Vittorio Giacopini, ”Sono contento che le mie idee diventino motivo di discussione’

Ecco l'intervista a Vittorio Giacopini, finalista al Premio Campiello 2015...

 Ecco l’intervista a Vittorio Giacopini, finalista al Premio Campiello 2015

 

MILANO Il 12 settembre a Venezia verrà premiato il vincitore del Premio Campiello 2015. Tra i cinque finalisti troviamo Vittorio Giacopini, scrittore e giornalista. Giacopini, autore di vari saggi e romanzi, arriva tra i finalisti con il suo ultimo libroLa Mappa‘. La finale si avvicina e abbiamo parlato con l’autore affinchè ci presentasse il suo lavoro e per crcare di capire come si stia preparando a questo importante evento.

 

1) Come si sente ad essere tra i 5 finalisti del Premio Campiello 2015?

Guardi, “La Mappa” credo sia il mio sesto libro di narrativa e se uno insiste così a lungo senza particolari tributi o successi vorrà pur dire che segue la sua strada comunque, o insegue un demone. Sicchè, questa ‘sorpresa’ del Campiello da un lato mi appare come un riconoscimento di un certo lavoro che sto facendo da tempo, e sarei ipocrita a negare di essere contento per la scelta della giuria dei letterati (peraltro il libro è stato anche il più votato della cinquina). D’altra parte, i premi in quanto tale cambiano poco. Uno ha la sua idea di letteratura, delle cose da dire, una sua ricerca e, premi o non premi, si va avanti lo stesso. Come diceva Beckett: “non posso continuare, continuerò”. Il Campiello comunque è un’avventura divertente. Io non scrivo libri consolatori e so bene che il 12 settembre non ho alcuna chance di vittoria finale ma va bene lo stesso, figuriamoci.

 

2) Quanto per uno scrittore può essere soddisfacente vedere che ciò che scrive venga apprezzato e diventi spunto di riflessioni su tematiche importanti?

Io credo molto nel rapporto tra il “romanzo” e le “idee”; una narrativa intimista, autobiografica, sociologica o, appunto, consolatoria non mi interessano. Pertanto, se alcune delle idee che si incarnano nei romanzi e nel mio lavoro diventano motivo di discussione sono contento e da un certo punto di vista è quel che cerco (anche se spesso, le idee con cui uno combatte la sua lotta con l’angelo sono ossessioni sue e scrivere è un modo per autochiarificarsi). Comunque è questo che conta: capire meglio sé stessi e, facendo luce su di sé, parlare gli altri.

 

3) Lei stesso ha detto che “La Mappa” non vuole essere un romanzo storico, come lo definirebbe allora? Qual è l’obiettivo che voleva raggiungere con la storia che ha raccontato?

Con una battuta, e citando Durrenmatt, ho detto che “La Mappa” più che un romanzo storico è un requiem per il romanzo storico. Ora – a parte il fatto che tutte queste classificazioni per generi sono stantie (l’abbiamo visto nelle recenti commemorazioni di Sebastiano Vassali: in quanti hanno capito solo dopo che è morto che i suoi non possono essere etichettati o ghettizzati come romanzi storici?), a parte questo dicevo, il nodo è l’idea di storia che uno ha in testa. La Mappa assume la storia come una dimensione di ‘paradossi’, sconfitte, contraddizioni e proprio quel passaggio di tempo tra Settecento e Ottocento di cui si racconta segna la fine di un’idea lineare della storia aprendo al nostro presente, nel segno della dialettica dell’illuminismo, dell’entropia. Come si potrebbe fondare un genere su qualcosa  – la Storia – che costantemente collassa, frana, tende a crollare?

 

4) Se dovesse parlare del suo protagonista Serge, come se fosse un suo amico, in che termini ne parlerebbe? Che tipo di persona è?

Mah? bisognerebbe chiedere a lui se vuole come amico un ‘demiurgo’ che lo caccia in quel mare di guai in cui lo caccio io. Ma – battute a parte – Serge intanto è un giovane, e un’incarnazione di quella che Benjamin chiamava la metafisica della gioventù. È un giovane, e un illuminista, che vede franare e invecchiare il mondo attorno a sé. Anche i suoi compagni di una volta – i rivoluzionari, gli illuministi, lo stesso Napoleone – a un certo punto cedono al demone osceno della maturità. Lui no. Lui si ostina nelle sue speranze, illusioni, convinzioni ma, dato che non è scemo, capisce che le regole del gioco sono cambiate. Insomma, Serge è uno destinato al fallimento ma non si rassegna mai e prova – temo inutilmente – a reinventarsi. È quello che facciamo, anzi dovremmo fare tutti: provare a reinventarci mentre il mondo muta attorno a noi. Non diventare mai statue di sale che sanno soltanto guardarsi indietro e brontolare.

 

5) Per un libro come il suo, che, sebbene presenti un personaggio fittizio come Serge, è ambientato in un preciso contesto storico, quanto tempo serve per documentarsi adeguatamente sull’epoca e sulle vicende reali, che fanno da sfondo alla sua narrazione, per non commettere alcun tipo di errore?

Francamente, bisogna studiare tantissimo, e studiare a lungo. È anche la cosa più divertente, è molto affascinante. Nel caso de La Mappa (ma lo stesso si può dire per tutto quello che ho scritto sinora) il lavoro di ricerca preliminare è fondamentale. C’è il contesto storico, di fatti e di idee, evidentemente, ma soprattutto è questione di linguaggi. In questo libro mi sono dovuto misurare col linguaggio tecnico della cartografia nel Settecento, col linguaggio e i metodi dell’arte militare – la strategia, ecc. – , coi metodi dell’arte della ceramica, con la letteratura del tempo. E poi uno deve trovare la ‘lingua’, la ‘voce’ giusta per entrare in sintonia con questi materiali ma senza manierismo. Quanto agli errori, magari qualcuno ce ne sarà. I più sono deliberati e voluti: fa parte del gioco della letteratura.

 

6) Ha già in mente una possibile trama per il suo prossimo libro?

Ho in mente un libro su Roma – la mia città – tra gli anni Settanta ed oggi e vorrei fosse un libro feroce, estremo, cattivo, come una specie di mio interiore congedo da questa città in cui sono nato e che non riconosco più, non mi piace più. Quanto alla trama, ce l’ho anche in mente ma se ne parlerà a momento debito.

 

7) Le piacerebbe misurarsi in un genere letterario diverso da quelli che ha trattato? Se si, quale?

Io vengo da un altro genere letterario, dalla saggistica. Il mio primo libro – è uscito nel 1999 – si chiamava “scrittori contro la politica” ed era una raccolta di saggi su alcuni grandi scrittori politici (e impolitici) del Novecento, da Orwell a Nicola Chiaromonte, da Dwight Macdonald a Carlo Levi. E sono quasi vent’anni che collaboro con i miei saggi alla rivista “lo straniero” e ad altre pubblicazioni. Sono passato alla narrativa solo quanto ho avvertito l’esigenza di dare una forma diversa alle stesse mie ossessioni di sempre ma per menon c’è alcuna soluzione di continuità tra queste due forme espressive.  

 

5 agosto 2015

 

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