“Quello che non si può dire”, il romanzo che entra nella giungla per raccontare ciò che sfugge alla ragione

Nel 2014 due giovani donne olandesi scompaiono durante un’escursione nella foresta di Panama. Anni dopo, un regista decide di portare una compagnia teatrale proprio nei luoghi della tragedia per trasformare quel mistero in un’opera. Vincitore del Deutscher Buchpreis 2025, Quello che non si può dire di Dorothee Elmiger parte da un fatto realmente accaduto per…

“Quello che non si può dire”, il romanzo che entra nella giungla per raccontare ciò che sfugge alla ragione

Esistono eventi che sembrano provocare quasi automaticamente una narrazione. Una persona scompare, rimangono pochi indizi, le ricostruzioni non coincidono e intorno a ciò che non sappiamo cominciano a proliferare ipotesi, immagini e storie.

È un meccanismo antico, ma nell’epoca di internet ha assunto dimensioni nuove: il mistero diventa materiale da analizzare collettivamente e ogni fotografia può trasformarsi nella presunta chiave capace di risolverlo. Dorothee Elmiger parte da un caso di cronaca realmente accaduto per compiere però il movimento opposto. Quello che non si può dire, pubblicato in Italia da Gramma Feltrinelli, non promette di risolvere un cold case, ma utilizza l’impossibilità di arrivare a una spiegazione definitiva per interrogare il nostro bisogno di trovarne una.

Il risultato è un romanzo nel quale la giungla diventa progressivamente il luogo in cui non si perde soltanto l’orientamento geografico, ma anche la fiducia nella capacità della ragione e del linguaggio di dare un ordine al mondo.

“Quello che non si può dire” di Dorothee Elmiger, tradotto da Nicoletta Giacon, Gramma Feltrinelli

Il punto di partenza è la scomparsa avvenuta nel 2014 di due giovani donne olandesi durante un’escursione a Panama, una vicenda che negli anni ha generato un’enorme quantità di ricostruzioni e speculazioni. Tra gli elementi più inquietanti del caso ci sono le fotografie recuperate da una delle macchine fotografiche: una lunga sequenza di immagini notturne, apparentemente indecifrabili, realizzate nella foresta nell’arco di poche ore.

Elmiger non trasforma però le due ragazze nelle protagoniste di una ricostruzione romanzesca. Il mistero diventa piuttosto l’origine di un secondo viaggio: un celebre regista teatrale rimane affascinato dalla vicenda e decide di creare uno spettacolo esattamente nel territorio in cui le giovani erano scomparse, portando una compagnia nel cuore della foresta tropicale.

A documentare la spedizione viene chiamata una scrittrice, incaricata di registrare ciò che accade quasi attraverso la forma di un diario. È la sua voce a introdurre il lettore in un ambiente che inizialmente può ancora essere osservato e descritto: il silenzio della foresta, il caldo, le piantagioni abbandonate, gli spostamenti e le conversazioni dei partecipanti.

Gradualmente, però, qualcosa cambia. Il disorientamento diventa paura, le categorie utilizzate per comprendere l’esperienza cominciano a sgretolarsi e ciò che avrebbe dovuto essere un progetto artistico sul mistero si trasforma in un confronto diretto con esso. La spedizione nata per rappresentare un evento inspiegabile finisce così per essere assorbita dalla stessa impossibilità di attribuire un significato certo a ciò che accade.

Il caso reale dietro il romanzo

Il riferimento è alla vicenda di Kris Kremers e Lisanne Froon, due giovani olandesi che il 1° aprile 2014 partirono per un’escursione sul sentiero El Pianista, vicino a Boquete, a Panama, e non tornarono.

Le ricerche e il successivo ritrovamento di alcuni loro effetti personali e resti portarono alla conclusione ufficiale che fossero morte dopo essersi perse nella foresta, ma numerosi elementi rimasti difficili da ricostruire hanno alimentato per anni interpretazioni alternative.

Tra questi hanno avuto un ruolo fondamentale proprio le fotografie scattate durante la notte dell’8 aprile: immagini realizzate prevalentemente nel buio della vegetazione che, private di un contesto certo, sono diventate uno degli elementi più discussi dell’intera vicenda.

Ed è precisamente qui che la scelta di Elmiger diventa interessante. Una fotografia viene normalmente percepita come una prova perché mostra qualcosa che è stato davanti all’obiettivo, ma queste immagini sembrano produrre l’effetto contrario: più vengono osservate, meno sembrano capaci di spiegare.

Il romanzo può quindi partire dalla cronaca senza trasformarsi in true crime, perché ciò che interessa alla scrittrice non è stabilire una nuova teoria sulla morte delle due ragazze, bensì osservare cosa accade quando un documento non riesce a svolgere la funzione che gli attribuiamo.

Davanti all’immagine indecifrabile il vuoto non scompare e il desiderio di sapere diventa ancora più forte, creando esattamente quella tensione tra visibile e inconoscibile sulla quale si costruisce il libro.

Perché abbiamo bisogno di spiegare ciò che rimane misterioso

Un caso irrisolto è difficile da accettare perché interrompe una delle strutture fondamentali attraverso cui interpretiamo l’esperienza: la causalità. Vogliamo sapere cosa è successo, perché è successo e in quale ordine si sono svolti gli eventi. Quando alcuni passaggi mancano, siamo portati quasi spontaneamente a riempirli, trasformando possibilità in ipotesi e talvolta ipotesi in convinzioni.

Elmiger porta questo meccanismo dentro la letteratura e lo rende parte stessa del romanzo. Il regista vuole avvicinarsi al luogo della scomparsa, ricostruirlo attraverso il teatro e forse raggiungere qualcosa che i documenti non sono riusciti a restituire, mentre la scrittrice deve utilizzare le parole per raccontare un’esperienza che progressivamente sembra sottrarsi alla possibilità di essere nominata.

Il romanzo diventa così anche una riflessione sul confine tra conoscenza e narrazione. Raccontare un evento significa inevitabilmente selezionare elementi, stabilire collegamenti e creare una forma; proprio per questo una storia può produrre l’impressione di un ordine anche quando la realtà dalla quale nasce rimane caotica.

La letteratura di Elmiger sembra invece voler conservare quel caos e costringere il lettore a sperimentare la frustrazione di non poter ricondurre tutto a una spiegazione. Il titolo acquista allora un significato molto più ampio: ciò che non si può dire non coincide soltanto con un segreto ancora da scoprire, ma con l’esistenza di esperienze davanti alle quali il linguaggio stesso incontra il proprio limite.

Quando le parole cominciano a perdere significato

La discesa nella foresta viene descritta come una progressiva perdita delle coordinate attraverso cui i personaggi comprendono il mondo. Prima arriva il disorientamento, poi la paura dell’ignoto e infine qualcosa di ancora più radicale: la perdita dei concetti, del linguaggio e della possibilità stessa di attribuire un senso stabile a ciò che accade.

Nel libro compare l’immagine del “Grande Dio Vuoto”, una presenza che non ha necessariamente bisogno di diventare una creatura concreta perché rappresenta qualcosa di più perturbante: l’idea di un vuoto nel quale le categorie attraverso cui organizziamo la realtà non funzionano più. L’orrore, suggerisce il testo, esiste proprio oltre il linguaggio e può coincidere con la sua fine.

È un’intuizione che avvicina Quello che non si può dire a una tradizione letteraria molto più antica del caso di cronaca dal quale prende le mosse. La stessa presentazione italiana richiama Moby Dick di Herman Melville e Cuore di tenebra di Joseph Conrad, due opere nelle quali l’incontro con qualcosa di smisurato e difficilmente comprensibile incrina progressivamente la sicurezza dell’uomo occidentale nella propria capacità di dominare il reale.

Elmiger riprende quella tensione e la trasferisce nel nostro presente, dove apparentemente possediamo molti più strumenti per documentare qualsiasi cosa: fotografie digitali, dati, mappe, archivi, testimonianze. Eppure l’accumulo di informazioni non garantisce necessariamente una maggiore comprensione.

La giungla e il limite dello sguardo occidentale

La foresta tropicale rischierebbe facilmente di diventare soltanto lo scenario esotico nel quale collocare una storia di paura, ma il romanzo sembra utilizzare proprio questa possibilità per metterla in discussione. È un gruppo proveniente dal mondo occidentale a entrare nella giungla con un progetto artistico, con strumenti, idee e un preciso desiderio di rappresentazione.

Arrivano per mettere in scena un mistero e finiscono per confrontarsi con qualcosa che resiste alla loro capacità di trasformarlo in spettacolo. Il viaggio può allora essere letto anche come una crisi dello sguardo di chi presume di poter raggiungere un luogo, osservarlo e convertirlo in materiale narrativo senza essere a propria volta modificato dall’esperienza.

Il riferimento a Conrad diventa particolarmente significativo proprio per questo. La tradizione occidentale ha spesso trasformato territori lontani in superfici sulle quali proiettare paure, fantasie e desideri europei, e la giungla è stata ripetutamente descritta come spazio dell’alterità assoluta.

Elmiger sembra entrare consapevolmente dentro questa eredità, ma invece di consegnare ai personaggi il controllo della rappresentazione ne destabilizza progressivamente lo sguardo. Il vero abisso non deve necessariamente trovarsi nella foresta: può aprirsi nel momento in cui chi osserva scopre che le proprie categorie non bastano più e che l’“estraneo” che credeva di incontrare all’esterno lo costringe invece a confrontarsi con qualcosa di irrisolto dentro la propria cultura.

Dal true crime a un romanzo metafisico

È probabilmente questo l’aspetto che distingue maggiormente Quello che non si può dire da un thriller ispirato a un fatto reale. Tutti gli ingredienti per costruire un racconto investigativo sembrerebbero esserci: due scomparse, una foresta, fotografie misteriose, domande senza risposta.

Elmiger utilizza però questi elementi per allontanarsi progressivamente dalla soluzione anziché avvicinarvisi. Il mistero non rappresenta un problema narrativo destinato a essere sciolto nelle ultime pagine, ma una condizione nella quale immergere il lettore. Ciò che comincia come ricerca di qualcosa diventa così una riflessione sull’impossibilità di raggiungerlo completamente attraverso la ragione.

Non sorprende quindi che il romanzo sia stato definito dalla critica tedesca un’opera metafisica. Il caso concreto apre infatti interrogativi che riguardano la possibilità stessa di conoscere: cosa rimane quando una spiegazione non arriva? Possiamo accettare che alcuni eventi non diventino mai una storia completa? E soprattutto, esiste qualcosa che la letteratura può raccontare proprio perché non pretende di risolverlo? Elmiger sembra rispondere costruendo una narrazione che conserva l’opacità del proprio oggetto e fa dell’incertezza non una mancanza da correggere, ma il centro dell’esperienza.

Il romanzo vincitore del Deutscher Buchpreis 2025

L’opera ha conquistato nel 2025 il Deutscher Buchpreis, il più importante riconoscimento assegnato annualmente a un romanzo in lingua tedesca. Il premio ha consacrato ulteriormente Dorothee Elmiger, scrittrice svizzera che aveva già attirato l’attenzione della critica con una produzione caratterizzata dalla sperimentazione formale e dall’interesse per le strutture politiche, culturali e linguistiche attraverso cui costruiamo la realtà.

Il riconoscimento è particolarmente significativo perché Quello che non si può dire non è costruito secondo i meccanismi più convenzionali della narrativa d’avventura o del thriller, pur utilizzandone alcune tensioni, ma chiede al lettore di seguire un percorso molto più ambiguo e intellettualmente destabilizzante.

L’edizione italiana permette quindi di incontrare un libro che sembra muoversi continuamente tra generi differenti: romanzo di spedizione, diario, racconto perturbante, riflessione sul linguaggio e meditazione metafisica. Il mistero delle due giovani donne rimane all’origine della storia, ma progressivamente viene superato da una domanda più grande sulla nostra relazione con ciò che non possiamo conoscere.

È proprio questa trasformazione a spiegare perché l’accostamento a Melville e Conrad non funzioni soltanto come riferimento prestigioso: come nei loro grandi viaggi letterari, anche qui partire alla ricerca di qualcosa significa rischiare di scoprire che il vero oggetto della ricerca era molto meno esterno di quanto si immaginasse.

Perché leggere “Quello che non si può dire”

Quello che non si può dire è soprattutto un libro per chi ama la narrativa che utilizza il mistero per aprire domande invece di chiuderle. Il caso reale offre una soglia immediatamente affascinante, ma entrare nel romanzo aspettandosi una ricostruzione delle ultime ore di Kris Kremers e Lisanne Froon significherebbe cercare qualcosa che Elmiger deliberatamente non vuole offrire.

Il suo interesse è rivolto al vuoto lasciato dall’assenza di una risposta e alle storie che costruiamo per renderlo sopportabile. Da questo punto di vista, persino le fotografie notturne assumono un valore quasi filosofico: mostrano qualcosa e contemporaneamente dimostrano quanto vedere non significhi necessariamente comprendere.

La domanda più inquietante del romanzo potrebbe allora essere contenuta nel suo stesso titolo. Viviamo in una cultura nella quale siamo abituati a pensare che qualsiasi fenomeno possa essere fotografato, archiviato, analizzato e infine spiegato, mentre Elmiger ci conduce verso il punto esatto nel quale questa sicurezza crolla.

Quello che non si può dire non è semplicemente ciò per cui non abbiamo ancora trovato le parole, ma ciò che mette in crisi l’idea stessa che ogni esperienza debba necessariamente poter essere trasformata in una spiegazione. È in questo spazio, tra il desiderio di conoscere e la possibilità che qualcosa continui a sfuggirci, che la giungla di Quello che non si può dire smette di essere soltanto un luogo geografico e diventa il territorio oscuro nel quale la ragione incontra il proprio limite.