Astrea, la storica collana di Giunti è dedicata alla letteratura scritta dalle donne, e, pertanto, una delle operazioni editoriali più interessanti di questo autunno. A quarant’anni dalla sua nascita, Astrea riparte il 15 settembre 2026 con quattro libri di Margaret Atwood, Ángeles Mastretta, Carmen Martín Gaite e Nawal al-Sa’dawi: quattro autrici diversissime per provenienza, epoca e immaginario, unite dalla capacità di raccontare cosa significhi per una donna cercare uno spazio nel mondo e decidere chi essere.
Il punto, infatti, non è semplicemente tornare a pubblicare dei romanzi importanti. Astrea nasce con un’idea molto più ambiziosa: costruire una biblioteca capace di attraversare confini geografici e culturali e di osservare il mondo attraverso esperienze femminili differenti. Identità, corpo, desiderio, amicizia, violenza, libertà, famiglia, maternità e rapporti di potere diventano così parti di un discorso che non appartiene soltanto alla storia delle donne, ma alla storia della letteratura. E i primi quattro titoli scelti per questa nuova stagione lo dimostrano perfettamente.
Astrea, una collana nata quarant’anni fa per cambiare il punto di vista
Astrea nasce nel marzo del 1986 da un progetto di Roberta Mazzanti, che oggi torna a guidarla. All’epoca l’idea era radicale: creare all’interno di una grande casa editrice italiana un progetto di respiro internazionale interamente dedicato alla creatività e alla libertà delle donne. Nel corso della sua storia la collana avrebbe accolto autrici come Nancy Mitford, Fatema Mernissi, Jean Rhys, Assia Djebar, Mercè Rodoreda, Yuko Tsushima, Fumiko Enchi e Carmen Martín Gaite, contribuendo inoltre a far conoscere Margaret Atwood al pubblico italiano quando la scrittrice canadese non aveva ancora raggiunto la popolarità che avrebbe ottenuto negli anni successivi.
Già questo elenco permette di comprendere quanto fosse importante l’intuizione di Astrea: non creare un recinto chiamato genericamente “letteratura femminile”, ma mettere in discussione l’idea stessa di un canone costruito quasi esclusivamente intorno alle esperienze considerate centrali dalla tradizione. La collana guardava all’Europa ma anche al Nord Africa, al Medio Oriente, all’Asia e alle Americhe, accogliendo romanzi, racconti, autobiografie e scritture capaci di muoversi tra generi differenti. Uno studio dedicato alla ricezione di Astrea ha parlato significativamente della costruzione di un “canone aperto” di libri scritti da donne, sottolineando anche come la collana abbia generato un forte processo di riconoscimento e identificazione nelle lettrici.
La rinascita del 2026 riparte proprio da questo patrimonio. Non si tratta, secondo la presentazione del progetto, di un’operazione nostalgica: l’obiettivo è recuperare classici moderni e contemporanei dimenticati, trascurati o diventati difficili da reperire. Ed è forse qui che Astrea torna a essere particolarmente interessante oggi. Riscoprire una scrittrice non significa semplicemente restituirle un posto sullo scaffale: significa domandarsi perché un libro sia scomparso, cosa abbia ancora da raccontare e in quale modo possa cambiare lo sguardo di chi lo legge quarant’anni, cinquant’anni o persino un secolo dopo.
I primi 4 libri con cui rinasce Astrea
Il nuovo corso parte da quattro scrittrici e da quattro modi profondamente differenti di raccontare l’esperienza femminile. Si passa dall’identità frammentata e ironica di Margaret Atwood al Messico rivoluzionario di Ángeles Mastretta, dall’amicizia tra donne di Carmen Martín Gaite alla violenza patriarcale denunciata da Nawal al-Sa’dawi. Sono tutti libri pubblicati nella nuova Astrea il 15 settembre 2026.
“Lady Oracolo” di Margaret Atwood, traduzione di Fausta Alberta Libardi, Giunti
Prima di diventare universalmente associata alle distopie che hanno segnato la sua carriera, Margaret Atwood aveva già cominciato a interrogare uno dei problemi destinati ad attraversare molta della sua letteratura: quanto di ciò che chiamiamo identità appartiene davvero a noi e quanto, invece, viene costruito dallo sguardo degli altri? “Lady Oracolo”, terzo romanzo dell’autrice e a lungo introvabile in Italia, ritorna con Astrea proprio perché questa domanda sembra avere acquistato ulteriore forza nel presente. La nuova edizione conta 464 pagine ed è tradotta da Fausta Alberta Libardi.
Al centro troviamo Joan Foster, una donna che sembra aver trasformato la fuga in una forma di esistenza. Fugge da una madre soffocante, da un matrimonio complicato e soprattutto dalle numerose versioni di se stessa che ha costruito nel tempo. È scrittrice di romanzi di genere, poetessa, moglie, amante, donna osservata attraverso il proprio corpo e persona che tenta continuamente di riscrivere la propria storia. Quando arriva a inscenare la propria morte e lascia il Canada per rifugiarsi nel paese italiano di Terremoto, la fuga diventa quasi letterale: per ricominciare, Joan prova simbolicamente a eliminare la donna che è stata.
È qui che “Lady Oracolo” diventa particolarmente interessante all’interno del progetto Astrea. Atwood non sembra cercare una definizione rassicurante della “vera” identità femminile, ma mette in crisi l’idea che sotto tutte le maschere debba necessariamente esistere un io unico, puro e immutabile. Joan è contemporaneamente le sue contraddizioni: la bambina e la donna adulta, la scrittrice popolare e la poetessa, la persona ferita e quella capace di mentire, la donna che desidera essere guardata e quella che vorrebbe scomparire. Il problema non è semplicemente liberarsi delle identità imposte, ma capire cosa rimanga quando abbiamo trascorso un’intera vita adattandoci agli sguardi che ci circondano.
C’è poi un secondo elemento che rende il romanzo sorprendentemente contemporaneo: il rapporto fra vita e narrazione. Joan inventa storie e nello stesso tempo inventa se stessa. La finzione non rimane confinata ai libri che scrive, ma penetra nella realtà, mentre la sua biografia diventa progressivamente una costruzione narrativa. Atwood utilizza così il romanzo gotico, la parodia e il gioco delle identità per parlare del corpo, della fama, delle aspettative sociali e della difficoltà di possedersi davvero.
Rimettere oggi “Lady Oracolo” in circolazione significa quindi recuperare una Atwood diversa da quella attraverso cui molti lettori l’hanno conosciuta. Non c’è bisogno di una società distopica per mostrare quanto possa essere difficile per una donna sottrarsi ai ruoli che le vengono assegnati: a volte basta una vita apparentemente normale, uno specchio e la sensazione di non riconoscere più la persona riflessa.
“Male d’amore” di Ángeles Mastretta, traduzione di Silvia Meucci, Giunti
Se “Lady Oracolo” mette in discussione l’identità, “Male d’amore” sposta il discorso sulla libertà di desiderare. Ángeles Mastretta porta il lettore nel Messico attraversato dalla rivoluzione e affida la propria storia a Emilia Sauri, una donna che cresce in un tempo di trasformazioni politiche e sociali e che decide di non accettare l’idea che la libertà pubblica e quella privata debbano necessariamente percorrere strade diverse. La nuova edizione Astrea è tradotta da Silvia Meucci e conta 464 pagine.
Emilia cresce circondata dalla medicina, dalla botanica, dalla letteratura e dalla musica, ma soprattutto da figure che le insegnano a considerare l’anticonformismo una possibilità concreta. La Storia irrompe presto nella sua esistenza: guerre, povertà e rivoluzione non sono un fondale decorativo, perché determinano le scelte degli uomini e delle donne che la circondano. Emilia cura, partecipa, osserva e costruisce la propria indipendenza mentre il Messico cerca a sua volta di ridefinire se stesso.
Poi ci sono Daniel Cuenca e Antonio Zavalza. Il primo rappresenta l’amore febbrile, continuamente interrotto dalla rivoluzione; il secondo una relazione capace di offrire stabilità e pace. Emilia, però, rifiuta di trasformare questa opposizione nella scelta tradizionale fra due uomini. Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti della premessa costruita da Mastretta: il centro della storia non sono Daniel e Antonio, ma la donna che li ama. Il desiderio di Emilia non viene ridotto a colpa da espiare né necessariamente ricondotto alla scelta di un’unica forma socialmente accettabile di felicità.
Amore e politica finiscono così per riflettersi l’uno nell’altra. Una rivoluzione promette di abbattere un ordine precedente; Emilia compie qualcosa di simile nella propria vita privata quando rivendica il diritto di costruire autonomamente sentimenti, professione e futuro. La libertà smette quindi di essere un concetto astratto: passa attraverso il corpo, le relazioni e la possibilità di decidere quali regole meritino davvero di essere rispettate.
La presenza di “Male d’amore” nel ritorno di Astrea chiarisce bene anche l’ambizione geografica della collana. Il mondo narrato dalle donne non coincide con un’unica esperienza occidentale o europea. Cambiano le società, le rivoluzioni e i vincoli, ma rimane la domanda che attraversa molte delle opere selezionate: quanto costa diventare la persona che si desidera essere quando il mondo ha già deciso quale posto assegnarti?
“Nuvolosità variabile” di Carmen Martín Gaite, traduzione di Michela Finassi Parolo, prefazione di Maria Vittoria Calvi, Giunti
Esistono amicizie che non finiscono davvero: rimangono sospese, sepolte sotto matrimoni, lavori, figli, distanze e vite che hanno preso direzioni differenti. “Nuvolosità variabile” parte proprio da questa possibilità. La nuova edizione Astrea del romanzo di Carmen Martín Gaite è tradotta da Michela Finassi Parolo, accompagnata da una prefazione di Maria Vittoria Calvi e conta 480 pagine.
Mariana León e Sofía Montalvo sono state inseparabili durante l’adolescenza. Trent’anni dopo, però, sembrano appartenere a mondi differenti. Mariana ha costruito una brillante carriera come psicanalista; Sofía ha trascorso gran parte della propria vita nel ruolo di moglie e madre. Quando si incontrano nuovamente a un vernissage, entrambe stanno attraversando una fase di crisi. Ricominciano allora a scriversi e proprio la scrittura diventa lo spazio attraverso cui provare a comprendere ciò che è accaduto.
È un’intuizione particolarmente bella perché sposta il centro del romanzo dall’evento straordinario alla possibilità di raccontarsi. Mariana e Sofía non devono semplicemente recuperare un’amicizia perduta: attraverso l’altra possono finalmente formulare pensieri che per anni non sono riuscite a confessare nemmeno a se stesse. L’amica diventa uno specchio diverso da quello offerto dalla famiglia, dalla professione o dal matrimonio. È qualcuno che ricorda chi eri prima che la vita adulta accumulasse sopra di te una serie di definizioni.
Anche il titolo acquista allora un valore quasi esistenziale. La nuvolosità è variabile perché variabile è la percezione che abbiamo della nostra stessa vita. Ci sono momenti nei quali crediamo di avere costruito esattamente ciò che desideravamo e altri nei quali quello stesso quotidiano appare improvvisamente estraneo. Martín Gaite mette al centro donne adulte che non vengono raccontate come figure ormai compiute, ma come persone ancora capaci di cambiare, sbagliare, desiderare e ricominciare. È un dettaglio tutt’altro che secondario in una tradizione culturale che per molto tempo ha concentrato il racconto femminile sulla giovinezza, sull’innamoramento e sulla formazione di una famiglia.
“Nuvolosità variabile” porta così dentro Astrea un altro elemento essenziale: l’amicizia fra donne come luogo di conoscenza. Non un rapporto accessorio rispetto all’amore romantico, ma uno spazio attraverso il quale ricostruire la propria voce. Raccontarsi a un’altra donna può significare ritrovare la continuità fra ciò che siamo state e ciò che siamo diventate. E forse è proprio questa una delle funzioni più profonde della letteratura: permetterci di riprendere una conversazione con parti di noi che credevamo perdute.
“Firdaus. Donna al punto zero” di Nawal al-Sa’dawi, traduzione e prefazione di Silvia Federici, Giunti
Tra i quattro titoli scelti per inaugurare il ritorno di Astrea, “Firdaus. Donna al punto zero” è probabilmente quello in cui la relazione fra letteratura, testimonianza e denuncia emerge nella maniera più esplicita. La nuova edizione è accompagnata dalla traduzione e dalla prefazione di Silvia Federici. Il catalogo Giunti indica la pubblicazione al 15 settembre 2026 e inserisce il volume nella collana Astrea.
Siamo nel carcere del Cairo nel 1974. Firdaus è stata condannata a morte. È stata definita prostituta, assassina e violenta, ma prima dell’esecuzione decide di raccontare la propria storia a Nawal al-Sa’dawi, che entra così direttamente nel libro come testimone. Da questo incontro nasce una narrazione nella quale la vita individuale di una donna diventa uno strumento per interrogare un sistema molto più grande: povertà, violenza di genere, sfruttamento sessuale e rapporti di potere attraversano l’esistenza di Firdaus fino a mostrarle quanto profonde siano le strutture che hanno determinato la sua vita.
Il paradosso più doloroso è evidente fin dalla cornice narrativa. Firdaus si trova fisicamente in carcere, ma la prigionia non comincia con le sbarre. Le catene sono precedenti: esistono nelle relazioni, nella dipendenza economica, nella possibilità concessa agli uomini di definire il valore del corpo femminile e nella violenza trasformata in normalità. La cella rende soltanto visibile una condizione che il libro rintraccia molto prima.
Per questo la parola assume un valore enorme. Firdaus non può cambiare la sentenza che la attende, ma può sottrarre la propria storia alle definizioni costruite dagli altri. Raccontarsi significa riprendersi almeno l’autorità di dire chi è stata, dopo una vita nella quale altri hanno cercato continuamente di stabilirlo al suo posto. È una forma estrema di riappropriazione della propria identità e rende comprensibile perché questo libro abbia superato il contesto storico dal quale proviene.
La sua storia editoriale ne conferma la forza dirompente: il libro fu sottoposto a una severa censura in Egitto ed è poi diventato un testo fondamentale della letteratura femminista internazionale, pubblicato in più di venti lingue. Al-Sa’dawi, psichiatra, scrittrice e pensatrice femminista egiziana, conobbe personalmente repressione, carcere, minacce ed esilio.
È difficile immaginare un titolo più coerente con il ritorno di Astrea. Se la collana nasce per permettere alle donne di raccontare il mondo dalla propria prospettiva, Firdaus porta questa idea alla sua conseguenza più radicale: quando tutto può essere sottratto a una persona, raccontare la propria storia può diventare l’ultimo spazio nel quale esercitare la libertà.
Perché il ritorno di Astrea è importante oggi
Guardati insieme, questi quattro libri raccontano qualcosa di più grande delle loro singole storie. Joan Foster cerca di capire chi rimanga dietro le identità che ha indossato; Emilia Sauri rivendica il diritto di amare e vivere senza ridursi al ruolo stabilito dagli altri; Mariana e Sofía riscoprono attraverso l’amicizia e la scrittura parti di sé rimaste soffocate; Firdaus conquista attraverso la parola un’autorità sulla propria storia che il mondo le ha negato. Canada, Messico, Spagna ed Egitto diventano così quattro punti di una geografia letteraria molto più ampia.
Ed è questa, forse, la ragione per cui Astrea può avere ancora senso quarant’anni dopo la sua nascita. La collana non chiede di leggere queste autrici perché sono donne, ma permette di accorgersi di quanto il canone diventi più ricco quando cominciamo a cercare le voci che per ragioni storiche, editoriali o culturali hanno avuto meno possibilità di restare disponibili. La stessa Astrea degli anni Ottanta aveva guardato a scrittrici provenienti da paesi e tradizioni differenti, mettendo in circolazione in Italia autrici come Jean Rhys, Assia Djebar, Fatema Mernissi, Mercè Rodoreda, Yuko Tsushima e Fumiko Enchi.
Il progetto appena rinato promette di continuare proprio questa ricerca: recuperare classici moderni e contemporanei dimenticati, trascurati o diventati irreperibili e rimetterli nelle mani di una nuova generazione di lettori. In fondo una biblioteca non è fatta soltanto dei libri che continuiamo a stampare, ma anche di quelli che scegliamo di salvare dall’oblio. Astrea torna per ricordarci che nella storia della letteratura esistono ancora moltissime stanze da riaprire, e che dietro alcune di quelle porte ci aspettano scrittrici che avevano già raccontato il nostro presente molto prima che imparassimo a riconoscerlo.

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