4 fumetti da leggere questo autunno per scoprire quanto può essere rivoluzionario essere se stessi

Quattro graphic novel molto diversi che raccontano desiderio, identità, famiglia, libertà e bisogno di appartenere. Da “Chiamami col tuo nome” trasformato in immagini alla storia vera di “Charity & Sylvia”, passando per la satira queer di Liv Ferracchiati ed Ehsan Mehrbakhsh e il mondo ironico e soprannaturale di “Karma”.

4 fumetti da leggere questo autunno per scoprire quanto può essere rivoluzionario essere se stessi

I quattro titoli scelti per questo autunno appartengono a mondi lontanissimi, eppure condividono una domanda: quanto spazio abbiamo per diventare davvero ciò che siamo? C’è Elio che scopre il desiderio attraverso Oliver, ci sono due vite che attraversano confini geografici e identitari, una ragazza alle prese con una famiglia che vorrebbe decidere il suo futuro e due donne che nell’America di fine Settecento costruiscono insieme un’esistenza che la società non possiede ancora le parole per riconoscere. Sono storie queer, familiari, sentimentali e politiche nelle quali il fumetto diventa uno strumento particolarmente potente per raccontare ciò che spesso rimane invisibile: il corpo, il desiderio, la memoria e la necessità di essere riconosciuti.

4 fumetti da leggere questo autunno tra identità, desiderio e libertà

Chiamami col tuo nome. Il graphic novel” di André Aciman e Sarah Maxwell, Piemme

Trasformare “Chiamami col tuo nome” in un graphic novel significa confrontarsi con una storia che vive soprattutto di ciò che non viene detto. Il romanzo di André Aciman ha costruito buona parte della propria forza nell’interiorità di Elio, nell’ossessione con cui il ragazzo osserva Oliver, interpreta un gesto, torna su una parola e cerca di comprendere un desiderio che sembra continuamente precedere la capacità di nominarlo. L’adattamento illustrato da Sarah Maxwell deve compiere quindi un’operazione interessante: trasferire questa dimensione mentale nel linguaggio dei corpi, degli sguardi, degli spazi e dei colori.

La storia rimane quella dell’estate che spezza in due la vita di Elio. Nella villa della sua famiglia arriva Oliver, giovane studente americano impegnato nella propria tesi di post-dottorato. È sicuro di sé, affascinante, apparentemente molto più capace di Elio di abitare il proprio corpo e il mondo. L’iniziale irritazione diventa attrazione e ciò che sembrava una convivenza destinata a essere sopportata si trasforma progressivamente nella scoperta di un’intimità che nessuno dei due potrà attraversare senza uscirne cambiato.

Nel passaggio al fumetto emerge ancora più chiaramente uno dei nuclei fondamentali della storia: il desiderio è anche un modo di guardare. Elio guarda Oliver prima ancora di riuscire a comprenderlo. Ne registra la presenza fisica, le distanze, le assenze. Ed è significativo che una storia fondata su questa continua osservazione trovi una seconda vita in una forma narrativa che affida proprio allo sguardo del lettore una parte decisiva del racconto. L’immagine può mostrare simultaneamente ciò che la parola deve raccontare in successione: un corpo e chi lo osserva, la vicinanza e la distanza, il desiderio e la paura che lo accompagna.

Ma ridurre “Chiamami col tuo nome” alla storia di un amore estivo significherebbe perderne una parte essenziale. Il cuore dell’opera riguarda anche la scoperta di sé attraverso un’altra persona. Oliver diventa per Elio lo spazio nel quale sperimentare qualcosa che non possiede ancora una forma definitiva. Il desiderio non viene presentato come una risposta capace di mettere immediatamente ordine nell’identità, ma come un’esperienza che la rende più complessa.

Il graphic novel offre così un modo diverso di tornare a una storia ormai entrata nell’immaginario queer contemporaneo. Non sostituisce il romanzo e non cerca di replicare il film di Luca Guadagnino: lavora su un terzo linguaggio, quello della narrazione disegnata. Ed è proprio questa trasformazione a renderlo interessante anche per chi conosce già Elio e Oliver. Perché alcune storie non cambiano quando vengono raccontate di nuovo: cambia il punto dal quale siamo invitati a guardarle.

Le avventure di un iraniano con i baffi e di un transgender senza i baffi” di Ehsan Mehrbakhsh e Liv Ferracchiati, Fandango Libri

Già il titolo suggerisce il registro scelto da Ehsan Mehrbakhsh e Liv Ferracchiati: l’identità viene affrontata senza rinunciare all’ironia, trasformando baffi, documenti, frontiere e stereotipi in elementi di una storia nella quale ciò che sembra assurdo finisce spesso per rivelare qualcosa di molto concreto sul funzionamento della società.

Le traiettorie dei due protagonisti sono differenti. Un uomo iraniano arriva in Italia inseguendo persino un’improbabile apparizione di Roberto Baggio; l’altro dice di vivere a Dallas, ma la sua esistenza si consuma soprattutto nella distanza fra ciò che è e ciò che compare sui documenti. Attorno a loro si costruisce un’Europa fatta di questure, ambasciate, numeri, moduli e sale d’attesa. Sono spazi apparentemente impersonali, ma possiedono un potere enorme: possono riconoscere una persona oppure respingerla, permetterle di attraversare un confine oppure impedirglielo.

Il fumetto sembra trovare la propria forza proprio nella collisione fra la rigidità di questi sistemi e il carattere imprevedibile delle vite che pretendono di classificare. Migrazione e identità transgender finiscono così per incontrarsi attorno a una medesima esperienza: quella di dover continuamente dimostrare a qualcuno il diritto di essere dove si è e di essere chi si è. Il confine smette allora di essere soltanto geografico. Può passare attraverso un aeroporto, ma anche attraverso un nome, un documento o un corpo.

Eppure il libro non sembra voler trasformare i protagonisti in semplici esempi di una questione sociale. La descrizione insiste sugli incontri, sull’amicizia, sull’intimità, sul sesso, sui bar, sulla musica ascoltata in cuffia e perfino sulle birre di pessima qualità. È una scelta importante perché restituisce alle persone ciò che spesso il discorso pubblico sottrae loro: la normalità contraddittoria e disordinata dell’esistenza.

Persino i baffi diventano un simbolo. Possono indicare appartenenza, aspettative sul genere e riconoscibilità sociale; la loro assenza può trasformarsi invece in gesto di autodeterminazione. Il corpo viene letto dagli altri prima ancora che possa raccontarsi da solo.

È qui che la leggerezza del fumetto acquista un significato politico senza trasformarsi in lezione. Ridere di un sistema può essere un modo per mostrarne l’assurdità. E tra una frontiera e l’altra, “Le avventure di un iraniano con i baffi e di un transgender senza i baffi” sembra ricordarci una cosa elementare: dietro ogni categoria amministrativa continua a esserci una persona che vuole semplicemente vivere.

Karma” di Claudia Razzoli, BAO Publishing

C’è qualcosa di particolarmente efficace nell’utilizzare il soprannaturale per raccontare quei problemi quotidiani dai quali vorremmo disperatamente scappare. “Karma” di Claudia Razzoli parte proprio da questa collisione: da una parte una vita estremamente contemporanea fatta di precarietà, aspirazioni professionali, amicizie e rapporti familiari soffocanti; dall’altra spiriti, capacità medianiche e una dimensione mistica che irrompe nel quotidiano senza renderlo necessariamente più semplice.

Nicoletta ha una vita che sembra procedere nella direzione opposta rispetto a quella desiderata. Fa un lavoro che disprezza, coltiva un hobby che vorrebbe trasformare nella propria professione e convive con una madre ingombrante, convinta di sapere perfettamente quale forma dovrebbe assumere la vita della figlia. Quando arriva l’ultimatum di mettere ordine nella propria esistenza o lasciare casa, il conflitto generazionale diventa inevitabile. Accanto a lei c’è Lea, migliore amica che trascura gli studi e si muove in un territorio indefinito tra life coach e medium. Come se la realtà non fosse già abbastanza complicata, Lea comincia anche a essere perseguitata da uno spirito decisamente molesto.

Sotto la superficie comica e soprannaturale emerge però una questione più profonda: che cosa significa diventare adulti quando l’idea di vita adulta che ci è stata consegnata non ci appartiene? Nicoletta deve fare i conti con una madre che vorrebbe organizzarne l’esistenza, ma il fumetto suggerisce anche come certi meccanismi familiari abbiano radici più lontane. I genitori oppressivi, spesso, sono stati a loro volta figli di genitori oppressivi. Il controllo viene tramandato quasi fosse un’eredità.

Il titolo “Karma” acquista allora una sfumatura interessante. Più che una semplice punizione cosmica, può essere letto come il peso di ciò che ritorna, dei comportamenti e delle ferite che attraversano le generazioni finché qualcuno non prova a interromperli. Il soprannaturale diventa così uno strumento per rendere visibile ciò che normalmente non vediamo.

Il risultato è un fumetto che può parlare con particolare efficacia a chiunque abbia sperimentato quella strana età adulta nella quale ci si sente contemporaneamente troppo grandi per continuare a rimandare e troppo impreparati per avere davvero tutte le risposte. Tra madri invadenti, lavori sbagliati, sogni professionali e fantasmi, “Karma” racconta il tentativo di appropriarsi finalmente della propria vita. Forse crescere significa anche questo: capire quali eredità vogliamo portare con noi e quali, invece, possiamo finalmente restituire.

Charity & Sylvia” di Tillie Walden, tradotto da Caterina Marietti, Bao Pubblishing

Tra questi quattro titoli, “Charity & Sylvia” compie il viaggio temporale più sorprendente. Tillie Walden porta il lettore negli Stati Uniti di fine Settecento, quando il Paese è ancora giovane e non conta neppure venti Stati, per raccontare l’incontro fra Charity Bryant e Sylvia Drake. Tra le due donne nasce un legame profondo che le conduce a costruire insieme qualcosa che il linguaggio e le convenzioni dell’epoca faticano persino a definire: una vita condivisa.

Charity lascia il Massachusetts e raggiunge il Vermont, dove incontra la famiglia di Sylvia. Le due finiscono per vivere insieme e lavorare come sarte, attraversando una società profondamente religiosa e tradizionalista. La straordinarietà della loro storia non sta però in un gesto eclatante di ribellione. Sta nella durata. Charity e Sylvia rimangono insieme per decenni, costruendo giorno dopo giorno uno spazio nel quale il loro rapporto possa esistere.

È proprio questa quotidianità a rendere la storia particolarmente importante all’interno della narrazione queer. Quando guardiamo al passato rischiamo infatti di cercare soltanto identità perfettamente sovrapponibili alle categorie contemporanee. Ma la storia delle persone queer è anche storia di relazioni vissute quando le parole con cui oggi le descriveremmo non esistevano ancora nello stesso modo. Il lavoro di Walden permette di osservare quella zona complessa senza cancellare la distanza storica.

La casa, il lavoro di sarte, il sostegno reciproco diventano allora gesti profondamente significativi. In una società nella quale alle donne erano concesse possibilità estremamente limitate, costruire una vita comune significava creare una forma alternativa di famiglia. Non servono necessariamente proclami perché un’esistenza diventi sovversiva: a volte basta continuare a esistere secondo una forma che il mondo non aveva previsto.

Il contesto rende tutto ancora più potente. La religione interpreta lutti e disgrazie come manifestazioni della volontà divina, mentre la società stabilisce rigidamente ciò che una donna può desiderare e quale futuro dovrebbe costruire. Charity e Sylvia abitano quello stesso mondo senza poter semplicemente uscirne. La loro resistenza consiste quindi nel trovare uno spazio possibile al suo interno.

“Charity & Sylvia” permette così di leggere il passato senza considerare la presenza queer una scoperta recente. Le parole cambiano, le possibilità sociali cambiano, ma restano le tracce di persone che hanno cercato di costruire legami, case e vite condivise. Ed è forse questa la parte più commovente della storia: dietro le grandi trasformazioni dei diritti esistono migliaia di vite che hanno preceduto quelle conquiste, spesso semplicemente scegliendo di rimanere insieme.

Quattro fumetti, quattro modi di raccontare il diritto di esistere

Dal desiderio di Elio alla quotidianità condivisa da Charity e Sylvia trascorrono secoli, cambiano paesi, linguaggi e possibilità di definirsi. Eppure questi quattro fumetti finiscono per incontrarsi nello stesso punto: essere riconosciuti dagli altri senza dover rinunciare a ciò che si è. Un documento può non corrispondere a una persona, una famiglia può pretendere di stabilirne il futuro, una società può non possedere ancora le parole per nominare un amore e persino il desiderio può arrivare prima della capacità di comprenderlo.

Sono letture molto diverse anche nel tono, dalla memoria sentimentale alla satira, dal soprannaturale alla ricostruzione storica. Proprio per questo formano un piccolo percorso particolarmente interessante per l’autunno: quattro storie nelle quali l’identità non viene trattata come un’etichetta da applicare ai personaggi, ma come qualcosa che si costruisce attraverso il corpo, gli incontri, la memoria, il desiderio e le scelte con cui proviamo, giorno dopo giorno, a rendere nostra la vita che ci è stata data.