7 libri scritti da donne da leggere per scoprire storie di libertà, desiderio e rinascita

7 libri scritti da donne che attraversano epoche, generi e vite diversissime per raccontare cosa significa cercare la propria libertà. Dal desiderio femminile alla guerra, dall’alienazione contemporanea al fantastico, sette letture in cui le donne smettono di essere semplicemente osservate e diventano protagoniste della propria storia.

7 libri scritti da donne da leggere per scoprire storie di libertà, desiderio e rinascita

I sette libri scelti per questa selezione sembrano dialogare ntorno a una domanda: quanto della nostra identità nasce davvero da noi e quanto, invece, viene costruito dallo sguardo degli altri?

Kate Zambreno la pone nella Londra contemporanea attraverso una giovane donna che sembra vivere dentro una vetrina; George Egerton lo faceva già alla fine dell’Ottocento attraverso donne che rivendicavano desideri considerati indicibili; Aixa de la Cruz porta il conflitto direttamente dentro il corpo, mentre Lena Andersson osserva ciò che resta dell’ideale romantico quando si arriva alla maturità. Accanto a loro ci sono Margherita Loy, Cristina Marino e le sedici autrici riunite in “Fantastike”, capaci di dimostrare quanto la narrativa possa parlare di libertà persino quando sceglie la guerra, il perturbante o mondi che apparentemente non esistono.

7 libri scritti da donne che raccontano cosa significa cercare il proprio posto nel mondo

“Green Girl” di Kate Zambreno, traduzione di Federica Principi, Nottetempo

Ruth è una giovane americana che vive a Londra e lavora nel reparto profumeria di un grande magazzino che ha ironicamente ribattezzato Horrids. Spruzza fragranze costose sui clienti, attraversa spazi illuminati artificialmente, osserva e viene osservata. È proprio lo sguardo uno dei nuclei più interessanti di “Green Girl”: quello degli uomini, quello delle altre donne e soprattutto quello che Ruth ha imparato a rivolgere contro se stessa. Nottetempo pubblica il romanzo in Italia nella traduzione di Federica Principi; l’edizione italiana è uscita il 25 settembre 2026. 

La condizione di Ruth appare allora profondamente contemporanea. Vive come se esistesse contemporaneamente dentro e fuori dal proprio corpo, protagonista assoluta in alcuni momenti e comparsa insignificante in altri. La sua identità sembra continuamente dipendere dalla possibilità di essere desiderata, riconosciuta, guardata. È qui che il grande magazzino diventa qualcosa di più di uno scenario: è il luogo perfetto per raccontare un mondo nel quale persino la femminilità rischia di trasformarsi in prodotto. Profumi, cosmetici, luci e superfici promettono la costruzione di un sé migliore, mentre dietro quella promessa rimane una ragazza che non sa ancora esattamente chi vuole essere.

Zambreno costruisce così un romanzo di formazione anomalo, perché crescere non significa procedere ordinatamente verso una versione finalmente compiuta di se stessi. Ruth oscilla, desidera, si annoia, fantastica, si sente invincibile e subito dopo insignificante. La definizione di green girl, la “fanciulla inesperta” associata anche all’Ofelia shakespeariana, assume allora una sfumatura meno innocente: essere inesperte significa trovarsi in un territorio nel quale gli altri sembrano già conoscere le regole e tu devi ancora capire se vuoi davvero rispettarle.

La voce che racconta Ruth contribuisce a rendere ancora più interessante questa tensione. La osserva, la interroga, sembra a volte proteggerla e altre volte esporla. Ne deriva una distanza che impedisce alla protagonista di trasformarsi semplicemente in un personaggio con cui identificarsi: siamo costretti anche noi a guardarla e, facendolo, a domandarci quanto il nostro stesso sguardo partecipi al meccanismo che il romanzo mette in discussione.

“Green Girl” parla quindi di giovinezza, ma soprattutto della costruzione dell’identità femminile dentro una società dominata dall’immagine, dal consumo e dal bisogno di approvazione. Nella presentazione italiana vengono evocati Jean Rhys, Sylvia Plath e Clarice Lispector, un accostamento che aiuta a collocare il libro nella tradizione delle protagoniste femminili irrequiete, contraddittorie e difficili da addomesticare.  Il risultato è una lettura particolarmente interessante per chi cerca romanzi nei quali il disagio personale diventa uno strumento per osservare il mondo: Ruth non possiede ancora una risposta alla domanda su chi sia, ma proprio questa instabilità permette a Zambreno di raccontare quanto possa essere complicato diventare una donna quando sembra che tutti abbiano già deciso come dovrebbe esserlo.

“Gabor” di Margherita Loy, Edizioni di Atlantide

All’inizio di “Gabor” c’è un uomo convinto di poter controllare praticamente tutto. Gabor è un ricco manager di una banca d’affari, abituato alla velocità, alla finanza e a un’esistenza nella quale il valore sembra poter essere continuamente misurato. Poi, durante una vacanza sulle colline toscane, un incidente in bicicletta lo costringe a letto. La sua compagna Ingrid prende in affitto un casolare per la convalescenza e improvvisamente Gabor viene strappato al ritmo sul quale aveva costruito la propria identità. Il romanzo di Margherita Loy è uscito per Edizioni di Atlantide il 16 settembre 2026. 

Il contrasto iniziale è già potentissimo: da una parte il movimento incessante del denaro, dall’altra l’immobilità di un corpo ferito. Gabor tenta di annullare questa distanza continuando a seguire i mercati internazionali dal letto, quasi che il lavoro possa impedirgli di riconoscere ciò che gli sta accadendo. Ma intorno a lui esiste un mondo differente. Andrea e Armanda, proprietari del luogo, conducono un’esistenza modesta che ai suoi occhi appare quasi incomprensibile. È come se l’incidente avesse aperto una crepa attraverso la quale Gabor fosse costretto a guardare una vita regolata da altri tempi, altri bisogni e altri valori.

Poi Ingrid scompare e il romanzo cambia nuovamente equilibrio. Il mistero introduce una tensione da thriller psicologico, ma il punto più affascinante della storia sembra trovarsi altrove: nell’idea che perdere il controllo possa liberare qualcosa che fino a quel momento era rimasto sepolto. Atlantide presenta infatti “Gabor” come una storia di ossessione e desiderio, ma anche come il racconto di una rinascita inattesa.  Desiderare significa qui entrare in una zona che sfugge alla razionalità economica attraverso cui il protagonista ha interpretato il mondo.

Ed è interessante che sia Margherita Loy a scegliere un protagonista maschile per indagare questo territorio. In una selezione dedicata alle scritture delle donne, “Gabor” ricorda che non esiste alcun obbligo di confinare lo sguardo femminile dentro protagoniste femminili. Loy può prendere un uomo apparentemente potentissimo e metterlo nella posizione della vulnerabilità, costringendolo a misurarsi con il corpo, la dipendenza dagli altri e un desiderio che non può semplicemente amministrare.

La domanda che attraversa il libro diventa allora quasi filosofica: cosa rimane di noi quando vengono meno gli strumenti attraverso i quali ci siamo sempre definiti? Per Gabor il denaro non scompare, il lavoro continua a esistere, ma improvvisamente non bastano più. Il corpo gli impone un limite e proprio il limite diventa l’inizio di una trasformazione. È questa contraddizione a rendere il romanzo particolarmente intrigante: ciò che appare come una perdita di libertà potrebbe essere la prima occasione nella quale Gabor è costretto a interrogarsi su cosa desideri veramente. Il letto nel quale è immobilizzato finisce così per diventare il luogo paradossale dal quale può cominciare un’altra vita.

“Fantastike. Racconti di scrittrici del fantastico che vi porteranno in un altro mondo”, a cura di Michela Dentamaro, Blackie Edizioni

Una ragazza vittima di bullismo si trasforma in una lupa. Una madre accetta l’idea di diventare una creatura aliena pur di salvare la figlia. Un capitano deve proteggere la Terra ma trova nella burocrazia un avversario più difficile del previsto. Ci sono poi extraterrestri, città cyberpunk giapponesi, automazione e società del controllo. “Fantastike” riunisce sedici racconti di autrici provenienti da paesi differenti, scritti nella seconda metà del Novecento e in gran parte inediti in Italia. L’antologia, curata da Michela Dentamaro, è pubblicata da Blackie Edizioni ed è arrivata in libreria il 25 settembre 2026. 

La forza dell’operazione sta già nella sua premessa. Per molto tempo fantascienza, fantasy e horror sono stati raccontati come territori prevalentemente maschili. “Fantastike” interviene su questa narrazione non semplicemente aggiungendo delle donne a un canone esistente, ma suggerendo qualcosa di più interessante: molte scrittrici avevano utilizzato il fantastico per riconoscere con grande anticipo trasformazioni sociali che oggi ci sembrano inevitabilmente contemporanee. Nell’antologia compaiono, tra le altre, Elena Aldunate, Suzy McKee Charnas, Luce d’Eramo, Angélica Gorodischer, Svava Jakobsdóttir, Vonda N. McIntyre, Gilda Musa, Andre Norton, Mariko Ōhara, Kit Reed, Christine Renard, Joanna Russ, Anna Rinonapoli, Josephine Saxton, James Tiptree Jr. e Zhang Jing.

Il fantastico diventa allora un dispositivo per prendere le distanze dalla realtà e riuscire finalmente a vederla. Parlare di metamorfosi, alieni, futuri tecnologici o società impossibili permette di interrogare il presente senza essere costretti nei suoi confini. Patriarcato, crisi climatica, intelligenza artificiale, controllo e automazione sono alcuni dei temi che la stessa presentazione editoriale invita a rintracciare nei racconti.  È una caratteristica fondamentale della migliore letteratura speculativa: immaginare ciò che non esiste per rendere visibile qualcosa che esiste già.

Anche la pluralità geografica e generazionale dell’antologia impedisce di parlare di una generica “scrittura femminile” come se fosse un linguaggio unico. Le autrici raccolte da Dentamaro arrivano da tradizioni differenti e utilizzano il fantastico in modi diversi, passando dall’ironia all’inquietudine e dalla fantascienza all’horror. Ciò che le avvicina è piuttosto la possibilità di osservare strutture di potere, corpi e identità da prospettive che la storia del genere ha spesso lasciato ai margini.

“Fantastike” diventa così anche un piccolo esercizio di revisione del canone. Non serve soltanto a scoprire sedici racconti: invita a chiedersi quante scrittrici siano scomparse dalle genealogie attraverso le quali abbiamo imparato a conoscere la fantascienza e il fantastico. E forse è proprio questo il motivo più interessante per leggerlo oggi. Il futuro immaginato nel Novecento da queste donne, infatti, in alcuni casi assomiglia inquietantemente al nostro presente. Il fantastico smette allora di essere evasione: diventa uno dei modi più efficaci per capire dove siamo arrivati.

“Terra vergine e altri racconti” di George Egerton, traduzione di Cecilia Fabaro, a cura di Debora Lambruschini, 8TTO Edizioni

Dietro il nome George Egerton si trova una scrittrice, Mary Chavelita Dunne, e già questa scelta sembra introdurci perfettamente nel territorio di “Terra vergine e altri racconti”: quello delle donne costrette a confrontarsi con un mondo che stabilisce in anticipo quali spazi possano occupare, cosa possano desiderare e persino quale voce possano utilizzare. L’edizione italiana di 8TTO Edizioni è tradotta da Cecilia Fabaro e curata da Debora Lambruschini. 

I racconti riportano alla luce protagoniste che sembrano sorprendentemente vicine alle inquietudini contemporanee. Il matrimonio, il desiderio sessuale, l’adulterio, l’amicizia e l’intimità fra donne diventano strumenti attraverso i quali Egerton mette alla prova le convenzioni della società di fine Ottocento. Florence, per esempio, rimprovera alla madre di non averla preparata alla realtà matrimoniale e alla disparità sulla quale quella realtà si fonda. In “A Cross Line”, invece, una donna sceglie di seguire il proprio desiderio per uno sconosciuto, mentre altri racconti esplorano relazioni coercitive, legami extraconiugali e forme di solidarietà femminile. 

La questione centrale non è semplicemente la trasgressione. Ciò che rende queste figure ancora interessanti è il fatto che Egerton riconosca alle donne un’interiorità non subordinata al giudizio morale. Il desiderio femminile non viene ridotto automaticamente a colpa o deviazione, ma diventa una forza con cui fare i conti. È un passaggio fondamentale, perché significa sottrarre i personaggi femminili alla funzione che molta narrativa del tempo assegnava loro: essere mogli, madri, oggetti amorosi oppure esempi morali per qualcun altro.

Il titolo stesso, “Terra vergine”, acquista così una forza metaforica. La terra inesplorata non è una donna misteriosa da conquistare, ma uno spazio dell’esperienza femminile che la cultura dominante non ha ancora saputo – o voluto – raccontare. Corpo, piacere, rabbia e insoddisfazione possono finalmente emergere senza essere immediatamente ricondotti all’ordine.

Leggere oggi Egerton significa soprattutto sperimentare quella strana sensazione prodotta dai classici che sembrano arrivare dal futuro. Sappiamo che il contesto storico è lontano, eppure riconosciamo discussioni che continuano a riguardarci: chi educa le donne al desiderio? Quanto pesa ancora il giudizio sociale sulle loro scelte sentimentali e sessuali? Perché l’indipendenza femminile continua così spesso a essere raccontata come una deviazione rispetto a qualcosa?

È proprio questa persistenza a rendere la raccolta più di una curiosità letteraria. “Terra vergine e altri racconti” permette di recuperare una voce che aveva compreso quanto la libertà non consistesse soltanto nell’uscire fisicamente da una gabbia. Bisognava prima immaginare una donna capace di desiderare una vita diversa. E alla fine dell’Ottocento Egerton aveva già cominciato a farlo.

“Tutto comincia con il sangue” di Aixa de la Cruz, traduzione di Roberta Arrigoni, Fandango Libri

“Tutto comincia con il sangue” parte da una mancanza. Violeta avverte fin dall’inizio della propria vita uno strappo che non riesce a nominare e cerca di riempirlo attraverso gli altri. C’è Paul, amore travolgente eppure sfuggente; c’è Salma, capace di offrirle sicurezza ma anche di trasformare quella sicurezza in qualcosa di oppressivo; ci sono un padre allontanatosi troppo presto e una madre la cui presenza rischia invece di diventare soffocante. Pubblicato da Fandango Libri nella traduzione di Roberta Arrigoni, il romanzo è arrivato in libreria l’11 settembre 2026. 

Potrebbe sembrare un libro sulle relazioni sentimentali, ma il centro appare più radicale: che cosa succede quando chiediamo all’amore di riparare qualcosa che precede l’amore stesso? Violeta continua a inseguire una completezza che ogni relazione sembra prometterle e che nessuna può garantirle. Il desiderio produce così un movimento incessante. Appena qualcosa viene raggiunto, compare una nuova assenza; appena una persona sembra poterla salvare, emerge un’altra forma di insoddisfazione.

Il sangue del titolo permette di legare ciò che è emotivo a ciò che è fisico. Il corpo diventa il luogo nel quale gli anni e le ferite si accumulano. Non esiste una separazione netta fra ciò che Violeta prova e ciò che Violeta è materialmente: l’esperienza lascia tracce, si deposita, attraversa la carne. Persino la spiritualità entra in questa ricerca, quando la protagonista arriva a domandarsi se la fede possa offrire ciò che l’amore umano non è riuscito a darle.

È significativo anche che uno dei rapporti fondamentali sia quello con Salma. Il romanzo introduce così il desiderio queer senza trasformarlo automaticamente in un approdo liberatorio: una relazione tra due donne può essere intensa, necessaria e al tempo stesso attraversata dal controllo. È una scelta narrativa importante perché restituisce ai rapporti queer la stessa complessità concessa agli altri, sottraendoli alla necessità di rappresentare sempre un’alternativa idealizzata.

Aixa de la Cruz sembra interessata proprio alle zone in cui le categorie rassicuranti cominciano a rompersi: amore e dipendenza, protezione e dominio, fede e bisogno, desiderio e mancanza. Anche una recente lettura critica del romanzo sottolinea come le relazioni di Violeta siano continuamente spinte verso un’intensità che gli altri non riescono a sostenere. 

“Tutto comincia con il sangue” promette quindi una lettura particolarmente adatta a chi cerca romanzi che non utilizzino l’amore come soluzione narrativa, ma come problema da interrogare. La domanda non è soltanto chi amerà Violeta, ma perché Violeta abbia bisogno di essere amata in quel modo. Ed è nello spazio fra queste due domande che il romanzo sembra trovare il suo nucleo più doloroso: possiamo desiderare disperatamente qualcuno e, contemporaneamente, stare cercando in quella persona qualcosa che nessun essere umano potrebbe darci.

“Uomini e donne” di Lena Andersson, traduzione di Carmen Giorgetti Cima, Edizioni e/o

Ester Nilsson è tornata, ma non è più esattamente la donna che i lettori avevano conosciuto in “Sottomissione volontaria” e “Senza responsabilità personale”. Sono trascorsi anni, le relazioni fallimentari appartengono al passato ed Ester si è dedicata agli studi sociolinguistici fino a diventare una saggista affermata. Durante un simposio a Copenaghen incontra un uomo e, dopo esitazioni reciproche, nasce un amore che sembra finalmente sottrarsi ai vecchi schemi. “Uomini e donne”, tradotto dallo svedese da Carmen Giorgetti Cima e pubblicato da Edizioni e/o, arriva in libreria il 30 settembre 2026 ed è presentato come il capitolo conclusivo della storia di Ester. 

La premessa permette a Lena Andersson di affrontare una questione meno raccontata rispetto all’innamoramento: che cosa accade all’idea dell’amore quando siamo cambiati noi? Ester ha accumulato esperienza, delusioni e consapevolezza. Non dovrebbe più essere la stessa persona capace di smarrirsi nei meccanismi sentimentali del passato. Eppure conoscere le dinamiche dell’amore non significa necessariamente esserne immuni. Possiamo comprendere perfettamente una contraddizione e continuare a viverla.

Intorno a Ester torna inoltre il gruppo delle amiche, una sorta di coro che accompagna le sue vicende e che questa volta possiede problemi propri. C’è chi incontra l’amore e non sa cosa farsene e chi rimane bloccata nell’attesa che un marito infedele prenda una decisione. Il romanzo può così allargare il discorso: non esiste una formula sentimentale capace di adattarsi a tutti, perché persino ottenere ciò che si desiderava può produrre una nuova forma di inquietudine.

Il titolo “Uomini e donne” sembra quasi programmaticamente semplice, ma dietro quella semplicità si nasconde un territorio sterminato. Desideriamo una persona o ciò che immaginiamo possa darci? Quanto delle nostre relazioni nasce da un bisogno autentico e quanto dalla paura della solitudine? E soprattutto: essere maturi significa imparare ad amare meglio oppure soltanto diventare più consapevoli delle nostre contraddizioni?

Andersson sembra riportare Ester sulla scena proprio per confrontare la donna di oggi con quella del passato. È un’idea particolarmente interessante per chi abbia seguito i romanzi precedenti, perché consente di osservare un personaggio non come qualcosa di immutabile ma come una persona che continua a riscrivere il proprio rapporto con il desiderio.

“Uomini e donne” può quindi parlare anche a chi non cerca una storia d’amore tradizionale. Al centro c’è piuttosto la difficoltà di far convivere desiderio e bisogno, libertà e legame, aspettativa e realtà. L’amore non viene necessariamente smontato o celebrato: viene osservato come una delle grandi contraddizioni attraverso le quali gli esseri umani cercano di dare ordine alla propria vita. Ed Ester, diventata più adulta senza diventare invulnerabile, sembra il personaggio ideale per attraversarla ancora una volta.

“Le stelle sul soffitto” di Cristina Marino, Ares

Giugno 1940. Costanza ha undici anni e sale sulla nave Sperantia insieme a centinaia di bambini italo-libici diretti verso la Romagna. Dovrebbe essere una vacanza di tre mesi nelle colonie estive fasciste, un dono del regime alle famiglie dei coloni italiani in Africa. Costanza parte portando con sé il fratellino e soprattutto una convinzione che le è stata insegnata dagli adulti: Mussolini veglierà su di loro come un padre. “Le stelle sul soffitto” di Cristina Marino, pubblicato da Ares nella collana Narratori, è previsto in libreria il 29 settembre 2026. 

La prospettiva infantile rende particolarmente significativa la premessa. Costanza non possiede ancora gli strumenti per riconoscere la propaganda come propaganda: crede al mondo che le è stato raccontato. Quando la guerra irrompe nella sua esperienza, quindi, non distrugge soltanto la quotidianità ma un’intera costruzione simbolica. La colonia di Igea Marina, inizialmente promessa come luogo di vacanza, diventa uno spazio segnato da gerarchie, divisioni, fame, bombardamenti e separazioni.

È qui che il romanzo storico può andare oltre la semplice ricostruzione degli avvenimenti. Guardare il fascismo attraverso una bambina significa interrogare il modo in cui un regime entra nell’immaginario prima ancora che nella politica. L’idea del Duce come figura paterna mostra quanto profondamente il potere possa appropriarsi del linguaggio della famiglia, della protezione e dell’affetto. Per Costanza crescere significa quindi anche imparare a distinguere ciò che le è stato insegnato da ciò che vede con i propri occhi.

La guerra accelera brutalmente questa educazione. La separazione dal fratellino, la scarsità di cibo e il progressivo allontanamento dalla possibilità di tornare a casa trasformano l’estate promessa in un’esperienza di perdita. E tuttavia Marino inserisce nella storia anche una dimensione opposta: l’amicizia, la solidarietà e i primi sentimenti per Raoul, un partigiano quindicenne. Il gioco con cui i due immaginano che il soffitto sia un cielo sul quale inventare nuove costellazioni assume allora un valore simbolico molto preciso. Quando il mondo esterno restringe ogni possibilità, immaginare diventa una maniera per conservare uno spazio interiore che la violenza non è ancora riuscita a conquistare.

Il titolo racchiude proprio questa tensione. Le stelle sono qualcosa che dovrebbe trovarsi lontano, nel cielo aperto; portarle sul soffitto significa costruire una possibilità di bellezza dentro uno spazio chiuso. Non elimina la guerra, ma impedisce alla guerra di diventare l’unico orizzonte possibile.

“Le stelle sul soffitto” appare così come un romanzo di formazione nel senso più duro del termine: Costanza è costretta a crescere mentre il mondo adulto che avrebbe dovuto proteggerla mostra tutte le proprie contraddizioni. La sua ricerca di una casa diventa inevitabilmente anche ricerca di un luogo morale nel quale poter credere. E forse è proprio questo a rendere la sua storia capace di superare la cornice storica: diventare adulti significa anche scoprire che alcune delle verità ricevute in eredità devono essere abbandonate per riuscire finalmente a costruirne di proprie.

Sette modi diversi di raccontare la libertà femminile

A prima vista è difficile immaginare libri più lontani: la Londra consumistica di “Green Girl”, il desiderio destabilizzante di “Gabor”, i mondi speculativi di “Fantastike”, le donne ribelli di George Egerton, il corpo ferito di Violeta, le contraddizioni sentimentali di Ester Nilsson e l’infanzia spezzata dalla guerra di Costanza. Eppure, osservati insieme, questi sette titoli raccontano la stessa necessità da prospettive diverse: riappropriarsi della possibilità di definire se stessi.

Le protagoniste non devono necessariamente diventare esempi di forza né incarnare un modello positivo. Possono sbagliare, desiderare persone sbagliate, cercare disperatamente approvazione, contraddirsi o non sapere ancora cosa vogliono. La libertà raccontata dalla letteratura non coincide con la perfezione: comincia piuttosto quando un personaggio può finalmente essere complesso senza dover chiedere il permesso di esserlo. E questi sette libri, dall’Ottocento al presente e dalla narrativa realistica al fantastico, mostrano quanto la scrittura delle donne abbia continuato a conquistare proprio quello spazio.