobis dolor aut anticipatur aut fingitur.

Dunque alcune cose ci tormentano più del necessario, altre troppo presto, altre ancora mentre non dovrebbero affatto tormentarci. Noi siamo soliti aumentare i nostri dolori o soffrirli prima che ci abbiano colpiti o addirittura inventarli con l’immaginazione. (Lettere a Lucilio, Libro II – 13, 5)

Lettere a Lucilio un’opera per comprendere la vita

Per capire fino in fondo la potenza di queste parole, dobbiamo fare un passo indietro e chiederci in quale momento della storia ci troviamo. Le Lettere a Lucilio (Epistulae morales ad Lucilium) non sono un trattato accademico scritto a tavolino, ma l’opera più matura, intima e celebre di Seneca, composta tra il 62 e il 65 d.C.

Il filosofo è ormai anziano, si è ritirato a vita privata abbandonando la pericolosa corte dell’imperatore Nerone, e decide di dedicare i suoi ultimi anni a una sorta di epistolario terapeutico. Dall’altra parte del filo c’è Lucilio, governatore della Sicilia oltreché poeta e scrittore. Non è chiaro se le lettere siano pura finzione letteraria, o siano state realmente spedite e poi raccolte dal filosofo latino. È comunque assai probabile che sia un epistolario reale, dato che in varie lettere Seneca sollecita una risposta da parte dell’amico.

Le lettere sono una guida pratica alla sopravvivenza spirituale. Seneca non sale in cattedra: si pone come un compagno di viaggio più esperto che condivide le sue stesse debolezze. E la Lettera 13 nasce proprio da un’emergenza reale.

Lucilio, infatti, sta attraversando un periodo buio. È schiacciato da cause legali, questioni finanziarie e minacce concrete che rischiano di travolgere la sua carriera e la sua serenità. È terrorizzato da quello che potrebbe accadergli domani.

Seneca, da vero e proprio “mental coach” dell’antichità, gli scrive non per minimizzare i problemi della vita, ma per dargli un’arma di difesa immediata: insegnargli a distinguere i pericoli reali dalle mostruosità create dall’ansia. Gli fa capire che Lucilio non è vittima del destino, ma del suo stesso modo di interpretarlo.

Quando l’animo si abbandona a fantasticherie

Quando permettiamo alla nostra mente di pensare troppo e di prendere il controllo di noi stessi, il vero pericolo non è quasi mai la realtà che ci circonda, ma la nostra capacità di deformarla. Diventiamo specialisti nel creare scenari drammatici dal nulla.

Capita a noi tutti di cogliere una frase dal significato ambiguo per interpretarla nel modo più sfavorevole possibile. Oppure ingigantiamo un’offesa ricevuta fino a perdere la testa. Si finisce per non concentrarsi più su ciò che è accaduto davvero, ma iniziamo a calcolare tutto il male che l’altro potrebbe teoricamente farci, proiettando le nostre insicurezze sul comportamento altrui.

Se continuiamo a dare retta a ogni minima paura e a temere tutto ciò che è potenzialmente temibile, finiamo per togliere ogni limite alla nostra infelicità, trasformando la nostra stessa esistenza in una prigione.

Seneca ci avverte che l’unico modo per spezzare questa catena è imporre un freno a questo logorio, imparando a bilanciare le nostre ombre con una luce diversa.

Come scrive chiaramente il filosofo:

Talora, senza nessun chiaro segno che annunzi una sventura, l’animo si abbandona a fantasticherie: o interpreta nel modo più sfavorevole una frase di significato ambiguo o ritiene che un’offesa sia più grave di quanto è, e considera non già l’intensità dell’ira, ma la possibilità di sfogarsi dell’offensore. (Lettere a Lucilio, Libro II – 13, 12)

Ciò che afferma lo stoico è qualcosa che viviamo tutti i giorni. Anzi, a dire il vero molte volte questa sensazione è amplificata quando riceviamo messaggi, mail, commenti che leggiamo in fretta o distrattamente e ci poratno immediatamente a pensarte il male. Diciamo ancora che l’evoluzione, o meglio l’imbarbarimento della grammatica acuisce l’incomprensione offrendo molte volte un significato diverso rispetto alle reali intenzioni di chi lo ha incviato.

Seneca quindi suggerisce di andare oltre e di ricacciare qualsiasi offesa (presunta o reale) evitando di soffermarsi a pensare, a rimuginare riguardo al torto subito. È un invito di buon senso quello che arriva dallo stoicismo e il filosfo lo esplicita in modo chiaro e diretto.

In verità non c’è ragione di vivere, non esiste alcun limite alla nostra infelicità, se temiamo quanto è temibile; a questo punto l’assennatezza ti sorregga, con la forza dell’animo ricaccia il timore anche fondato: se no, respingi una debolezza con l’altra, attenua il timore con la speranza. I pericoli che temiamo saranno certi; ma nulla è più certo del fatto che le cose temute svaniscono e le sperate ci deludono. (Lettere a Lucilio, Libro II – 13, 12)

Perché ci lasciamo ingannare dalle supposizioni?

Ma per quale motivo siamo così inclini a farci del male da soli? La diagnosi di Seneca va dritta al cuore di una debolezza tutta umana: la nostra incredibile facilità nel credere alle supposizioni senza mai verificarle. Quando un dubbio si insinua nelle nostre giornate, non ci fermiamo a metterne a fuoco le cause reali, né tantomeno proviamo a scuotercelo di dosso.

Al contrario, ci lasciamo trascinare dal vento delle dicerie e delle opinioni altrui, arrivando a perdere completamente il senso della misura.

Il cortocircuito più pericoloso avviene quando iniziamo a trattare ciò che è puramente incerto come se fosse una minaccia reale e imminente. Nessuno di noi, quando inizia a sentirsi inquieto, ha il coraggio di fermarsi e fare un bagno di realtà, dicendo a se stesso: “Questa paura è infondata, me la sto inventando io o sto credendo a voci senza controllo”.

Cediamo invece al panico, permettendo a un semplice e minuscolo scrupolo di trasformarsi, in un secondo, in un terrore assoluto che blocca le nostre vite.

Il filosofo svela questo nostro meccanismo difettoso con parole straordinariamente attuali:

Crediamo facilmente alle supposizioni; non mettiamo a fuoco le cause delle nostre paure e non ce le scuotiamo di dosso; ci agitiamo e voltiamo le spalle […]. Ci lasciamo trascinare dal vento; temiamo l’incerto come se fosse certo; non abbiamo il senso della misura, subito un dubbio si trasforma in timore. (Lettere a Lucilio, Libro II – 13; 8, 13)

Il trucco del tempo e il coraggio di scegliere la speranza

Come possiamo uscire, allora, da questo loop logorante? Seneca ci offre una strategia d’azione immediata che si basa su due pilastri: l’uso del tempo e il controllo consapevole dei nostri giudizi. Quando avvertiamo che un potenziale male potrebbe verificarsi in futuro, dobbiamo ricordarci che non è affatto sicuro che accada.

La sfortuna è mutevole, gli imprevisti si accavallano e la ruota gira continuamente. Andare incontro al dolore prima del tempo è un controsenso; se e quando il male arriverà, avremo tutto il tempo per soffrire. Nel frattempo, dobbiamo imporci di guadagnare tempo e augurarci il meglio.

La cura definitiva contro il pensare troppo risiede in un atto di volontà e di assoluto favore verso noi stessi. Quando tutto intorno è incerto e la nostra mente è spaccata a metà tra scenari positivi e catastrofici, Seneca ci esorta a compiere una scelta di campo radicale: dobbiamo decidere deliberatamente di stare dalla nostra parte e credere a ciò che preferiamo. Anche quando la paura sembra avere più argomenti logici a suo favore, abbiamo il dovere di pendere verso la speranza e mettere fine all’angoscia.

La ricetta per ritrovare la felicità e la pace mentale è racchiusa in questi preziosi consigli pratici:

Adunque investighiamo con attenzione l’argomento. È verisimile che ci succederà qualche sventura: ma non è senz’altro vero. Quanti eventi inattesi sopraggiunsero! Quanti, a lungo attesi, non accaddero! Ed anche se si verificherà, che giova prevenire il dolore? abbastanza presto ti dorrai, quando verrà: frattanto ripromettiti un domani migliore. (Lettera a Lucilio, Libro II – 13; 10)

Il pensatore stoico non si ferma qua, mette in guardia l’amico Lucilio riguardo agli pericoli del pensare troppo:

Anche l’avversa fortuna è volubile: forse sarà, forse non sarà ed intanto non è. Tu tieni lo sguardo rivolto ad una sorte migliore. (13; 11)

In questo suggerimento si concentra duemila anni di pensiero positivo. Molte volete andiamo a caccia di saggi motivazionali di diversa specie, ma Seneca indica la via della vera energia della mente già nel periodo dell’Impero romano.

E il percorso formativo a Lucilio non si ferma qua.

valuta attentamente la speranza ed il timore, ed ogniqualvolta sarai nell’incertezza decidi in senso favorevole a te stesso: propendi verso ciò che preferisci. Se i motivi del timore saranno più numerosi, nondimeno inclina verso la speranza e cessa di crucciarti; di continuo pensa che la maggior parte degli uomini sono inquieti ed agitati; eppure nessuna sventura li colpisce, né certamente li colpirà. (13, 13)

Sembra esplicita la lezione di vita che Seneca ci dona. Smettiamo di massacrarci la mente e godiamo della vita e delle bellezze che dona, senza lasciarsi distrarre da niente e da nessuno. L’esistenza merita di essere vissuta nel miglior modo possibile. E non può essere il nostro cervello a farci stare male.

Pensare troppo è il prezzo che si paga per essere umani

Guardando questo testo a distanza di duemila anni, ci rendiamo conto di una verità che travalica i confini della letteratura classica: il vizio di pensare troppo non è un malessere esclusivo del nostro secolo, ma una costante antropologica, un tratto impresso nel codice genetico dell’antropologia culturale.

L’essere umano è l’unico animale biologico strutturalmente capace di viaggiare nel tempo con la mente. È stata proprio questa straordinaria abilità evolutiva, la capacità di prevedere la siccità, di immaginare l’attacco di un predatore, di pianificare il domani, a permettere alla nostra specie di sopravvivere e dominare il pianesimo.

Tuttavia, questa stessa risorsa culturale nasconde un prezzo altissimo: il rischio di restare intrappolati nella simulazione del futuro.

Se non governata, l’immaginazione si trasforma da strumento di difesa a generatore automatico di sofferenza. È qui che la cultura umana compie il suo capolavoro, creando la filosofia non come un astratto esercizio accademico, ma come una vera e propria tecnologia dell’anima, una cassetta degli attrezzi per la sopravvivenza emotiva quotidiana.

Rileggere l’opera di Seneca oggi, significa riconnettersi con una millenaria comunità di sguardi. Ci fa capire che la fragilità che proviamo di fronte all’incertezza è la stessa che provava Lucilio e che, prima di lui, ha tormentato intere generazioni. Lo stoicismo ci ricorda che essere umani significa anche accettare il limite della nostra capacità di controllo: non possiamo fermare il vento del futuro, ma possiamo decidere di non spiegare le vele davanti a tempeste che esistono solo nella nostra testa.

La prossima volta che sentiremo il peso del mondo schiacciarci prima del tempo, proviamo a compiere l’atto culturale più rivoluzionario che ci sia rimasto: pretendiamo la verità dai nostri pensieri, facciamo un respiro profondo e scegliamo deliberatamente la speranza. Perché la felicità, come ci ha insegnato Seneca, non si misura da quante cose riusciamo a prevedere, ma da quanto spazio sappiamo restituire al presente. All’unico istante in cui siamo autenticamente vivi.