David Foster Wallace contro il fatalismo: il libro che ci chiede se siamo davvero liberi di scegliere

Prima di diventare l’autore di Infinite Jest, David Foster Wallace era uno studente di filosofia deciso a mettere in discussione una delle idee più inquietanti sul nostro rapporto con il futuro: e se tutto ciò che facciamo fosse già inevitabile? Pubblicato per la prima volta in Italia, Contro il fatalismo permette di osservare il giovane…

David Foster Wallace contro il fatalismo: il libro che ci chiede se siamo davvero liberi di scegliere

Cosa cambierebbe nella nostra vita se scoprissimo che ogni decisione che crediamo di prendere liberamente era, in realtà, inevitabile? Non soltanto le grandi scelte, ma anche quelle apparentemente insignificanti: restare oppure partire, accettare un lavoro, telefonare a qualcuno, iniziare una relazione, pronunciare una frase invece di un’altra.

È una domanda antichissima, ma nel 1985 diventa anche il problema al quale un giovane David Foster Wallace decide di dedicare la propria tesi universitaria in filosofia. Quel lavoro arriva ora per la prima volta in Italia con il titolo Contro il fatalismo, pubblicato da Einaudi, e permette di incontrare Wallace prima dello scrittore celebrato da Infinite Jest, quando alcune delle ossessioni che avrebbero attraversato la sua narrativa stavano già prendendo forma attraverso gli strumenti della logica e della metafisica.

“Contro il fatalismo” di David Foster Wallace, Tradotto da Guido Baggio, Einaudi

Nel 1985 Wallace è ancora uno studente universitario e decide di affrontare contemporaneamente due dissertazioni finali, apparentemente lontanissime tra loro: una in scrittura creativa e una in metafisica. Dalla prima sarebbe nato La scopa del sistema, il suo romanzo d’esordio; la seconda, pubblicata soltanto postuma, è il testo che oggi leggiamo come Contro il fatalismo.

Il parallelismo è affascinante perché permette di osservare quasi nello stesso momento la nascita delle due anime dell’autore: da una parte il narratore interessato al linguaggio, alla coscienza e alle difficoltà della comunicazione, dall’altra il filosofo che cerca di capire attraverso la logica se l’essere umano possa davvero considerarsi libero. Il volume italiano comprende inoltre un contributo inedito di Willem de Vries, che fu relatore della tesi di Wallace, offrendo così un ulteriore accesso alla formazione intellettuale dello scrittore.

Il bersaglio del giovane Wallace è il fatalismo, inteso come la tesi secondo cui gli eventi futuri sarebbero inevitabili e, di conseguenza, ciò che chiamiamo libero arbitrio rischierebbe di ridursi a un’illusione. In particolare Wallace prende in esame l’argomentazione sviluppata dal filosofo americano Richard Taylor, autore che aveva cercato di mostrare attraverso una costruzione logica come determinati presupposti conducessero alla conclusione fatalista.

Wallace non si accontenta di dichiararsi contrario: entra nella struttura dell’argomento, ne analizza premesse e conseguenze e tenta di individuare il punto nel quale il ragionamento smette di essere convincente. È un confronto tecnico, certamente più impegnativo della saggistica divulgativa, ma dietro formule e ragionamenti emerge una questione estremamente concreta: che significato può avere una scelta se il futuro è già necessario?

Che cos’è il fatalismo e perché ci riguarda ancora

Il fatalismo può sembrare una questione riservata alle aule universitarie, ma basta tradurlo nella vita quotidiana perché diventi immediatamente perturbante. Se ciò che accadrà domani è già inevitabile, la possibilità di comportarsi diversamente diventa problematica; se non avremmo potuto agire altrimenti, anche concetti come responsabilità, rimorso, decisione e speranza cambiano significato.

Non significa semplicemente credere nel “destino” come lo intendiamo nel linguaggio comune, ma interrogarsi sul rapporto tra verità, tempo e possibilità: quando affermiamo oggi che qualcosa accadrà domani, che rapporto esiste tra la verità di quell’affermazione e la libertà delle persone coinvolte? È precisamente questa zona di confine a interessare Wallace, perché il problema logico finisce inevitabilmente per diventare un problema umano.

La questione assume ancora maggiore importanza se si considera quanto la libertà individuale sarebbe diventata centrale nell’opera successiva dello scrittore. I personaggi di Wallace sono spesso circondati da sistemi che sembrano limitare la loro capacità di scegliere: dipendenze, intrattenimento, consumi, automatismi, ossessioni, istituzioni e abitudini capaci di trasformare il comportamento in una ripetizione.

Per questo Contro il fatalismo può essere letto anche come una sorta di laboratorio originario. Non contiene ancora il mondo narrativo di Infinite Jest o de Il re pallido, ma mostra un giovane autore già attratto dal conflitto tra ciò che determina l’individuo e lo spazio nel quale una scelta rimane possibile. La filosofia e la narrativa percorrono strade diverse, ma sembrano nascere dalla medesima inquietudine.

Se tutto è inevitabile, siamo ancora responsabili delle nostre azioni?

È probabilmente questa la domanda che rende il libro interessante anche oltre la sua dimensione specialistica. Credere nella possibilità di scegliere significa infatti attribuire all’individuo una responsabilità: possiamo giudicare un comportamento perché presumiamo che una persona avrebbe potuto agire diversamente. Il fatalismo incrina proprio questa certezza e costringe a domandarsi cosa rimanga della responsabilità morale quando l’alternativa viene eliminata.

Wallace percepisce la conclusione fatalista come qualcosa di soffocante e cerca quindi di smontarla attraverso la logica, ma la posta in gioco supera la correttezza formale di un’argomentazione. Difendere la possibilità significa difendere anche l’idea che il futuro non sia semplicemente qualcosa che ci accade, ma uno spazio sul quale le nostre decisioni possono ancora esercitare un effetto.

In questo senso la riflessione del giovane Wallace conserva una sorprendente immediatezza. Viviamo continuamente immersi in spiegazioni che attribuiscono le nostre azioni a fattori precedenti: educazione, ambiente sociale, condizioni economiche, genetica, algoritmi capaci di prevedere comportamenti e sistemi che orientano gusti e consumi.

Riconoscere il peso di queste influenze non equivale necessariamente ad accettare che ogni comportamento sia inevitabile, ma rende la domanda sulla libertà ancora più complessa. Contro il fatalismo appartiene a un dibattito filosofico preciso e non nasce per parlare della società digitale contemporanea, tuttavia la questione che pone continua a raggiungerci: quanto spazio rimane per una decisione autentica dentro tutto ciò che ci condiziona?

Prima di “Infinite Jest” c’era già il problema della libertà

Leggere questa tesi sapendo cosa Wallace avrebbe scritto successivamente produce inevitabilmente un effetto retrospettivo. Infinite Jest costruirà un universo popolato da persone che desiderano essere libere e contemporaneamente dipendono da qualcosa, mentre Il re pallido esplorerà anche la noia, l’attenzione, la routine e la possibilità di esercitare una forma di volontà dentro meccanismi apparentemente impersonali.

Contro il fatalismo non deve essere trasformato artificialmente nella spiegazione filosofica dei romanzi futuri, ma permette di capire che il problema della libertà non comparve improvvisamente nella maturità dello scrittore. Era già presente quando Wallace aveva poco più di vent’anni e cercava di affrontarlo nella forma più rigorosa possibile.

È significativo anche che nello stesso periodo Wallace lavorasse a La scopa del sistema. La divisione tra filosofo e narratore appare molto meno netta di quanto potrebbe sembrare: in entrambi i casi troviamo un autore interessato al modo in cui il linguaggio costruisce ciò che consideriamo reale e alle conseguenze che un sistema teorico può avere sull’esperienza individuale.

Il valore di Contro il fatalismo sta allora anche nella possibilità di osservare una mente mentre sta ancora formando i propri strumenti. Non abbiamo davanti il Wallace già consacrato dal successo, ma uno studente che prende sul serio un problema astratto perché ne percepisce le implicazioni etiche ed esistenziali, e che cerca una via d’uscita attraverso una combinazione di precisione logica e insofferenza verso conclusioni troppo definitive.

Un David Foster Wallace diverso da quello dei romanzi

Chi arriva a questo volume aspettandosi la prosa narrativa di Wallace deve quindi considerare la natura particolare dell’opera. Contro il fatalismo nasce come tesi accademica di metafisica, non come saggio divulgativo scritto per il grande pubblico, e la sua argomentazione utilizza gli strumenti della logica modale.

Questo non significa che sia necessario essere filosofi professionisti per avvicinarvisi, ma alcune sezioni richiedono attenzione e disponibilità a seguire un ragionamento formale. Il fascino del libro risiede proprio nella possibilità di vedere Wallace dentro un territorio che molti suoi lettori conoscono soltanto indirettamente, scoprendo quanto la componente filosofica della sua formazione fosse strutturata e quanto il rigore intellettuale che caratterizzerà la narrativa avesse radici precedenti alla sua affermazione letteraria.

Allo stesso tempo, dalle informazioni che accompagnano l’edizione emerge già quella capacità di non lasciare che il ragionamento diventi un esercizio puramente cerebrale. Il sarcasmo entra anche nella discussione filosofica e il problema teorico conserva una tensione etica.

Come osserva il Times Literary Supplement nella presentazione riportata dall’editore, l’interesse filosofico di Wallace nasceva anche dalla sua etica e dai suoi dubbi. È una chiave particolarmente utile per leggere il libro, perché impedisce di considerarlo soltanto una curiosità per collezionisti o completisti: la domanda sul fatalismo riguarda Wallace proprio perché tocca la possibilità dell’essere umano di scegliere, assumersi responsabilità e modificare almeno in parte il corso della propria esistenza.

Perché leggere “Contro il fatalismo”

Contro il fatalismo può interessare innanzitutto chi ama David Foster Wallace e vuole comprenderne meglio la formazione, ma possiede anche qualcosa da offrire a chi desidera avvicinarsi al problema filosofico del libero arbitrio partendo da una figura letteraria.

È un libro particolare, più vicino alla filosofia accademica rispetto ai suoi saggi narrativi, e proprio per questo aggiunge un tassello insolito al ritratto dell’autore. Sapere che mentre lavorava a quello che sarebbe diventato il suo primo romanzo Wallace stava contemporaneamente cercando di confutare una teoria capace di trasformare la libertà in un’illusione permette di guardare diversamente anche alla sua produzione successiva.

Dietro la complessità logica rimane infatti una domanda che non richiede alcuna preparazione filosofica per essere sentita come propria: possiamo davvero cambiare ciò che accadrà? Wallace non accetta facilmente l’idea che la risposta debba essere negativa e affronta il fatalismo come un problema da smontare pezzo dopo pezzo.

Questo piccolo testo incontra il Wallace che conosceremo negli anni successivi: nella resistenza verso tutto ciò che riduce l’individuo a un meccanismo, nella necessità di preservare uno spazio per la scelta e nella convinzione che interrogarsi sulla libertà significhi, inevitabilmente, interrogarsi sul modo in cui vogliamo vivere.