“Crunco”, il romanzo di Mauro Colarieti sul desiderio di essere amati in una società che punisce chi è diverso, con intervista all’autore

Enea Cruncotti, soprannominato Crunco, vive in un piccolo paese dal quale desidera fuggire. Deve convivere con il suicidio della madre, il silenzio del padre, un corpo continuamente giudicato dagli altri e l’amore per Salvatore, il ragazzo che sta con la sua migliore amica. Quando incontra Marco, qualcosa cambia, ma un misterioso incubo collettivo sconvolge la…

“Crunco”, il romanzo di Mauro Colarieti sul desiderio di essere amati in una società che punisce chi è diverso

Esiste una forma di solitudine che nasce dalla convinzione di non poter essere desiderati. Non riguarda soltanto l’assenza di una relazione sentimentale, ma il modo in cui impariamo a guardarci attraverso gli occhi degli altri, interiorizzando giudizi, aspettative e modelli di bellezza che finiscono per determinare il valore che attribuiamo a noi stessi.

È una condizione particolarmente dolorosa quando il desiderio si intreccia alla vergogna, al rapporto con il proprio corpo e alla paura di essere respinti. In una società che continua a celebrare la bellezza, il successo e la felicità come risultati da raggiungere, sentirsi esclusi da questi ideali può trasformarsi in una forma quotidiana di violenza.

È proprio da questa esperienza che prende forma Crunco, il romanzo di Mauro Colarieti, pubblicato da Fazi Editore il 4 settembre 2026. Una storia ambientata nell’immaginaria Lezzago, un paese nel quale apparentemente non accade mai nulla, ma dove sotto la superficie della normalità si nascondono crudeltà, frustrazioni e desideri repressi. Attraverso il protagonista Enea Cruncotti, Colarieti costruisce una narrazione che attraversa il realismo, il grottesco e il surreale, trasformando il bisogno di essere amati in una riflessione più ampia sul corpo, sull’identità e sulla ferocia delle comunità che pretendono di stabilire chi meriti di essere felice.

“Crunco” di Mauro Colarieti, Fazi

Enea Cruncotti, chiamato da tutti Crunco, è un ragazzo che desidera molte cose, ma è convinto di non poterle ottenere. Vorrebbe dimenticare il suicidio della madre, trovare un modo per comunicare con il padre, liberarsi dal disprezzo che gli altri manifestano nei confronti del suo corpo e lasciare Lezzago per studiare cinema in una grande città. Soprattutto, vorrebbe che Salvatore ricambiasse i suoi sentimenti, invece di stare con Giuditta, la sua migliore amica. Sono desideri differenti, ma accomunati dalla necessità di immaginare un’esistenza nella quale il protagonista possa finalmente sentirsi riconosciuto.

La sua quotidianità, però, racconta qualcosa di molto diverso. Crunco trascorre le giornate aiutando il padre nella macelleria di famiglia e cercando di ottenere qualche gesto d’affetto da Salvatore. Il rapporto con il proprio corpo condiziona profondamente la sua percezione del desiderio: è convinto che nessuno potrà mai essere attratto da lui, come se il giudizio degli altri avesse già stabilito i limiti della sua vita sentimentale. Anche il sogno di studiare cinema sembra appartenere a un futuro lontano, quasi impossibile da raggiungere. Il paese diventa così un luogo nel quale ogni aspettativa appare destinata a scontrarsi con la realtà.

L’arrivo di Marco, un cinquantenne dal fisico atletico, modifica improvvisamente questo equilibrio. L’incontro tra i due apre una possibilità inattesa, ma nella notte che trascorrono insieme accade qualcosa di inspiegabile: gli abitanti di Lezzago condividono un incubo apocalittico, nel quale la città rischia di essere distrutta. L’unica possibilità di salvezza, secondo il sogno, consiste nell’incendiare la casa della famiglia Osvaldi, alla quale appartiene Salvatore. Crunco si trova così al centro di una vicenda nella quale i desideri individuali si intrecciano con le paure collettive, mentre la realtà del paese comincia ad assumere i contorni di una parabola surreale.

Il desiderio queer e la paura di non essere abbastanza

Uno degli elementi più significativi del romanzo è la rappresentazione del desiderio queer attraverso l’esperienza di un protagonista che fatica a considerarsi desiderabile. Crunco prova attrazione per Salvatore, ma vive questo sentimento come qualcosa che difficilmente potrà trovare una realizzazione. Il problema non riguarda soltanto il fatto che il ragazzo desiderato abbia una relazione con Giuditta: Enea sembra aver interiorizzato una convinzione molto più profonda, secondo cui il proprio corpo non possa suscitare attrazione in nessuno.

Questa prospettiva permette di affrontare una questione importante nelle rappresentazioni contemporanee della sessualità: il rapporto tra desiderio e modelli estetici. Anche all’interno degli ambienti queer possono esistere gerarchie legate alla bellezza, all’età, alla conformazione fisica e alla capacità di corrispondere a determinate aspettative. La libertà di desiderare non coincide automaticamente con la libertà di sentirsi desiderabili, soprattutto quando l’immagine di sé è stata costruita attraverso anni di giudizi e umiliazioni. Colarieti sembra interessato proprio a questa contraddizione, mostrando quanto il desiderio possa diventare doloroso quando è accompagnato dalla convinzione di non meritare di essere ricambiati.

L’arrivo di Marco introduce allora qualcosa che va oltre la possibilità di un incontro sentimentale o sessuale. Per Crunco significa confrontarsi con un’esperienza che potrebbe mettere in discussione ciò che ha sempre creduto di sapere sul proprio corpo. La differenza d’età e di fisicità tra i due contribuisce a rendere la situazione ancora più complessa, perché porta il protagonista a misurarsi con una persona che sembra appartenere a un universo molto lontano dal suo. Il desiderio diventa così una forza capace di modificare l’identità, ma anche di rendere vulnerabili, soprattutto quando si è abituati a considerare l’affetto qualcosa da ottenere attraverso sacrifici e rinunce.

Il corpo come luogo di vergogna e di esclusione sociale

Il rapporto di Crunco con il proprio corpo costituisce uno degli aspetti più importanti del romanzo. Enea abita un corpo abbondante che gli altri disprezzano e questo giudizio esterno contribuisce a determinare il modo in cui interpreta sé stesso. Non si tratta semplicemente di insicurezza individuale, ma di una condizione alimentata da un ambiente sociale che attribuisce continuamente significati morali ed estetici all’aspetto fisico. La vergogna nasce così dall’incontro tra ciò che una persona sente di essere e ciò che gli altri pretendono che diventi.

Il tema permette di leggere Crunco anche attraverso la questione dello stigma legato al peso e della discriminazione corporea. Le rappresentazioni dominanti della bellezza tendono spesso a proporre una gamma limitata di corpi considerati attraenti, mentre chi non corrisponde a quei modelli può essere associato a stereotipi negativi. Nel caso di Enea, questa pressione sembra influenzare ogni dimensione dell’esistenza, dalla vita sentimentale alle possibilità di immaginare un futuro differente. Il suo corpo diventa un luogo sul quale gli altri esercitano il proprio giudizio, fino a trasformare la diversità fisica in una presunta prova di inferiorità.

È significativo che il protagonista lavori proprio nella macelleria del padre, un ambiente nel quale il corpo animale viene materialmente trasformato in carne. La coincidenza suggerisce un possibile livello simbolico: Crunco vive quotidianamente in uno spazio legato alla manipolazione della materia corporea, mentre il proprio corpo viene osservato e valutato dagli altri come qualcosa che dovrebbe essere modificato. Senza ridurre questa ambientazione a una metafora univoca, si può riconoscere il contrasto tra la dimensione concreta della carne e quella sociale del desiderio, entrambe centrali nella costruzione della sua identità.

Lezzago e la crudeltà delle piccole comunità

L’immaginaria Lezzago non rappresenta soltanto il luogo nel quale si svolgono gli avvenimenti, ma diventa uno dei principali strumenti attraverso cui Colarieti costruisce la propria critica sociale. È un paese dove apparentemente non succede mai nulla, ma nel quale gli abitanti sembrano conoscere e giudicare ogni aspetto della vita altrui. La tranquillità della provincia nasconde così una forma di controllo collettivo, esercitato attraverso le aspettative, le convenzioni e la difficoltà di accettare chi non corrisponde all’idea dominante di normalità.

Per Crunco, il paese rappresenta un ambiente dal quale desidera fuggire. Studiare cinema in una grande città significa immaginare un futuro nel quale poter costruire un’identità differente, sottraendosi almeno in parte alle definizioni imposte da chi lo conosce da sempre. La fuga diventa quindi una possibilità di emancipazione, ma anche il segno di una difficoltà più profonda: il protagonista fatica a pensare di poter essere felice nel luogo al quale appartiene. La comunità, invece di offrirgli uno spazio di protezione, sembra contribuire alla sua esclusione.

L’incubo collettivo che colpisce Lezzago porta questa dinamica alle estreme conseguenze. Gli abitanti condividono la visione di una catastrofe imminente e individuano nella distruzione della casa degli Osvaldi l’unico modo per evitarla. La violenza viene così rappresentata come una necessità collettiva, qualcosa che potrebbe essere giustificato attraverso la promessa di salvare tutti. Il meccanismo richiama quello del capro espiatorio: una comunità attraversata dalla paura concentra le proprie tensioni su un bersaglio e trasforma l’aggressione in una possibile soluzione ai propri problemi.

Tra surrealismo e apocalisse: quando la realtà diventa un incubo

L’elemento surreale rappresenta una delle scelte narrative più interessanti del romanzo. Fino all’arrivo di Marco, la storia di Crunco sembra svilupparsi attraverso conflitti profondamente realistici: il rapporto difficile con il padre, il trauma della perdita materna, il desiderio non corrisposto e la vergogna per il proprio corpo. L’incubo collettivo introduce invece una dimensione completamente differente, nella quale le paure individuali sembrano assumere improvvisamente una forma condivisa.

La presenza di uomini con facce di coniglio, la minaccia di una catastrofe e l’immagine della casa destinata alle fiamme contribuiscono a trasformare Lezzago in un universo grottesco. Sono elementi che non appartengono necessariamente alla logica del realismo tradizionale, ma che permettono di rappresentare attraverso immagini estreme le contraddizioni della comunità. L’apocalisse diventa così una possibile metafora della crisi di una società incapace di riconoscere i propri conflitti, mentre il bisogno di trovare un responsabile rivela quanto facilmente la paura possa trasformarsi in violenza.

Anche il contrasto tra tragedia e comicità sembra svolgere una funzione importante. La presentazione editoriale descrive il romanzo attraverso una disperazione contemporaneamente cupa e buffa, suggerendo un linguaggio narrativo nel quale l’assurdo permette di osservare la realtà da una prospettiva deformata. Il grottesco rende visibili comportamenti che, raccontati attraverso un registro esclusivamente realistico, potrebbero apparire meno evidenti. La comunità di Lezzago diventa quindi uno specchio deformante nel quale riconoscere alcune delle contraddizioni della società contemporanea.

Il sogno di studiare cinema e il bisogno di immaginare un’altra vita

Tra i desideri di Crunco, quello di lasciare Lezzago per studiare cinema assume un significato particolare. Il cinema è un linguaggio attraverso il quale è possibile raccontare altre esistenze, costruire mondi e osservare la realtà da prospettive differenti. Per un protagonista che si sente imprigionato nello sguardo degli altri, la possibilità di dedicarsi alle immagini sembra offrire anche un modo per sottrarsi alla rappresentazione che la comunità ha costruito di lui.

Enea desidera un altrove che non possiede ancora una forma precisa. Sa di voler andare via, ma il futuro rimane qualcosa di indefinito, una promessa alla quale continua ad aggrapparsi per sopportare il presente. È una condizione riconoscibile in molte esperienze giovanili, soprattutto quando il luogo nel quale si cresce sembra offrire possibilità limitate di realizzazione personale. L’altrove diventa contemporaneamente uno spazio geografico e un’immagine mentale, nella quale proiettare ciò che non si riesce a vivere.

Questa tensione permette di leggere Crunco anche come un romanzo di formazione sui generis. Enea non deve soltanto trovare il coraggio di lasciare il paese, ma imparare a riconoscere il proprio valore indipendentemente dai giudizi ricevuti. Il suo percorso si sviluppa tuttavia in un universo nel quale le relazioni possono essere ambigue, i desideri possono entrare in conflitto e persino l’amore sembra esposto alla possibilità del tradimento. La maturazione non coincide quindi con una conquista lineare della felicità, ma con la difficile scoperta della complessità dei rapporti umani.

Perché leggere “Crunco” di Mauro Colarieti

Crunco è un romanzo particolarmente interessante per chi cerca una narrativa italiana capace di affrontare il desiderio queer senza rinunciare alla complessità psicologica e alla sperimentazione letteraria. Attraverso Enea Cruncotti, Mauro Colarieti racconta il dolore di sentirsi esclusi, la difficoltà di abitare un corpo continuamente giudicato e il bisogno di trovare qualcuno che sappia riconoscerci al di fuori delle aspettative sociali. Il protagonista è una figura vulnerabile, ma attraversata da desideri intensi, contraddizioni e una determinazione che continua a sopravvivere anche nelle condizioni più difficili.

Il libro si distingue inoltre per la scelta di utilizzare il grottesco e il surreale come strumenti di critica sociale. Lezzago non è soltanto un paese immaginario, ma può essere letto come una rappresentazione delle comunità che trasformano la diversità in una colpa e la paura in un’occasione di violenza. L’incubo collettivo, l’apocalisse e l’immagine della casa in fiamme rendono evidente quanto facilmente un gruppo possa cercare la propria salvezza attraverso la distruzione di qualcun altro.

La riflessione più significativa riguarda però il significato del desiderio. Crunco desidera essere amato, lasciare il proprio paese, studiare cinema e costruire un rapporto diverso con il proprio corpo. Sono aspirazioni che potrebbero apparire semplici, ma che diventano difficilissime quando l’ambiente circostante continua a suggerire che non tutti meritino le stesse possibilità.

Con Crunco, Mauro Colarieti racconta proprio questa contraddizione: il bisogno universale di essere felici e la crudeltà con cui una società può impedire ad alcune persone di immaginare la propria felicità. Attraverso una narrazione che intreccia realismo, desiderio e assurdo, il romanzo invita a riflettere sul modo in cui giudichiamo i corpi e le identità altrui, ricordandoci quanto possa essere rivoluzionario, per chi è sempre stato considerato diverso, rivendicare semplicemente il diritto di essere desiderato e di costruirsi una vita propria.

Intervista a Mauro Colarieti

1.
Enea Cruncotti, detto Crunco, desidera continuamente qualcosa: essere amato, lasciare Lezzago, studiare cinema, immaginare per sé un’altra vita. Perché ha scelto proprio il desiderio come motore del personaggio e del romanzo?

Mi piaceva l’idea di interpretare il desiderio come una sorta di “speranza malvagia”, qualcosa che emerge quando ti trovi in un contesto che non ti soddisfa e che ti porta a fare cose che altrimenti non avresti mai fatto. Tipo, manifestare accidentalmente l’apocalisse.

Crunco è di base un personaggio molto rancoroso e, come dici tu, immagina spesso un’altra vita poiché insoddisfatto della propria. Ha visioni e desideri surreali che non riesce a controllare, un po’ come non ha potere sulla propria quotidianità. Finisce per litigare con Leonardo DiCaprio o si ritrova nella forma letterale di un capro espiatorio circondato da lupi.

L’escapismo mentale di Enea è stato utile sia per amalgamare i diversi generi (romanzo di formazione queer, speculativo e new-weird) che per la metafora-filo rosso dell’intero romanzo: l’apocalisse effettiva in relazione all’apocalisse della crescita in provincia, del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Il desiderio, in questo caso, è relazionato alla fuga dalla cittadina, sì, ma anche a quanto siamo disposti a sacrificare dell’approvazione sociale per ottenere quello che desideriamo davvero. Che sia una nuova dimensione sociale o il ragazzo della tua migliore amica.

2.
Crunco vive in un corpo che sente giudicato dagli altri e arriva a convincersi di non poter essere desiderato. Quanto era importante raccontare il rapporto tra corpo, autostima e sguardo sociale senza trasformare il personaggio nella sua sofferenza?

Fondamentale. In particolare, volevo parlare dal punto di vista di un personaggio ingrassato. Uno che rispecchiava un certo canone estetico e ne è uscito volontariamente. Il corpo ingrassato e il corpo grasso hanno dei riti, dei codici sociali, delle considerazioni da fare molto diverse. Mi piaceva (o forse sarebbe meglio dire mi premeva), raccontare il corpo ingrassato sotto un’ottica glorificante ma allo stesso tempo realistica. Enea si piace molto nel suo fisico, in diverse parti del romanzo si avverte proprio come il suo cambiamento estetico lo soddisfi e l’abbia aiutato a sfuggire da un’ipersessualizzazione di cui era dipendente e in cui si stava perdendo. Allo stesso tempo, far finta che la sua condizione non fosse complessa a livello sociale e che non pagasse alcuna conseguenza per il suo ingrassamento sarebbe stato ancora più irrealistico dell’apocalisse in provincia.

3.
La sua omosessualità si confronta con una realtà in cui l’affetto può essere vissuto di nascosto e alcuni uomini sembrano disposti a desiderarlo senza riconoscerlo apertamente. Che cosa voleva raccontare attraverso questa contraddizione tra desiderio privato e riconoscimento pubblico?

Mi sono basato molto su esperienze personali, sia mie che di coetanei. La sfera della provincia, in particolare, porta diverse persone a esplorare la propria sessualità non eteronormativa utilizzandone altre come porcellini d’India. Il concetto di desiderio privato, nel caso di Enea Cruncotti, è ciò di cui deve accontentarsi data la sua condizione da ragazzo omosessuale dichiarato nella profonda provincia bergamasca. Si aggiunge poi, anche qui, la sfera del corpo grasso. Mi permetto di citare un pensiero che fa Crunco all’interno del romanzo: “Quando sei grasso, i ragazzi vogliono scoparti comunque, eccome se lo vogliono. Ma se si tratta di uscire con te, postare una foto insieme, presentarti ad amici e parenti, allora spariscono. Orbitano, per essere precisi. Tutti tornano, soprattutto dove sono stati felici, dove hanno scopato bene. Solo che non ti portano in giro in bella vista, non sali sul carro delle loro glorie. Quando ingrassi, scopri che per essere amato alla luce del sole devi rispettare certi parametri.”

Quindi sì, la contraddizione è evidente e mi piaceva sottolinearla per mostrare che siamo tutti un po’ ammalati dalle dinamiche a cui ci sottopone la società.

4.
Lezzago sembra essere molto più di un’ambientazione: è una comunità soffocante dalla quale Crunco sogna continuamente di fuggire. Quanto c’è, nel paese, dell’Italia contemporanea e del rapporto spesso difficile tra provincia e diversità?

Il libro è uscito da quasi un mese e devo ammettere che ciò che ho notato con piacere è che diverse persone cresciute in provincia, che siano originarie di paesini del Nord o cittadine periferiche del Sud, hanno letto e percepito tutta la desolazione di Lezzago e affidata ai propri ricordi di crescita. In soldoni, si sono rivisti nelle sensazioni deprimenti e ingabbianti provate da Enea a Lezzago.

C’è molto, moltissimo materiale sul rapporto tra provincia e diversità. Si collega anche alla domanda di prima, il dover vivere come segreto speciale (a mo’ di E.T.) perché troppo pericoloso da vivere alla luce del sole. Questo, in relazione ai sogni di fuga, tratta dinamiche che non sono certo nuove, ma che si rinnovano coi codici della tecnologia e dei fenomeni sociali attorno alla comunità gay in rapporto a una provincia tradizionalista, troppo simile a decenni fa.

5.
A un certo punto un incubo collettivo porta nella storia una dimensione quasi apocalittica e trasforma un disagio individuale in qualcosa che riguarda l’intera comunità. Perché ha scelto il surreale per raccontare una realtà sociale molto concreta?

Ho vissuto l’abbandono dell’adolescenza come una vera e propria apocalisse, dove cercavo di salvare il salvabile tra amici e abitudini. L’idea di utilizzare l’apocalisse stessa, quindi, aveva senso come metafora personale.

Andrea Grippo, quando ha parlato del romanzo, l’ha definito appartenente al filone del “pre-apocalismoemotivo-umanista”, dicendo che il focus non è tanto la fine del mondo in sé ma la reazione delle persone e le conseguenze sulla loro psiche prima dell’apocalisse. Ha molto senso come termine, riprende altre storie che ho amato come Melancholia di Lars von Trier e la serie animata Carol e la fine del mondo. Così come aveva senso durante la stesura amplificare il contrasto tra un paese statico come Lezzago e una dinamica caotica come la predizione della fine del mondo a causa di un incubo collettivo.

6.
Crunco sogna di studiare cinema e di costruirsi altrove una vita diversa. Che ruolo ha l’immaginario cinematografico nella sua maniera di guardare il mondo e, più in generale, nella scrittura del romanzo?

Dai vari riferimenti pop a vere e proprie pagine di sceneggiatura nel testo, il cinema è uno dei totem di questo romanzo. L’escapismo a cui il lettore è sottoposto attraverso gli occhi di Enea è spesso collegato all’epicità e alla drammaticità del cinema d’autore. Non a caso i film da cui sono tratti gli scriptssono di Godard, Winding Refn e Tornatore.

Crunco lo dice nelle prime pagine, sogna stelle e rampicanti ma è circondato da conigli e salami nella macelleria del padre. Ha un occhio molto allenato, ricerca il bello ovunque, è la definizione dell’ideale life imitates art. Il suo modo di immaginare, vedere e vivere è una conseguenza diretta di quanto il posto in cui vive lo stia ammalando.

7.
Nel libro convivono dolore, ironia, assurdo e quella che viene definita una “cupa e buffa disperazione”. Come ha trovato il tono giusto per raccontare temi così dolorosi senza rinunciare all’umorismo?

Il cervello si assesta, nessun dolore ha la stessa intensità a distanza di anni. E, almeno nel caso di Enea Cruncotti, l’ironia e il black humor sono tra le migliori armi per normalizzare i traumi vissuti. Poi, se parliamo di me come scrittore, volevo divertirmi nella stesura, perché sono convinto che se mi diverto io a raccontare poi si diverte anche chi legge. C’è da dire però che diversi pensieri in Crunco li intendevo seriamente e sono stati citati dai lettori come picchi d’ironia… quindi magari sono semplicemente pazzo e non vengo preso seriamente a prescindere. Chi lo sa.

8.
Il romanzo sembra porre una domanda molto contemporanea: quanto della nostra felicità dipende da ciò che desideriamo e quanto dal sentirci riconosciuti dagli altri? Che cosa vorrebbe rimanesse al lettore dopo aver conosciuto Crunco?

Viviamo nell’era della performatività e la domanda che poni è davvero un dilemma che, io in primis, sto ancora gestendo. Mi vien da dire che le pressioni sociali trattate nel romanzo le proviamo da secoli, ma l’intesnità degli occhi indagatori sono più forti in provincia. Quando devi dimostrare a tutti, a te stesso in primis, di valere qualcosa. Di meritare di meglio.

Al lettore auguro di capire Enea Cruncotti, di empatizzare con lui come antieroe fatto e finito. Ha moltissimi difetti, compie scelte discutibili ogni tot pagine; è perfido, rancoroso, ossessivo, cerca Dio in uomini discutibili e lotta assiduamente coi propri demoni. Crunco è lontano dall’archetipo del cavaliere con armatura e cavallo. Anzi, è proprio il drago che sputa fuoco contro tutto il villaggio.

Forse, mi auguro, è proprio per questo che spero venga compreso e abbracciato dai lettori.