Elena di Troia o di Argo: per oltre tremila anni, questa figura è stata ingabbiata in formule rassicuranti e colpevolizzanti: “il volto che scatenò mille navi”, “la grande seduttrice”, “la causa di ogni rovina”.
Nella cultura popolare, Elena è diventata il prototipo della donna lussuriosa per cui gli uomini si massacrano sotto le mura di Ilio. La verità è che l’essere umano ha una naturale tendenza a cercare risposte semplici, scaricando sulle donne la responsabilità delle proprie brame di conquista o dei propri fallimenti. Finiamo così per accettare narrazioni che trasformano la persona in una proprietà, riducendola a un trofeo da esibire o a un oggetto da contendere.
Eppure, tornare alle pagine dell’Iliade di Omero ci offre uno strumento di analisi spietatamente attuale per disinnescare questo meccanismo, dimostrando che Elena non fu affatto la regista del proprio mito, bensì la prima grande vittima di una storia scritta e combattuta da uomini.
Rileggere la sua figura oggi significa fare un viaggio doloroso ma necessario nel cuore di due temi che ancora oggi incendiano la nostra cronaca: il diritto inalienabile alla libertà femminile e la necessità di costruire una cultura del rispetto autentico per le donne.
Una donna rimasta vittima del suo stesso mito
Se apriamo le pagine del Canto III dell’Iliade, ci troviamo di fronte a una scena di straordinaria densità psicologica. Elena non ci viene presentata mentre si compiace della propria bellezza o civetta con Paride. Omero ce la mostra prima da sola nel gineceo mentre tesse una grande tela di porpora, ricamando su di essa il dolore e la guerra che si consumano per causa sua.
«…e vi intesseva le imprese dei Troiani, abili / nel domare i cavalli, e degli Achei vestiti di bronzo, / tutto ciò che soffrirono in guerra per lei.»
Poco dopo, avvolta in veli bianchissimi, esce piangendo sommessamente per raggiungere le mura di Troia e assistere al duello tra Menelao e Paride.
A proteggerla dai condizionamenti della massa sono i vecchi consiglieri di Troia che sedevano presso le porte Scee. Omero li descrive come vecchi che “per l’età non potevano battersi, ma erano valenti oratori, simili alle cicale che nella selva, sugli alberi, stridono con voce sottile”. Vedendola arrivare, gli anziani pronunciano parole che sintetizzano tutta la forza e la tragedia della sua figura
«Non c’è da stupirsi che Troiani ed Achei dalle belle armature così a lungo patiscano per una donna simile; alle dee immortali, terribilmente, somiglia; tuttavia, anche se è così bella, se ne vada via sulle navi, non rimanga più qui per la rovina nostra e dei figli»
In questo passaggio emerge il doppio volto della reificazione. Per la comunità troiana Elena è un prodigio estetico che “somiglia alle dee”, ma al tempo stesso è la causa della rovina da allontanare prima che distrugga la città. È l’archetipo della colpevolizzazione della donna (victim blaming): la sua bellezza viene vista come un pericolo o una colpa, anziché come il pretesto usato dagli uomini per muovere una guerra di conquista.
L’unico a spezzare questo giudizio di massa è il vecchio re Priamo, che la chiama a sedere accanto a sé sulle mura con una delicatezza paterna:
«Vieni qui, figlia, siedimi accanto, perché tu veda il tuo primo marito, e i parenti, gli amici – tu non hai colpe, per me, gli dei sono colpevoli, essi mi hanno scatenato la dolorosa guerra dei Danai –, vieni a dirmi il nome di quell’uomo imponente, dimmi chi è quel guerriero acheo così nobile e grande; altri sono più alti di tutta la testa, ma non ne ho mai visto uno così bello, così maestoso: ha l’aspetto di un re».
Priamo le chiede poi di identificare i guerrieri achei che si distinguono nella piana. Ma quando Elena risponde, additando il re Agamennone, non parla della gloria dei re, ma del proprio devastante rimpianto:
«Suocero mio, io ti rispetto e ti temo; vorrei aver scelto la morte crudele, quando seguii tuo figlio, e lasciai il letto nuziale, i parenti, la figlia bambina, le amate compagne; non è stato così: ed è per questo che mi consumo nel pianto. Ma ora risponderò a quello che chiedi e domandi: è il figlio di Atreo, il potente Agamennone, nobile re e valoroso guerriero; un tempo, se mai ci fu, era cognato di questa donna indegna».
Queste parole smontano definitivamente il mito cinematografico della “fuga romantica”. Elena esprime vergogna, rispetto per Priamo e un dolore cieco per quello che ha lasciato: il letto nuziale, i parenti, persino la figlia bambina. Si definisce con amarezza “donna indegna”, interiorizzando il giudizio del mondo.
Mentre i condottieri e i re vedono in lei un trofeo da disputare o una colpa da espiare, Elena ci rivela la verità della sua anima: quella di una donna consapevole, sola, che continua a consumarsi nel pianto per una libertà che le è stata strappata e per una guerra di cui è diventata soltanto il pretesto.
L’amore-possesso di Paride e la ribellione soffocata
Se il mito hollywoodiano e il senso comune ci hanno abituati all’immagine di due amanti complici e appagati, le pagine del Canto III dell’Iliade spazzano via ogni illusione romanzesca. L’incontro tra Elena e Paride, dopo il mancato duello tra quest’ultimo e Menelao, è uno dei momenti psicologicamente più violenti e rivelatori dell’intero poema.
Dopo aver salvato Paride da morte certa avvolgendolo in una nebbia protettiva, la dea Afrodite si reca sulla torre per chiamare Elena. Per non farsi riconoscere, la dea prende le sembianze di una vecchia filatrice di Lacedemone che in passato aveva lavorato per Elena e a cui la donna era molto legata.
Ma quando la divinità le ordina di tornare a casa perché Paride la attende nel talamo nuziale, bello e profumato “come chi vada a una festa”, Elena non si lascia ingannare. Riconosce il collo bellissimo, il seno e gli occhi lucenti della dea e si ribella con un’incredibile spinta di autodeterminazione:
«Dea, perché vuoi illudermi con le tue parole? Certo mi porterai ancor più lontano, in qualche bella città della Frigia o della Meonia dolcissima, se anche lì c’è un uomo a te caro.»
Elena smaschera la dinamica predatrice che la travolge: gli dei e gli uomini decidono il suo destino a prescindere dalla sua volontà, usandola come una pedina da spostare sulla mappa per compiacere il favorito di turno. Non c’è vanità nel suo sguardo, ma la sofferenza profonda di chi sa di non avere alcun controllo sulla propria vita.
La sua amarezza esplode quando sottolinea l’assurdità della situazione creatasi dopo il duello:
«Poiché oggi Menelao ha sconfitto il glorioso Alessandro e vuole riportare a casa questa moglie odiosa, per questo ora mi vieni vicina, a tramare inganni?»
Smentendo lo stereotipo della donna manipolatrice, Elena mostra di conoscere benissimo le regole del mondo: Menelao ha vinto il duello e la logica vorrebbe il suo ritorno a Sparta. Definendosi con dolorosa autoironia “moglie odiosa”, Elena capisce che Afrodite sta muovendo i fili non per salvare lei, ma per proteggere l’orgoglio ferito di Paride.
È a questo punto che pronuncia una delle frasi più audaci e coraggiose verso la divinità:
«Va da lui dunque, lascia le vie degli dei, non ritornare più sull’Olimpo, datti pena per lui, invece, e su di lui veglia per sempre, fino a che faccia di te la sua sposa o la sua schiava.»
È l’urlo di chi è stanca di essere la vittima sacrificale. Elena dice ad Afrodite di provarci lei a subire la stessa sorte, a farsi sposa o addirittura “schiava” del suo protetto. Poi tenta di porre un ultimo, disperato confine etico:
«Io non andrò – sarebbe indegno –, non andrò a preparare il suo letto; parlerebbero male di me tutte le donne di Troia ed io ho un’immensa pena nel cuore.»
Elena prova a difendere la propria dignità citando la paura del giudizio delle altre donne, ma soprattutto rivelando la verità della sua anima: in corpo ha “un’immensa pena nel cuore”. Cederà solo quando Afrodite, furente, la minaccerà di morte e di abbandono. Non è complicità: è sottomissione al terrore.
Ma come e perché era nato l’amore tra Paride ed Elena?
Per comprendere fino in fondo la portata di questa tragedia, occorre fare un passo indietro e ricomporre il quadro di come nacque l’illusione di quell’amore. È fondamentale ricordare che questi antecedenti non sono raccontati nell’Iliade – il cui racconto si apre direttamente durante il decimo anno di assedio – ma ci sono noti attraverso gli altri testi del Ciclo Epico antico (in particolare i perduti Canti Ciprii) e la tradizione mitologica successiva.
In queste narrazioni esterne al poema omerico, l’origine della loro unione non è il frutto di un colpo di fulmine spontaneo, ma l’esito di un vero e proprio baratto politico e divino: il celebre “Giudizio di Paride”. Quando il principe troiano assegna il pomo d’oro ad Afrodite incoronandola come la dea più bella, riceve in cambio la promessa del possesso della donna mortale più bella del mondo: Elena, già sposa di Menelao re di Sparta.
Il loro sentimento nasce dunque fin dal principio sotto il segno della reificazione, con Elena ridotta a semplice merce di scambio di una scommessa olimpica.
Sempre secondo il mito classico, quando Paride giunge a Sparta come ospite, è la stessa Afrodite ad adempiere alla promessa infondendo nel cuore di Elena un desiderio travolgente e irrazionale per il giovane troiano. È l’incantesimo della passione, una forza cieca ed esterna che travolge la ragione, azzera gli affetti familiari e cancella il legame con la patria, spingendola alla fuga sulle navi verso l’isola di Cranae per la loro prima notte d’amore.
Ma quando Omero apre la narrazione dell’Iliade, l’incantesimo divino raccontato dai miti precedenti si è ormai completamente dissolto sotto il peso del sangue, degli assedi e dei lutti. Il poema omerico ci mostra con spietata chiarezza ciò che resta di quell’illusione: Paride è rimasto incastrato nell’ossessione del possesso e del desiderio fisico, mentre Elena si è risvegliata dall’inganno, comprendendo di essere stata soltanto una vittima.
La passione del mito antecedente si è trasformata nell’Iliade in profonda vergogna, e quel desiderio che sembrava una promessa di libertà si è rivelato una dolorosa prigionia.
Ettore e il rispetto per Elena
L’Iliade ci mostra tuttavia che un’alternativa all’ossessione predatoria di Paride è possibile, e a dimostrarlo è la figura di Ettore.
Nel Canto VI, quando l’eroe troiano rientra in città per organizzare le preghiere ad Atena, passa dalla dimora di Paride e trova il fratello in disparte, intento a sistemare le proprie armi anziché combattere. Ettore lo affronta con duro biasimo, rinfacciandogli che è proprio per causa sua che “guerra e tumulto ardono intorno alla nostra città”. Paride (che nel testo omerico viene chiamato con il suo nome originale greco, Alessandro, “colui che respinge gli uomini”) abbozza una difesa, ammettendo che perfino Elena lo sta incitando a tornare al fronte.
Ma è dopo il silenzio di Ettore di fronte alle scuse del fratello che prende la parola Elena. E qui Omero ci rivela il dramma intimo di quella che per i Greci era “Elena d’Argo” (dove Argo indica la terra greca d’origine), strappata alla sua patria per diventare “Elena di Troia”. Si rivolge al cognato con parole colme di profondo rispetto e di un’autocritica spietata:
«Cognato mio – di me che sono una cagna odiosa, tremenda – come vorrei che il giorno in cui mia madre mi diede alla luce una tempesta di vento mi avesse portato lontano, sulla cima di una montagna o fra le onde del mare sonoro e le onde mi avessero trascinato via prima che tutto questo accadesse…»
In questo passaggio non c’è traccia della seduttrice consapevole. Elena arriva a definirsi “cagna odiosa, tremenda”, interiorizzando l’odio del mondo e augurandosi di essere stata inghiottita dagli elementi naturali prima di diventare il pretesto di quel massacro.
Subito dopo, smaschera la debolezza del marito che le è stato imposto, confidando ad Ettore la propria sofferenza psicologica:
«…Ma poiché gli dei ordirono tali sciagure, avrei voluto essere sposa di un uomo migliore, che sapesse cosa sono il biasimo e il disprezzo degli uomini. Ma costui non ha l’animo fermo, non lo avrà mai; e penso che ne raccoglierà i frutti. Vieni qui ora, cognato, e siedi su questo seggio; molti sono gli affanni che ti opprimono il cuore, per causa mia e per la follia di Alessandro…»
Elena riconosce che Paride/Alessandro non ha “l’animo fermo” e comprende il peso immenso che grava sulle spalle di Ettore. In un gesto di profonda empatia, gli offre un seggio per farlo riposare, consapevole che gli affanni del cognato nascono “per causa mia e per la follia di Alessandro”.
Ettore risponde rifiutando gentilmente di sedersi perché incalzato dal dovere di tornare in battaglia, ma il tono del suo dialogo con Elena è del tutto privo del giudizio o del disprezzo che gli altri le riservano:
«Per quanto ospitale tu sia, Elena, non invitarmi a sedere, non potrai persuadermi; già il mio cuore è impaziente di accorrere in aiuto ai Troiani che certo rimpiangono la mia assenza…»
Ettore la chiama per nome, ne riconosce la gentilezza (“per quanto ospitale tu sia”) e le parla con rispetto. Non la colpevolizza, non la reifica e non usa verso di lei la violenza verbale della comunità. È la dimostrazione dell’amore-rispetto: un sentimento che prescinde dal possesso fisico e riconosce la dignità e il dolore dell’altro.
Non è un caso che nel Canto XXIV, durante il pianto funebre sul corpo di Ettore ucciso da Achille, la testimonianza di Elena sia una delle più strazianti dell’intero poema:
«Dei miei cognati tu eri il più caro al mio cuore, Ettore. Mi ha portato a Troia Alessandro, lo sposo simile a un dio: almeno fossi morta, prima! Sono già passati vent’anni da quando sono partita e ho lasciato la patria…»
Ancora una volta, Elena non usa parole di trionfo o di passione. Inizia il suo lamento ricordando con disperazione il giorno in cui è arrivata a Ilio, augurandosi per l’ennesima volta di essere morta prima di varcare quella soglia. A distanza di vent’anni, definisce quel viaggio come l’inizio della sua rovina.
Ma è nel passaggio successivo che Elena svela la natura profonda dell’unico affetto sincero che l’ha sostenuta in terra straniera:
«…ma da te non ho udito mai una parola cattiva, un’offesa; e se qualcuno a palazzo mi rivolgeva un rimprovero, uno dei cognati e delle cognate dalle belle vesti, oppure la suocera – il suocero era sempre dolce con me, come un padre –, tu li frenavi calmandoli con gentilezza, con miti parole.»
Mentre l’intera città la colpevolizzava per la guerra, riempiendola di rimproveri e insulti sottobanco, solo Priamo ed Ettore non le avevano mai rivolto un’offesa. Ettore non l’ha mai trattata come una complice o come la causa dei mali di Troia: la difendeva dalla rabbia dei parenti con “miti parole”, offrendole protezione e stima. Questo è l’amore-rispetto: un sentimento che non possiede, non giudica e non reifica, ma sa ascoltare e proteggere la dignità dell’altro.
Il lamento si chiude con una confessione di solitudine assoluta:
«Per questo ti piango affranta e piango insieme la mia sventura, perché non ho più nessun altro nella vasta Troia che mi sia amico: tutti di me hanno orrore».
Con la morte di Ettore, Elena perde l’ultimo rifugio umano. Sotto la superficie del mito della donna più desiderata del mondo, Omero ci consegna la realtà di una persona di cui “tutti hanno orrore”, una prigioniera isolata che piange la scomparsa dell’unico uomo che l’ha trattata come un essere umano e non come la causa di una tragedia.
Il ritorno di Elena dal marito Menelao
C’è un capitolo di questa storia che la cultura di massa e il cinema non raccontano mai, ma che rappresenta il tassello più doloroso e rivelatore della condizione di Elena: cosa le succede davvero dopo la caduta di Troia? Come finisce per tornare da Menelao?
La maggior parte delle persone immagina una punizione tragica o una fuga romanzesca. La realtà tramandata dai testi antichi è molto più cruda. Dopo la morte di Paride, Elena non viene affatto liberata: i Troiani la danno immediatamente in sposa a Deifobo, un altro figlio di Priamo. Viene passata da un uomo all’altro come una proprietà della reggia, un trofeo da riassegnare all’interno della stessa dinastia.
Quando i Greci penetrano infine nella città e la spargono di sangue, Menelao sfreccia verso le stanze di Deifobo con la spada sguainata, deciso a giustiziare la moglie per pulire col sangue l’onore ferito. Ma quando le si parifica davanti, Elena scopre il petto o lascia cadere il velo. Di fronte alla sua bellezza sovrumana, la mano di Menelao trema e la spada cade a terra.
Menelao non risparmia Elena per perdono o per un’improvvisa comprensione del suo calvario. La risparmia soltanto perché la sua bellezza la rende un oggetto di possesso irrinunciabile. Non c’è riconciliazione umana: c’è solo l’uomo che si riprende con la forza ciò che ritiene sua proprietà.
Il vero, sconvolgente epilogo della sua vita ci viene svelato nel Canto IV dell’Odissea. Quando il giovane Telemaco giunge a Lacedemone (Sparta) alla ricerca di notizie sul padre Ulisse, trova Menelao ed Elena di nuovo insieme nel loro palazzo, intenti a celebrare i banchetti di nozze per i propri figli.
All’esterno appare come una perfetta scena di pace e potere ricomposto. Elena fa il suo ingresso nel talamo alta e maestosa, scortata dalle ancelle che le portano un fuso d’oro e un cestello d’argento colmo di lana violetta. Ma non appena la conversazione cade sui ricordi della guerra, sui compagni massacrati e sulle sofferenze patite sotto le mura di Ilio, la commozione e l’angoscia diventano insostenibili per tutti i presenti.
È a questo punto che Omero ci svela lo stato d’animo reale di Elena: per riuscire a stare nella stessa stanza con il marito e per sopportare il peso insostenibile dei ricordi, la donna versa di nascosto nel cratere del vino un filtro magico, il nepente, il farmaco magico ricevuto in Egitto:
«E ad altro pensò Elena, figlia di Zeus: nel vino che essi bevevano gettò rapida un farmaco che placava furore e dolore, che faceva dimenticare ogni pena. Chi lo inghiottiva, disciolto nel vino, per un giorno intero non avrebbe versato una lacrima, neppure se gli fossero morti il padre e la madre, o se davanti ai suoi occhi gli avessero abbattuto con l’asta un figlio o un fratello.»
Questa scena demolisce ogni favola sul riconciliamento domestico. Elena ha rioccupato il suo trono a Sparta, ma la società che l’ha riaccolta non le offre né comprensione né elaborazione del trauma. L’unico modo che ha per non urlare dal dolore e per non versare lacrime di fronte agli ospiti è la sedazione chimica della memoria.
Subito dopo aver drogato il vino, Elena prende la parola per raccontare un episodio della guerra di Troia, tentando di riabilitare la propria immagine di fronte al marito e al giovane ospite:
«Inflisse al suo corpo indegne ferite, si gettò sulle spalle dei cenci, e così, somigliante a uno schiavo, penetrò nella città nemica […] io sola lo riconobbi, così ridotto, e gli parlai […] Le donne di Troia alzarono acuti lamenti, allora, io invece godevo nell’animo perché da tempo il mio cuore era volto a tornare indietro, di nuovo a casa, e rimpiangevo l’errore che Afrodite mi fece commettere, quando dalla mia amata patria mi condusse laggiù, e abbandonai mia figlia, la stanza nuziale e un marito che a nessuno era inferiore per bellezza e per animo.»
In questo discorso emerge tutta la fragilità e l’autodifesa disperata di Elena. Rievoca l’incursione di Ulisse a Troia affermando di aver gioito per le sventure dei Troiani, attribuisce nuovamente la colpa della sua fuga a un “errore che Afrodite le fece commettere” e piange l’abbandono della figlia bambina e del marito.
Ma la risposta immediata di Menelao (che le ricorderà come lei, pochi giorni prima della caduta di Troia, girasse attorno al cavallo di legno imitando le voci delle mogli dei greci per smascherarli) svela la verità: il loro matrimonio ricomposto è una prigione dorata sorretta dalla diffidenza, dal rancore mai sopito e dalla finzione sociale.
Elena torna esattamente al punto di partenza: sposa di Menelao, regina di Sparta, ma privata per sempre della propria autodeterminazione. La sua parabola si chiude dimostrando che, in una cultura che riduce la donna a trofeo o a capro espiatorio, non esiste mai un vero “lieto fine”, ma soltanto la sottomissione a un ruolo prestabilito e l’anestesia della propria anima.

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