Alcune famiglie, più di altre, sembrano destinate a vivere dentro la Storia e altre che sembrano condannate a esserne divorate. Possiedono castelli, terre, nomi tramandati per generazioni e la convinzione che tutto ciò che le circonda continuerà a esistere perché è sempre esistito.
Poi arriva un bambino diverso dagli altri, una guerra cancella un impero, una rivoluzione sovverte l’ordine sociale, un regime decide chi ha diritto a vivere e ciò che appariva eterno comincia lentamente a sgretolarsi. I Lázár di Nelio Biedermann nasce dentro questa vertigine e racconta più di mezzo secolo di storia europea attraverso lo splendore e il declino di una famiglia ungherese sulle rive del Danubio.
È una saga nella quale il destino individuale e quello di un continente diventano inseparabili, perché mentre i Lázár amano, tradiscono, nascondono segreti e cercano di salvarsi, intorno a loro il Novecento distrugge il mondo che li aveva generati.
“I Lázár” di Nelio Biedermann, tradotto da Leonella Basiglini, Guanda
La storia comincia all’alba del Novecento, nel castello dei Lázár, nel sud dell’Ungheria. Nella famiglia nasce Lajos von Lázár, ultimo figlio del patriarca Sándor, ma fin dal primo momento qualcosa sembra distinguerlo dagli altri. Ha la pelle quasi trasparente e gli occhi azzurri come l’acqua, caratteristiche che invece di suscitare meraviglia alimentano inquietudine e superstizione.
Suo padre si vergogna di lui, mentre il visionario zio Imre avverte nella sua presenza qualcosa di oscuro e soprannaturale. Il bambino entra così nella storia familiare contemporaneamente come miracolo e maledizione, quasi fosse il presagio di una trasformazione molto più grande che sta per investire non soltanto i Lázár, ma l’intera Europa.
La nascita di Lajos apre infatti una storia che attraversa oltre cinquant’anni, arrivando fino al 1957. Segreti, passioni proibite, colpe e traumi passano da una generazione all’altra mentre il mondo esterno cambia con una violenza sempre maggiore.
La fine dell’Impero asburgico, due guerre mondiali, le rivoluzioni, l’ascesa dei totalitarismi e la persecuzione degli ebrei penetrano progressivamente nella vita della famiglia. Il castello non può proteggerla dalla Storia e il privilegio non può conservarla intatta. Biedermann costruisce così un romanzo nel quale la grande vicenda europea non rimane sullo sfondo, ma entra nelle stanze, nei matrimoni, nei corpi e nei rapporti tra genitori e figli, trasformando ogni avvenimento storico in un’esperienza privata.
Una famiglia mentre intorno crolla un impero
All’inizio del secolo i Lázár appartengono ancora a un universo che può illudersi di essere immutabile. Il castello, il nome, la gerarchia familiare e l’autorità del patriarca sembrano parti naturali dell’ordine delle cose. È proprio questa sicurezza a rendere più potente ciò che avviene dopo.
Il Novecento europeo è stato anche il secolo della scomparsa di mondi che per generazioni avevano creduto nella propria eternità, e l’Impero austro-ungarico ne rappresenta forse una delle immagini più emblematiche. Quando la Prima guerra mondiale ne provoca la dissoluzione, non cambia soltanto una carta geografica: scompare una struttura politica e culturale dentro la quale milioni di persone avevano costruito la propria identità.
Raccontare quel crollo attraverso una famiglia permette a Biedermann di restituirgli una dimensione quasi fisica. La Storia smette di essere una successione di date e diventa perdita di sicurezza, trasformazione dei rapporti sociali, paura, impoverimento, nostalgia e impossibilità di tornare indietro.
I Lázár assistono al tramonto di un sistema che aveva dato loro posizione e appartenenza e devono imparare a esistere dentro un mondo che non riconosce più necessariamente il valore delle cose sulle quali avevano fondato la propria identità. Il declino della famiglia diventa così il declino di un’intera idea d’Europa, quella delle grandi dinastie, delle proprietà tramandate e degli equilibri che la guerra avrebbe spezzato definitivamente.
Il Novecento entra nelle stanze dei Lázár
Una delle promesse più affascinanti del romanzo sta proprio nel rapporto tra Grande Storia e storia privata. Guerre, rivoluzioni e dittature possono essere raccontate attraverso eserciti, governi e ideologie, ma la letteratura possiede la possibilità di mostrare ciò che accade quando quegli eventi arrivano nella vita quotidiana.
Una guerra significa anche qualcuno che parte e potrebbe non tornare, una frontiera spostata può cambiare improvvisamente l’identità nazionale di una famiglia, una persecuzione può trasformare un vicino in un bersaglio e una rivoluzione può cancellare in pochi mesi privilegi considerati naturali per secoli.
Nel corso di oltre mezzo secolo i Lázár devono confrontarsi con tutte queste trasformazioni, mentre le loro vicende intime continuano ostinatamente a esistere. Le persone si innamorano anche durante le guerre, desiderano chi non dovrebbero desiderare, custodiscono rancori, commettono errori e cercano felicità perfino quando il mondo sembra precipitare.
Proprio questa convivenza tra l’enormità degli eventi storici e la persistenza dei bisogni individuali rende la saga familiare una forma narrativa così potente: la Storia può cambiare il destino di milioni di persone, ma ciascuno continua ad attraversarla attraverso il proprio corpo, i propri affetti e le proprie perdite.
Lajos, il bambino che nasce come un presagio
Lajos occupa una posizione particolarmente suggestiva all’interno di questa costruzione. Prima ancora di poter agire viene interpretato dagli altri: il suo aspetto lo rende diverso, suo padre lo considera motivo di vergogna e lo zio Imre sembra riconoscere in lui forze che appartengono a una dimensione oscura.
Il bambino diventa così una superficie sulla quale la famiglia proietta paure e superstizioni, ma la sua nascita può essere letta anche simbolicamente. Lajos appare proprio mentre il vecchio ordine europeo sta entrando nel secolo che ne provocherà la distruzione, quasi fosse una creatura appartenente contemporaneamente al mondo dei Lázár e a quello che arriverà dopo.
È qui che la componente quasi magica del romanzo assume un valore particolare. Il soprannaturale non deve necessariamente interrompere la realtà storica, perché può diventare il linguaggio attraverso cui i personaggi tentano di comprendere ciò che razionalmente non riescono ancora a vedere.
Presagi, maledizioni e forze oscure appartengono a un immaginario antico, ma incombono su una famiglia destinata ad affrontare eventi reali molto più terribili di qualsiasi leggenda. L’impressione è quella di un mondo nel quale il mito e la Storia si osservano continuamente, mentre il lettore sa che le catastrofi in arrivo non avranno bisogno di alcuna forza soprannaturale per compiersi.
Le colpe dei padri diventano il destino dei figli
Come ogni grande saga familiare, I Lázár sembra costruirsi anche intorno a ciò che una generazione lascia alla successiva. Non si ereditano soltanto terre, ricchezze e cognomi. Si possono ereditare segreti, colpe, desideri irrisolti, vergogne e traumi.
Ciò che una generazione decide di nascondere può tornare in quella successiva sotto un’altra forma, e un conflitto apparentemente privato può sopravvivere alle persone che lo hanno originato. La famiglia diventa in questo senso un organismo dotato di memoria, capace di conservare ciò che i singoli individui vorrebbero dimenticare.
È una dinamica che rispecchia perfettamente anche la storia europea raccontata dal romanzo. Il Novecento stesso può essere letto come una successione di fratture che generano altre fratture: una guerra prepara le condizioni della successiva, la crisi di un ordine politico alimenta nuove ideologie, le violenze non elaborate ritornano trasformate.
Biedermann sembra mettere in parallelo queste due forme di trasmissione. Le famiglie e le nazioni possiedono entrambe una memoria, ed entrambe possono scoprire quanto sia difficile liberarsi da ciò che non hanno avuto il coraggio di affrontare.
Dal Danubio passa la storia dell’Europa
Non è casuale che questa epopea abbia come grande orizzonte geografico il Danubio. Il fiume attraversa e collega regioni che nel corso del Novecento hanno conosciuto imperi, dissoluzioni, guerre, ridefinizioni dei confini, occupazioni e regimi politici differenti.
Nella geografia culturale europea il Danubio è stato insieme confine e collegamento, periferia e centro, luogo nel quale lingue, religioni e identità diverse hanno convissuto dentro strutture politiche destinate a trasformarsi radicalmente.
In un romanzo dedicato alla durata e alla distruzione, il fiume possiede inoltre una forza simbolica quasi inevitabile. Le generazioni passano, i sistemi politici crollano, i castelli cambiano proprietari, le famiglie si disperdono, mentre l’acqua continua a scorrere.
Il Danubio diventa allora la misura di un tempo più vasto di quello umano, davanti al quale persino ciò che una famiglia considera eterno appare provvisorio. Non sorprende che un libro di questa natura sia stato accostato a una tradizione mitteleuropea capace di raccontare il tramonto di un mondo attraverso le vicende dei singoli, fino al riferimento esplicito alla Marcia di Radetzky di Joseph Roth evocato dalla critica internazionale.
Da Joseph Roth a Gabriel García Márquez, una saga tra Storia e mito
I paragoni critici che hanno accompagnato I Lázár sono ambiziosi: accanto a Thomas Mann e Joseph Roth è stato evocato persino Gabriel García Márquez, proprio per l’ampiezza temporale della storia e per quella componente visionaria che sembra attraversare il realismo familiare.
Sono riferimenti che aiutano soprattutto a capire la natura del progetto di Biedermann. Non siamo davanti soltanto alla cronaca delle vicende di una famiglia aristocratica, ma a un romanzo che vuole utilizzare quella famiglia come un piccolo universo nel quale osservare nascita, splendore, decadenza e sopravvivenza.
Il richiamo a Cent’anni di solitudine diventa particolarmente suggestivo proprio pensando alle generazioni, ai segreti e alla sensazione che alcuni destini possano ripetersi. Come nelle grandi saghe, il tempo familiare rischia di assumere una forma circolare: i figli incontrano sotto nuove sembianze le colpe dei genitori, i desideri ritornano, i traumi attraversano le epoche.
La componente magica può allora convivere con la precisione storica perché entrambe cercano di raccontare la stessa cosa da prospettive differenti: la sensazione che dentro una famiglia il passato non sia mai davvero passato.
Continuare ad amare mentre tutto viene distrutto
Eppure, dietro imperi, guerre e maledizioni, il motore emotivo del romanzo sembra rimanere sorprendentemente semplice: i Lázár continuano a cercare l’amore. È forse questo contrasto a dare alla storia la sua dimensione più epica.
Non l’eroismo dei grandi condottieri, ma l’ostinazione con cui esseri umani fragili continuano a desiderare qualcuno mentre intorno a loro cambiano confini, governi e regimi. Le passioni proibite, gli amori mancati e i legami familiari acquistano un peso ancora maggiore proprio perché vengono vissuti dentro un tempo che sembra continuamente minacciare di interromperli.
La Storia può togliere proprietà, status, patria e sicurezza, ma non riesce a eliminare quella ricerca. Per questo la saga dei Lázár può diventare anche una riflessione su ciò che rimane quando vengono sottratte tutte le strutture attraverso le quali una persona era abituata a definirsi.
Quando non esiste più l’impero, quando il castello non garantisce protezione, quando il cognome perde il potere che possedeva e quando persino la sopravvivenza diventa incerta, restano i rapporti tra gli esseri umani. Fragili, contraddittori e spesso dolorosi, ma abbastanza potenti da attraversare persino le rovine.
Perché leggere “I Lázár”
I Lázár ha tutte le caratteristiche di quei romanzi nei quali si entra per conoscere una famiglia e dai quali si esce con la sensazione di avere attraversato un continente. Nelio Biedermann parte da un castello ungherese, da un bambino dagli occhi azzurri e da una dinastia convinta della propria solidità per raccontare mezzo secolo nel quale l’Europa ha distrutto e ricostruito più volte se stessa. Il privato e il politico, il realismo storico e il presagio, l’amore e la violenza, la memoria e la colpa finiscono per appartenere alla stessa grande corrente narrativa.
Ed è forse proprio il Danubio l’immagine migliore con cui pensare a questa storia. Tutto passa sulle sue rive: imperi, famiglie, guerre, amori, ideologie, generazioni. I Lázár credono di appartenere a una casa, a un nome e a un ordine destinati a durare, ma scopriranno che nessuna eredità è immune alla Storia.
Ciò che resta non coincide necessariamente con ciò che si possiede: può essere un segreto tramandato, una colpa che ritorna, il ricordo di chi abbiamo amato o la capacità di cercare ancora qualcuno mentre il vecchio mondo brucia. È in questa sproporzione tra la brevità delle vite e l’immensità della Storia che la saga di Biedermann trova la propria dimensione più epica: raccontare la caduta di un mondo attraverso le persone che, fino all’ultimo, continuano disperatamente a vivere.

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