Ci sono libri per bambini che raccontano un’avventura e altri che, quasi senza farsene accorgere, aiutano a dare un nome a qualcosa che sta accadendo dentro di loro. Una paura che sembra enorme, il desiderio di essere già grandi, una giornata in cui niente sembra andare per il verso giusto oppure quella curiosità incontenibile che trasforma un giardino nel luogo perfetto in cui cercare un dinosauro.
La letteratura per l’infanzia riesce a fare tutto questo quando rinuncia a spiegare il mondo dall’alto e sceglie invece di guardarlo dalla prospettiva dei più piccoli, dove una nuvola, un bosco, un cappello o un viaggio in treno possono diventare l’inizio di qualcosa di straordinario.
I sei libri che abbiamo scelto percorrono strade molto diverse. Ci sono i Mumin nati dall’immaginazione di Tove Jansson, una rivista che porta bambini e bambine dentro il bosco, Nicolò che vorrebbe essere più forte, un piccolo unicorno alla ricerca del buonumore, Felix alle prese con il sogno apparentemente impossibile di catturare un dinosauro e Leonardo, al quale gli adulti hanno detto che è arrivato il momento di diventare grande.
Storie diverse per età, linguaggio e costruzione, accomunate però dalla capacità di riconoscere nella fantasia una delle prime forme attraverso cui un bambino impara a comprendere se stesso.
6 libri per bambini che raccontano quanto può essere grande il mondo dei più piccoli
“Mumin e il cappello del Gran Bau” di Alex Haridi, Cecilia Davidsson e Cecilia Heikkilä, tradotto da Alessandra Scali, Iperborea
Basta un oggetto trovato per caso per cambiare completamente il volto di una giornata. Nel mondo dei Mumin, del resto, lo straordinario non arriva quasi mai annunciandosi come tale: si nasconde nelle cose, negli incontri, negli imprevisti che interrompono la normalità. In “Mumin e il cappello del Gran Bau”, adattamento da un classico di Tove Jansson pensato per i lettori dai tre anni, tutto comincia dopo una tempesta, quando Mumin trova nella valle un cilindro apparentemente abbandonato. Potrebbe essere soltanto un cappello e infatti, almeno inizialmente, viene utilizzato come un semplice cestino.
Poi qualcuno vi getta dentro i gusci delle uova della colazione e questi si trasformano in piccole nuvole volanti. Un fiore finisce al suo interno e improvvisamente dal cilindro nasce addirittura una giungla. È Tabacco a comprendere che quell’oggetto appartiene al Gran Bau, misterioso stregone che attraversa lo spazio sulla sua pantera nera alla ricerca del Rubino del Re.
Per un bambino molto piccolo questa successione di trasformazioni possiede qualcosa di irresistibile, perché segue esattamente la logica dell’immaginazione infantile: gli oggetti non sono ancora condannati ad avere una sola funzione e la realtà può essere continuamente reinventata. Un cappello può diventare un cestino e subito dopo un oggetto magico capace di sovvertire le leggi del mondo.
È proprio qui che l’universo creato da Tove Jansson continua a mostrare la propria forza anche quando viene adattato per lettori molto più piccoli rispetto a quelli delle opere originarie. I Mumin abitano infatti una dimensione in cui il fantastico non cancella il quotidiano, ma lo dilata. Casa, famiglia, amicizia e natura rimangono punti di riferimento, mentre intorno a essi può accadere praticamente qualsiasi cosa.
Le illustrazioni diventano fondamentali per permettere ai più piccoli di attraversare questa dimensione senza bisogno di comprenderne ogni meccanismo. Il piacere della lettura nasce anche dal riconoscimento dei personaggi, dall’osservazione delle trasformazioni e dalla possibilità di fermarsi sulle immagini mentre l’adulto racconta. A soli tre anni leggere significa soprattutto condividere una storia, anticipare quello che potrebbe accadere e imparare che una pagina può contenere un mondo.
Ed è forse questa la qualità più preziosa di “Mumin e il cappello del Gran Bau”: non cerca di ricavare una morale evidente da ogni avventura. Lascia invece spazio alla meraviglia, alla curiosità e persino a una piccola dose di inquietudine. Il mondo può essere imprevedibile, ma proprio per questo merita di essere esplorato. E per cominciare potrebbe bastare un vecchio cappello trovato dopo una tempesta.
“Nilsson. Nel bosco”, di Marco Somà (Illustratore), Mariachiara Di Giorgio (Illustratore), Pia Valentinis (Illustratore), Anne Pikkov (Illustratore), Davide Panizza (Illustratore), Nicole Tecchio (Illustratore), Alberto Lot (Illustratore), Felix Petruska (Illustratore), Alice Beniero (Illustratore) Iperborea
Il bosco delle fiabe è uno dei luoghi più contraddittori dell’immaginario infantile. È il posto dal quale gli adulti raccomandano di stare lontani e, proprio per questo, quello nel quale Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel, lupi, streghe e creature misteriose finiscono inevitabilmente per condurci.
“Nilsson. Nel bosco”, secondo numero della rivista di Iperborea dedicata a bambini e ragazzi, parte proprio da questa attrazione antichissima per costruire un’esperienza di lettura che non coincide con quella di un normale albo illustrato. Nelle sue 64 pagine, consigliate dai sei anni, il bosco viene infatti attraversato attraverso fumetti, racconti, rubriche, curiosità, quiz, indovinelli, ricette e suggerimenti su cosa leggere, guardare e ascoltare.
La scelta è interessante perché restituisce ai bambini qualcosa che spesso perdiamo nel modo adulto di intendere la lettura: la libertà di saltare da una cosa all’altra. “Nilsson” può essere sfogliato, abbandonato, ripreso, esplorato partendo da una figura oppure da una curiosità. Non chiede necessariamente una progressione lineare. Il bosco diventa così contemporaneamente argomento e struttura simbolica della rivista: anche tra queste pagine ci si può perdere, trovare una strada inattesa, incontrare qualcosa che non stavamo cercando.
C’è poi un altro elemento particolarmente riuscito. Il bosco raccontato da “Nilsson” non appartiene soltanto alle fiabe. Accanto a quello immaginario esiste quello reale, popolato da animali, piante, fenomeni e piccoli misteri naturali.
Il bambino può quindi passare dalla narrazione alla scoperta senza che venga innalzato un muro tra cultura e conoscenza. La paura stessa, anziché essere eliminata, viene riconosciuta come parte dell’avventura: il bosco può intimorire perché non permette di vedere tutto, nasconde ciò che si trova dietro un albero e costringe a confrontarsi con l’ignoto.
È anche un oggetto editoriale capace di favorire una progressiva autonomia. Se l’albo destinato ai più piccoli nasce spesso dalla lettura condivisa con un adulto, una rivista come questa invita il bambino che comincia a leggere da solo a scegliere ciò che lo incuriosisce. Non bisogna necessariamente “finirla”: bisogna abitarla.
“Nilsson. Nel bosco” diventa così una piccola dichiarazione d’amore alla curiosità. Ricorda che leggere non significa soltanto seguire una storia dall’inizio alla fine, ma imparare a fare domande, scoprire collegamenti e avere voglia di guardare un po’ più lontano. Proprio come quando, arrivati davanti al limite del bosco, si decide comunque di vedere che cosa c’è oltre.
“Nicolò” di Agnès Laroche e Stéphanie Augusseau
A volte essere piccoli è tremendamente faticoso. Gli adulti sembrano più forti, i compagni possono apparire più sicuri e basta una giornata storta perché ogni difficoltà sembri confermare la stessa convinzione: se fossi più grande, tutto sarebbe più semplice. “Nicolò”, scritto da Agnès Laroche e illustrato da Stéphanie Augusseau, parte da un sentimento infantile immediatamente riconoscibile e lo trasforma in una storia sulla costruzione della fiducia in se stessi, pensata a partire dai quattro anni.
La giornata di Nicolò comincia male e continua peggio. Sulla strada per la scuola viene spintonato senza che nessuno sembri accorgersi di lui; all’ingresso un compagno gli porta via quasi tutte le biglie; in classe il professore lo rimprovera davanti agli altri perché ha dimenticato il quaderno. Sono episodi piccoli se osservati dall’esterno, ma la letteratura per l’infanzia funziona proprio quando sa rispettare le proporzioni emotive dei bambini. Per Nicolò quelle umiliazioni non sono insignificanti. Sommate una all’altra diventano la prova di una fragilità dalla quale vorrebbe liberarsi.
Nasce così “Super Nico”, la versione immaginaria di se stesso che vorrebbe essere più grande, più forte e capace di impartire finalmente una lezione a chi lo mette in difficoltà. È una fantasia compensatoria molto semplice e proprio per questo efficace: invece di dire al bambino che deve avere autostima, il libro mette in scena il desiderio che spesso nasce quando quell’autostima vacilla. Nicolò immagina di diventare qualcun altro perché ancora non ha scoperto quanto possa fare rimanendo se stesso.
Persino l’arrivo di Violetta, che si siede accanto a lui, inizialmente riattiva lo stesso meccanismo. Nicolò vorrebbe trasformarsi in Super Nico per trovare il coraggio necessario a offrirle un grande mazzo di margherite. Ma la soluzione comincia lentamente a cambiare: e se non fosse necessario aspettare di diventare più grandi? E se fosse possibile affrontare qualcosa anche con la paura, l’imbarazzo e l’insicurezza?
Le illustrazioni accompagnano questa sproporzione tra un bambino che si percepisce minuscolo e un mondo che sembra gigantesco. Ed è proprio da questo contrasto che emerge il valore del libro. “Nicolò” non racconta la trasformazione di un bambino debole in un bambino invincibile. Suggerisce qualcosa di molto più utile: crescere significa anche accorgersi che il coraggio non arriva quando smettiamo di sentirci piccoli, ma quando proviamo comunque a fare qualcosa contando sulle risorse che già possediamo.
“L’incantesimo del buonumore” di Hannah Peckham, illustrato da Hanna Tkachenko
Ci sono mattine in cui ci si sveglia e semplicemente non si sta bene. Per un bambino riconoscere questa sensazione può essere ancora più complicato, perché spesso non possiede le parole necessarie per distinguere stanchezza, tristezza, irritazione o bisogno di fermarsi. “L’incantesimo del buonumore” di Hannah Peckham, illustrato da Hanna Tkachenko e consigliato dai tre anni, trasforma questa esperienza in una piccola avventura fantastica affidandola a Morris, un unicorno che una mattina si sveglia nella nebbia del Promontorio dei Draghi e capisce immediatamente di non sentirsi affatto in forma.
La sua soluzione sembra perfettamente adeguata a un mondo popolato da creature fantastiche: trovare il leggendario Incantesimo del Buonumore. Morris parte quindi alla ricerca di una formula capace di aggiustare ciò che sente, come se il malessere fosse qualcosa da eliminare rapidamente attraverso un gesto magico. Ma il viaggio lo conduce verso una scoperta più semplice e, proprio per questo, più significativa: la cura non passa necessariamente da un incantesimo. Può cominciare dall’attenzione rivolta a se stessi.
È un messaggio che rischierebbe facilmente di trasformarsi in una lezione astratta, ma l’utilizzo della fiaba permette di renderlo comprensibile senza appesantirlo. Il bambino segue Morris perché vuole sapere se riuscirà a trovare ciò che cerca e intanto incontra l’idea che non dobbiamo essere sempre allegri, disponibili e pronti a prenderci cura degli altri. Per continuare a offrire gentilezza è necessario riconoscere anche i momenti in cui siamo noi ad avere bisogno di attenzione.
Il rapporto tra testo e illustrazioni rafforza questa dimensione emotiva. L’ambientazione fantastica, i toni notturni e la presenza del piccolo unicorno permettono di dare una forma visibile a qualcosa che visibile non è: il modo in cui ci sentiamo. Ed è proprio questa una delle grandi possibilità dell’albo illustrato. Un’emozione astratta può diventare un viaggio, un luogo, un personaggio da seguire.
“L’incantesimo del buonumore” funziona quindi soprattutto quando viene letto insieme. Può diventare l’occasione per chiedere a un bambino come si sente, che cosa fa quando è triste o stanco, cosa potrebbe aiutarlo a stare meglio. La magia promessa dal titolo alla fine cambia significato: non consiste nell’obbligarsi a essere felici, ma nell’imparare ad ascoltarsi. Una lezione piccola soltanto in apparenza, che può accompagnare il bambino ben oltre l’ultima pagina.
“Come catturare un dinosauro” di Josh Lacey, illustrato da Momoko Abe, Pane e Sale
Felix ha un obiettivo chiarissimo: vuole catturare un dinosauro. Il problema, naturalmente, è capire come si faccia. “Come catturare un dinosauro”, scritto da Josh Lacey, illustrato da Momoko Abe e tradotto da Agnese Franchini per Pane e Sale, parte da una delle grandi passioni dell’infanzia e la trasforma in un gioco narrativo costruito intorno alla creatività, alla perseveranza e a quella meravigliosa capacità dei bambini di considerare assolutamente plausibile ciò che per un adulto sarebbe impossibile.
Felix non perde tempo a chiedersi se i dinosauri possano davvero comparire nel suo giardino. Il suo problema è molto più concreto: come costruire una trappola efficace? E soprattutto, che cosa mangia un dinosauro? Salsicce? Torta al cioccolato? Il bambino sperimenta diverse soluzioni e continua a tentare anche quando nulla sembra funzionare. È proprio questa serietà applicata a un progetto completamente assurdo a generare l’ironia del racconto. L’adulto conosce l’impossibilità dell’impresa, mentre Felix la affronta come un problema che richiede semplicemente un po’ più d’inventiva.
Poi accade quello che in una buona storia per bambini deve poter accadere: proprio quando Felix sta per arrendersi, il sogno diventa realtà. Il dinosauro arriva davvero. Ma raggiungere l’obiettivo apre immediatamente un problema nuovo. Perché una cosa è desiderare disperatamente un dinosauro, un’altra è scoprire che cosa significhi averne uno nel proprio giardino.
Sotto la superficie giocosa compare così un’intuizione interessante sul desiderio. I bambini vogliono continuamente qualcosa: un animale, un giocattolo, un’avventura impossibile. “Come catturare un dinosauro” non giudica questo impulso, anzi gli permette di espandersi fino alle conseguenze più divertenti. Allo stesso tempo suggerisce che ottenere ciò che vogliamo può essere soltanto l’inizio della storia.
Le illustrazioni di Momoko Abe hanno un ruolo essenziale perché il dinosauro, enorme rispetto a Felix, rende immediatamente visibile la sproporzione tra il desiderio del bambino e ciò che quel desiderio comporta quando diventa reale. Il risultato è un albo che può essere letto ad alta voce, osservato e commentato insieme, lasciando che il bambino immagini nuove esche e nuove trappole. A partire dai tre anni, è soprattutto un invito a non trattare l’immaginazione come qualcosa da correggere. Per Felix il dinosauro esiste perché una storia gli concede di esistere. E qualche volta è esattamente questo che chiediamo a un libro.
“La fantastica storia di Leonardo” di Simone Balestra e Antoine Deprez
Cosa significa davvero diventare grandi? “La fantastica storia di Leonardo”, scritto da Simone Balestra e illustrato da Antoine Deprez, prende una delle frasi che i bambini sentono ripetere più spesso e decide di osservarla letteralmente. Leonardo ha appena compiuto dieci anni e gli adulti gli spiegano che ormai è arrivato il momento di comportarsi da grande e di “prendere il treno della vita”. Leonardo fa esattamente ciò che gli viene detto: sale su un treno. Da questo equivoco poetico prende avvio una storia che utilizza il viaggio per interrogare quell’idea di crescita che troppo spesso viene presentata ai bambini come una destinazione da raggiungere il prima possibile.
Leonardo è impaziente. Una volta salito in carrozza vuole sapere quando arriverà, quasi che diventare adulti significhi semplicemente attendere che qualcuno annunci la fermata giusta. L’incontro con il controllore incrina questa aspettativa. Alla domanda del bambino, l’uomo risponde che non si diventa grandi senza fare nulla e lo conduce in un’enorme stanza piena di ingranaggi, dove Leonardo deve continuare ad azionare una leva senza sapere a cosa serva. Intorno a lui passano una segretaria, un professore, un macchinista e altre figure appartenenti al mondo adulto. La domanda diventa inevitabile: che cosa si fa davvero qui?
È un’immagine sorprendentemente potente per un albo destinato ai bambini dai quattro anni. L’adulto, osservato dall’esterno, appare spesso come qualcuno impegnato in attività misteriose, governate da regole di cui il bambino non comprende ancora il senso. Gli ingranaggi rendono visibile proprio questa percezione: crescere sembra significare entrare dentro un enorme meccanismo e imparare a farlo funzionare. Ma Leonardo continua a interrogare ciò che vede, e proprio questa capacità di fare domande impedisce alla crescita di ridursi alla semplice obbedienza.
Le immagini di Antoine Deprez, già dalla copertina dominata da un Leonardo slanciato dentro un paesaggio quasi sospeso, contribuiscono a dare al racconto la dimensione di una fiaba contemporanea. Il viaggio può essere seguito dai più piccoli nella sua componente avventurosa, mentre un adulto può riconoscervi domande molto più ampie sul tempo, sulle aspettative e sull’idea stessa di maturità.
“La fantastica storia di Leonardo” ricorda così qualcosa che rischiamo di dimenticare quando chiediamo continuamente ai bambini di diventare grandi: crescere non dovrebbe significare smettere di interrogare il mondo. Forse il vero viaggio comincia proprio quando Leonardo, invece di limitarsi ad azionare la leva che gli è stata affidata, si domanda perché dovrebbe farlo. Perché diventare grandi significa certamente imparare a fare, ma anche conservare abbastanza curiosità da continuare a chiedersi il senso delle cose.
Crescere senza perdere la capacità di meravigliarsi
Dal cappello magico trovato nella Valle dei Mumin al treno sul quale sale Leonardo, questi sei libri sembrano raccontare mondi lontanissimi e invece finiscono per incontrarsi nello stesso punto. Essere bambini significa trovarsi continuamente davanti a qualcosa che ancora non si conosce.
Può essere un bosco, un’emozione difficile da spiegare, la paura di essere troppo piccoli, un dinosauro che improvvisamente appare in giardino o il misterioso mondo degli adulti. La lettura offre la possibilità di avvicinarsi a tutto questo senza pretendere di trovare immediatamente una risposta.
È anche per questo che scegliere un libro per un bambino significa molto più che cercare una storia con una morale. Le storie migliori lasciano domande, permettono di ridere, di avere un po’ paura, di riconoscersi in un personaggio e di immaginare qualcosa che prima non esisteva. E se questi sei libri hanno qualcosa da ricordare anche agli adulti che li leggeranno ad alta voce, è forse proprio questo: crescere è inevitabile, perdere la capacità di meravigliarsi no.

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