Che cos’è una scultura? Per secoli la risposta è sembrata relativamente semplice: una forma tridimensionale ottenuta lavorando una materia e destinata a occupare uno spazio. Erwin Wurm ha trascorso gran parte della propria carriera complicando questa definizione fino a farci domandare se possa diventare scultura anche un corpo che mantiene una posizione per sessanta secondi, un abito senza chi lo indossi o un oggetto quotidiano trasformato nelle proprie proporzioni.
È da questa continua espansione dei confini della disciplina che nasce Erwin Wurm. Dreamers, il volume pubblicato da Skira in occasione della grande personale allestita al Museo Fortuny di Venezia dal 6 maggio al 22 novembre 2026, a cura di Elisabetta Barisoni e Cristina Da Roit. Il catalogo permette così di avvicinarsi a un artista che non considera la scultura soltanto qualcosa da osservare: può essere un gesto da compiere, uno spazio da abitare e perfino un vestito attraverso il quale reinventare temporaneamente il nostro corpo.
“Erwin Wurm. Dreamers”, il volume pubblicato da Skira
Realizzato in collaborazione con Élise Mougin-Wurm, Erwin Wurm. Dreamers accompagna la mostra veneziana attraverso i saggi delle curatrici Elisabetta Barisoni e Cristina Da Roit e un ampio apparato iconografico. Il volume è pubblicato da Skira nel 2026 in edizione bilingue italiana e inglese e mette in relazione opere recenti e lavori appartenenti a momenti fondamentali della carriera di Wurm, comprese le celebri One Minute Sculptures. Il progetto non nasce però come una semplice retrospettiva: la particolarità è il confronto costruito tra le opere dell’artista austriaco e il Museo Fortuny, un luogo nel quale tessuto, moda, pittura, scenografia, luce e sperimentazione hanno sempre dialogato tra loro.
Il libro permette di conservare proprio questa relazione oltre la durata della mostra. Gli abiti diventano uno dei territori privilegiati dell’incontro tra Wurm e l’eredità di Mariano Fortuny, mentre presenza e assenza, pieno e vuoto, corpo e involucro attraversano le immagini e i testi del catalogo. L’operazione risulta particolarmente affascinante perché mette in contatto due epoche lontane attraverso una stessa domanda: che cosa accade al corpo quando indossa qualcosa? L’abito può proteggerlo, modificarne la silhouette, comunicarne l’identità e trasformare il modo in cui occupa lo spazio. Se accettiamo questa prospettiva, la distanza tra moda e scultura diventa improvvisamente molto più piccola.
Per Erwin Wurm anche il nostro corpo può diventare una scultura
Erwin Wurm, nato nel 1954 a Bruck an der Mur, ha progressivamente esteso la scultura oltre l’idea tradizionale di oggetto permanente, lavorando su tempo, massa, superficie, corpo e oggetti quotidiani. La mostra veneziana presenta questa ricerca come un superamento delle separazioni convenzionali tra arte e vita, facendo emergere anche il ruolo dell’umorismo, utilizzato dall’artista per affrontare questioni sociali e filosofiche. La scultura, quindi, non deve necessariamente essere qualcosa che sopravvive per secoli. Può esistere per il tempo brevissimo durante il quale un corpo assume una determinata posizione.
È il principio che ha reso celebri le One Minute Sculptures. Wurm fornisce istruzioni, mette a disposizione oggetti e invita le persone a utilizzarli assumendo pose insolite per circa un minuto. Nella mostra al Fortuny anche il visitatore può quindi trovarsi nella condizione di diventare temporaneamente scultura. È un ribaltamento semplice ma radicale: invece di trovarci davanti all’opera, possiamo diventare noi stessi l’opera. Cambia così anche il ruolo del museo, che non contiene più soltanto oggetti da contemplare mantenendo una distanza, ma può diventare lo spazio nel quale il corpo del visitatore partecipa direttamente alla costruzione artistica.
Perché gli abiti sono così importanti nell’arte di Wurm
Il vestito occupa una posizione particolare nella ricerca di Wurm perché vive continuamente tra corpo e oggetto. Quando è indossato aderisce a una persona, ne modifica la forma e comunica informazioni sulla sua identità; quando viene tolto rimane invece come una sorta di involucro vuoto, qualcosa che conserva la memoria di una presenza pur non contenendola più. È precisamente questa ambiguità a renderlo materia scultorea. Da decenni Wurm utilizza gli abiti per esplorare nuove possibilità plastiche e il progetto del Fortuny porta questa ricerca in un luogo nel quale il tessuto possiede già una storia artistica straordinaria.
Nell’allestimento veneziano questa relazione diventa molto concreta. Gli indumenti privi di figura della serie Substitutes vengono messi in dialogo con il celebre Delphos di Fortuny, mentre Yikes incontra lo scialle Knossos. Non si tratta soltanto di accostare opere antiche e contemporanee perché formalmente simili: ciò che le attraversa è la capacità dell’abito di creare un corpo anche quando quel corpo non è presente. Una manica, una piega, un volume o un tessuto possono suggerire la persona che dovrebbe trovarsi al loro interno. Il vuoto comincia così a comportarsi come una presenza.
L’abito non copre soltanto il corpo: contribuisce a costruirlo
Ed è qui che il catalogo diventa particolarmente interessante anche per chi studia la storia del costume. Pensiamo spesso al vestito come a qualcosa che viene aggiunto sopra un corpo già definito, ma la storia della moda racconta esattamente il contrario. Corsetti, crinoline, imbottiture, spalline, busti, gonne, tacchi e tagli sartoriali hanno continuamente modificato la silhouette, decidendo quali parti dovessero essere amplificate, nascoste, irrigidite oppure lasciate libere. L’abito non si limita quindi a decorare il corpo: produce una determinata idea di corpo e contemporaneamente comunica il ruolo che quel corpo occupa nella società.
Wurm porta questa intuizione verso l’assurdo e la rende visibile. Se un vestito modifica il volume di una persona, allora può essere considerato uno strumento plastico. Se determina il modo in cui ci muoviamo, cambia anche la nostra relazione con lo spazio. Se comunica genere, professione, appartenenza o status sociale, interviene perfino sul modo in cui gli altri interpretano la nostra identità. La scultura diventa così un mezzo sorprendentemente efficace per parlare di moda perché entrambe lavorano sulla stessa materia fondamentale: il corpo nello spazio.
Tra Wurm e Fortuny il vestito diventa presenza e assenza
La scelta del Museo Fortuny assume per questo un’importanza che va molto oltre la semplice sede espositiva. Palazzo Pesaro Orfei conserva l’universo creativo di Mariano Fortuny, nel quale pittura, fotografia, scenografia, tessuti e moda convivono senza essere rigidamente separati. Inserire le opere di Wurm dentro questo ambiente significa far incontrare due modi diversi di concepire il rapporto tra corpo, materia e trasformazione. La mostra è stata progettata proprio intorno a questo dialogo e utilizza l’eredità di Fortuny come termine di confronto per leggere la ricerca contemporanea dell’artista austriaco.
Il risultato permette di pensare all’abito attraverso un’apparente contraddizione. Un vestito esiste perché deve contenere un corpo, ma può continuare a significare qualcosa quando il corpo scompare. Appeso, abbandonato o trasformato in scultura, conserva una forma potenziale: ci fa immaginare qualcuno al suo interno. Wurm sfrutta precisamente questo confine e costruisce involucri nei quali il pieno e il vuoto acquistano lo stesso valore. L’assenza non equivale più alla mancanza di qualcosa, ma diventa essa stessa materia dell’opera. Il vestito può allora trasformarsi in una sorta di ritratto senza volto.
Le “One Minute Sculptures” cambiano anche il significato del tempo
Con le One Minute Sculptures Wurm introduce nella scultura un altro elemento apparentemente incompatibile con la sua tradizione: la precarietà. Una statua classica è pensata per durare; una scultura di un minuto nasce invece sapendo già quando finirà. L’opera coincide con il tempo nel quale viene eseguita e il corpo umano prende il posto di materiali tradizionalmente considerati più durevoli. La serie, sviluppata a partire dagli anni Novanta, è diventata uno dei nuclei più riconoscibili del lavoro dell’artista e trova spazio anche nel progetto veneziano.
Questa brevità modifica profondamente il rapporto tra artista, opera e pubblico. Wurm stabilisce le condizioni e fornisce l’istruzione, ma è un’altra persona a realizzare materialmente la scultura utilizzando il proprio corpo. Per sessanta secondi la distinzione tra spettatore e opera si dissolve, poi tutto termina e rimane eventualmente soltanto la documentazione dell’azione. Il museo, tradizionalmente costruito per conservare, ospita quindi qualcosa che per definizione è destinato a scomparire. La domanda non è più soltanto «che forma ha una scultura?», ma anche quanto tempo deve esistere perché possiamo chiamarla arte?
L’umorismo di Erwin Wurm nasconde una critica alla società contemporanea
Le immagini di Wurm possono apparire immediatamente buffe: corpi in posizioni improbabili, oggetti deformati, vestiti che sembrano essersi emancipati da chi dovrebbe indossarli. L’umorismo, però, non funziona come semplice provocazione. Nella presentazione ufficiale di Dreamers viene indicato come uno strumento attraverso il quale l’artista affronta le tensioni sociali contemporanee, dalle pressioni del capitalismo alle identità costruite e imposte dall’esterno. Il comico permette di riconoscere qualcosa di familiare e, subito dopo, di percepirne l’assurdità.
Anche il corpo può essere letto attraverso questa lente. La società ci chiede continuamente di modificarlo, disciplinarlo, vestirlo, mostrarlo e renderlo conforme a immagini desiderabili. Wurm esaspera proprio questi processi: altera proporzioni e rapporti tra persone e oggetti fino a rendere visibili convenzioni che normalmente accettiamo senza accorgercene. La deformazione diventa allora uno strumento critico. Ridiamo perché vediamo qualcosa di impossibile, ma dietro l’impossibilità riconosciamo comportamenti estremamente reali: il bisogno di possedere, consumare, apparire e costruire la nostra identità attraverso ciò che indossiamo.
“Dreamers”: perché siamo tutti corpi che cercano una forma
Anche il titolo scelto per mostra e catalogo apre una direzione interessante. Tra le opere esposte compaiono i grandi cuscini antropomorfi della serie Dreamers, forme sospese tra fisicità e dimensione onirica che entrano negli ambienti del Fortuny alterandone la percezione. Il sogno diventa così un’altra condizione nella quale il corpo perde la propria stabilità: mentre sogniamo possiamo trasformarci, occupare luoghi impossibili, modificare dimensioni e identità senza dover rispettare le leggi della materia.
È un principio sorprendentemente vicino all’intera ricerca di Wurm. Anche le sue sculture sembrano domandarsi continuamente perché un corpo debba avere proprio quella forma, perché un oggetto debba essere utilizzato nel modo previsto o perché un vestito debba necessariamente contenere una persona. L’artista prende elementi riconoscibili della quotidianità e li sposta appena abbastanza da renderli estranei. Ed è in quella distanza minima tra normalità e assurdo che cominciamo a osservarli veramente.
Perché leggere e sfogliare “Erwin Wurm. Dreamers”
Erwin Wurm. Dreamers può essere naturalmente letto come il catalogo di una delle mostre veneziane del 2026, ma il suo interesse va oltre la funzione documentaria. L’edizione Skira è bilingue italiano-inglese e raccoglie testi critici e immagini che consentono di attraversare differenti fasi della ricerca dell’artista, mettendo in relazione le opere più recenti con alcuni lavori fondamentali della sua carriera. Soprattutto, offre una porta d’ingresso particolarmente efficace alla scultura contemporanea perché parte da elementi che conosciamo benissimo: un corpo, un maglione, un oggetto domestico, una posizione assunta per gioco.
Per chi si interessa alla moda e alla storia del costume, però, il volume possiede un valore ulteriore. Mostra quanto sia fragile il confine tra vestire e scolpire. Entrambi significano intervenire sulla forma, costruire volumi, decidere rapporti tra pieno e vuoto e modificare la relazione di un corpo con lo spazio. Il vestito di Wurm può rimanere vuoto e continuare a evocare una persona; il corpo può essere costretto da un oggetto a trasformarsi; il visitatore può diventare per un minuto una scultura.
È questa la domanda più bella lasciata da Dreamers: quando ogni mattina scegliamo cosa indossare, siamo davvero soltanto vestiti o stiamo già, inconsapevolmente, scolpendo la forma con cui vogliamo apparire nel mondo?

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