I morti di Mariana Enriquez raramente tornano soltanto per spaventare. Restano accanto ai vivi perché qualcosa non è stato risolto, perché un dolore è rimasto senza risposta oppure perché dietro una morte esiste una violenza che qualcuno preferirebbe dimenticare.
È da questa concezione del fantasma che nasce Mis muertos tristes, la miniserie diretta dal regista cileno Pablo Larraín, disponibile su Netflix dal 24 settembre 2026. Sono quattro episodi, ma dietro la storia di Ema e dei morti che cominciano a invadere il quartiere di Piedrabuena si nasconde un’operazione letteraria più complessa di un adattamento tradizionale: Larraín ed Enriquez hanno preso personaggi, luoghi e situazioni appartenenti a racconti differenti e li hanno fatti convergere nella stessa storia.
Il risultato è particolarmente fedele al modo in cui Enriquez ha costruito negli anni il proprio immaginario. Nella sua narrativa il fantastico non cancella mai la realtà dell’Argentina contemporanea, ma sembra piuttosto aprire una crepa attraverso la quale quella realtà diventa ancora più visibile.
Quartieri marginalizzati, disuguaglianze, violenza, memoria politica, corpi femminili, adolescenza e abbandono convivono con fantasmi e apparizioni senza che sia sempre possibile stabilire dove termini l’orrore soprannaturale e cominci quello prodotto dagli esseri umani. Non sorprende allora che Netflix presenti Mis muertos tristes come una storia nella quale il vero terrore nasce anche da ciò che la società nasconde.
“Mis muertos tristes”, di cosa parla la serie Netflix
Al centro della miniserie troviamo Ema, interpretata da Mercedes Morán, una dottoressa appena andata in pensione che possiede una capacità con cui ha imparato a convivere: può vedere e ascoltare i morti. Li chiama semplicemente “presenze” e ha trascorso buona parte della propria esistenza cercando di mantenere una distanza tra il suo dono e il dolore degli altri. Dopo la morte della madre, però, il fragile equilibrio che ha costruito comincia a spezzarsi quando arriva sua nipote Julie, giovane che possiede la stessa capacità della zia ma vive il rapporto con i morti in maniera molto più intensa.
Contemporaneamente, tre adolescenti vengono assassinati a Piedrabuena, quartiere popolare di Buenos Aires segnato dalla violenza e dall’abbandono. Le due vicende finiscono per incontrarsi e quello che fino a quel momento era stato un fenomeno privato comincia a coinvolgere l’intera comunità.
I morti si fanno presenti, il confine con i vivi diventa sempre meno stabile e ciascun personaggio viene costretto a confrontarsi con qualcosa che avrebbe preferito lasciare sepolto. Netflix definisce la serie un dramma soprannaturale, ma Larraín ha spiegato che alla base della storia rimangono una città, le differenze di classe, la povertà e l’abbandono: “il terrore sta nel quotidiano”, prima ancora che nei fantasmi.
Non un libro ma quattro racconti: da dove nasce “Mis muertos tristes”
La particolarità dell’adattamento sta proprio qui. La miniserie utilizza I miei tristi morti come propria colonna vertebrale, ma incorpora elementi di Julie, Quando parlavamo con i morti e Un luogo soleggiato per gente ombrosa. Netflix ha confermato ufficialmente i quattro testi alla base del progetto e Mariana Enriquez ha spiegato che l’idea era quella di fondere racconti differenti per costruire una narrazione più ampia.
La presenza della scrittrice nel progetto è inoltre molto più importante di quella di un’autrice che concede semplicemente i diritti delle proprie opere. Enriquez ha partecipato direttamente alla sceneggiatura insieme a Guillermo Calderón, Anastasia Ayazi e Pablo Larraín, lavorando quindi alla trasformazione della propria narrativa in linguaggio televisivo. La scrittrice ha raccontato che questa è stata la sua prima esperienza da sceneggiatrice e che per mesi i quattro autori si sono scambiati le diverse versioni dei copioni.
Larraín si è trovato davanti al problema opposto: trasformare in immagini ciò che nella pagina può rimanere sensazione, atmosfera e ambiguità. Il regista ha spiegato di aver cercato di entrare nell’universo letterario di Enriquez senza portarlo fuori dalla sua natura, mentre l’autrice ha lasciato a lui il compito di decidere come mostrare visivamente i suoi fantasmi.
“I miei tristi morti”, il racconto che tiene insieme la serie
Il cuore dell’adattamento rimane I miei tristi morti. È da questo racconto che proviene Ema e soprattutto l’idea delle presenze che la accompagnano. Come racconta anche Marsilio nel materiale che hai trovato, Ema è una dottoressa sessantenne appena pensionata e sua nipote Julie condivide la sua capacità di vedere e comunicare con i morti.
È qui che emerge una delle intuizioni più potenti della narrativa di Enriquez: il fantasma come memoria. Parlando dell’adattamento, la scrittrice ha spiegato che i fantasmi di Mis muertos tristes sono legati a qualcosa che continua a tornare perché non può essere pacificato, soprattutto quando nasce dall’ingiustizia. La domanda che rimane aperta è allora molto più inquietante dell’esistenza stessa degli spiriti: che cosa facciamo con quei fantasmi?
Il soprannaturale diventa così un modo per rendere visibile ciò che continua a esistere anche quando una comunità tenta di dimenticarlo. Un morto non è soltanto qualcuno che appartiene al passato: può essere la manifestazione di un debito ancora aperto tra passato e presente.
“Quando parlavamo con i morti”, sedute spiritiche e ferite dell’Argentina
Un altro tassello fondamentale proviene da Quando parlavamo con i morti, racconto pubblicato in Italia nella raccolta I pericoli di fumare a letto di Marsilio. Nel materiale dell’editore viene collegato all’assassinio dei tre adolescenti di Piedrabuena: le sedute spiritiche diventano parte di una ricerca della verità, mentre interrogare i morti significa inevitabilmente riportare alla superficie ferite che non appartengono soltanto ai singoli personaggi.
Il rapporto tra fantasmi e storia argentina diventa qui essenziale. Nella narrativa di Enriquez il passato non è qualcosa che rimane ordinatamente alle nostre spalle. Può continuare a occupare case, quartieri e corpi, soprattutto quando le sue vittime non hanno ottenuto verità o giustizia. La seduta spiritica assume allora un significato quasi politico: dare voce ai morti significa ascoltare ciò che i vivi hanno cercato di rendere invisibile.
È anche uno dei motivi per cui ridurre Enriquez alla semplice etichetta di scrittrice horror rischia di raccontarla soltanto in parte. L’orrore è il suo linguaggio, ma ciò che emerge attraverso quel linguaggio riguarda spesso le strutture sociali nelle quali vivono i suoi personaggi.
“Julie” e “Un luogo soleggiato per gente ombrosa”
Anche Julie confluisce direttamente nella miniserie e permette di ampliare la storia familiare di Ema. Netflix indica espressamente il racconto tra quelli utilizzati nell’adattamento e il personaggio diventa uno dei motori principali della storia televisiva. L’arrivo della giovane rompe infatti l’equilibrio costruito dalla zia e mostra due modi radicalmente differenti di convivere con la stessa capacità soprannaturale.
L’altro testo fondamentale è Un luogo soleggiato per gente ombrosa, che dà il titolo alla più recente raccolta di racconti di Enriquez pubblicata in Italia da Marsilio. Da questo universo arriva anche la geografia inquietante di Piedrabuena, scelta non casualmente dalla produzione come luogo centrale della miniserie. Il quartiere esiste realmente a Buenos Aires e il production designer Rodrigo Bazaes ha spiegato che la sua architettura permetteva di rappresentare visivamente l’incontro e lo scontro tra quartieri, classi e trasformazioni dell’Argentina contemporanea.
Il paesaggio diventa così parte dell’orrore. Non abbiamo bisogno della tradizionale villa gotica isolata dal mondo: bastano palazzi, strade, una torre dell’acqua e una periferia attraversata da vite che raramente occupano il centro del racconto pubblico. È il gotico di Enriquez: profondamente urbano, latinoamericano e radicato nella realtà sociale.
Pablo Larraín porta Mariana Enriquez sullo schermo
La scelta di Pablo Larraín rende l’adattamento ancora più interessante. Il regista cileno di No, Jackie, Spencer, El Conde e Maria possiede già una filmografia attraversata dal rapporto tra individuo, memoria e Storia. Con Mis muertos tristes entra però direttamente nell’horror letterario di Enriquez, lavorando con una scrittrice che considera la realtà spesso più spaventosa del soprannaturale.
La serie è prodotta da Fabula, la società fondata da Pablo e Juan de Dios Larraín, e vede accanto a Mercedes Morán Dolores Fonzi, Alejandra Flechner e Carolina Alvarez, oltre a Carlos Portaluppi, Germán de Silva e Luz Jiménez. Prima dell’arrivo sulla piattaforma, Mis muertos tristes è stata inoltre presentata in concorso alla 74ª edizione del Festival internazionale del cinema di San Sebastián, dove i quattro episodi sono stati riuniti e mostrati in formato lungometraggio.
Su Netflix Italia sono disponibili tutti e quattro gli episodi, della durata rispettivamente di circa 56, 50, 47 e 48 minuti, con audio e sottotitoli italiani.
I libri di Mariana Enriquez da leggere dopo “Mis muertos tristes”
La serie può diventare soprattutto una porta d’ingresso nella narrativa di Mariana Enriquez. Per ritrovare i testi che confluiscono direttamente nell’adattamento bisogna guardare alle sue raccolte di racconti pubblicate in Italia da Marsilio, tra cui I pericoli di fumare a letto e Un luogo soleggiato per gente ombrosa. Il post dell’editore suggerisce inoltre di proseguire con Le cose che abbiamo perso nel fuoco e con il romanzo La nostra parte di notte, opere che permettono di allargare ulteriormente lo sguardo sul suo immaginario.
Non sono semplicemente libri “per chi ama avere paura”. Enriquez utilizza il soprannaturale per dare una forma a ciò che normalmente rimane difficile da vedere: la memoria collettiva, la violenza esercitata sui corpi, le disuguaglianze, i traumi familiari e tutto ciò che una società tenta di relegare ai propri margini. È proprio per questo che il passaggio dalla pagina allo schermo di Mis muertos tristes appare particolarmente coerente con la sua scrittura.
I fantasmi della serie non arrivano infatti da un altro mondo completamente separato dal nostro. Sono prodotti da questo mondo, dalla sua storia e dalle cose che i vivi non sono riusciti a risolvere. È forse qui che si trova la chiave dell’incontro tra Mariana Enriquez e Pablo Larraín: il soprannaturale può spaventare, ma ciò che gli permette di tornare appartiene quasi sempre alla realtà.

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