Cambiare una città significa cambiare una storia? È una domanda particolarmente interessante quando si parla di Tokyo, romanzo dello scrittore britannico Nicholas Hogg diventato il film Berlin Nobody, distribuito internazionalmente anche con il titolo A Sacrifice. Il libro è arrivato in Italia nel 2022 per Rizzoli, nella traduzione di Daniele A.
Gewurz e Isabella Zani, mentre il film è stato scritto e diretto da Jordan Scott, figlia di Ridley Scott, che figura tra i produttori. A unire le due opere rimangono Ben Monroe, sua figlia Mazzy, il mondo delle sette e una relazione familiare compromessa che padre e figlia tentano faticosamente di ricostruire. A dividerle c’è invece una scelta tutt’altro che marginale: il Giappone del romanzo scompare e al suo posto troviamo Berlino, trasformata nel nuovo labirinto nel quale i protagonisti rischiano di perdersi.
“Tokyo” di Nicholas Hogg, il romanzo da cui nasce “Berlin Nobody”
Pubblicato originariamente nel 2015, Tokyo è il terzo romanzo di Nicholas Hogg, autore britannico nato a Leicester. In Italia il libro è stato pubblicato da Rizzoli nell’ottobre 2022. Il protagonista è Ben Monroe, uno psicologo specializzato nello studio delle sette e delle dinamiche di gruppo che si è trasferito nella capitale giapponese per proseguire le proprie ricerche, ma anche per creare una distanza fisica dalla vita lasciata in California.
Alle sue spalle ci sono infatti un matrimonio fallito e soprattutto la consapevolezza di essere stato un padre assente. La possibilità di recuperare almeno una parte di quel rapporto arriva quando la figlia Mazzy, ormai quasi sedicenne, raggiunge Tokyo per trascorrere un semestre con lui. La ragazza porta con sé il rancore accumulato negli anni, mentre Ben vede quel soggiorno come l’occasione per provare finalmente a conoscerla.
Tokyo diventa inizialmente il territorio neutrale nel quale padre e figlia potrebbero incontrarsi nuovamente, lontani dai luoghi che conservano la memoria del fallimento della loro famiglia. La città, però, cambia progressivamente volto. Quello che all’inizio appare come un universo di possibilità e scoperte comincia a mostrare una dimensione più inquietante, mentre Mazzy viene osservata da un ragazzo misterioso e finisce per scomparire.
Per Ben la ricerca della figlia assume allora un significato che supera quello del thriller: ritrovarla significa anche affrontare il proprio passato e riconoscere gli errori dai quali aveva cercato di allontanarsi trasferendosi dall’altra parte del mondo. È proprio questa sovrapposizione tra indagine, rapporto familiare e spazio urbano a fare della città qualcosa di più di una semplice ambientazione.
Dal Giappone alla Germania: perché “Tokyo” diventa “Berlin Nobody”
È qui che l’adattamento cinematografico prende una direzione insolita. Jordan Scott sposta completamente la vicenda da Tokyo a Berlino. Nel film Ben Monroe è ancora uno psicologo sociale americano che studia i meccanismi delle sette, ma questa volta si trova nella capitale tedesca per approfondire le proprie ricerche sulla mentalità settaria. Parallelamente Mazzy entra in contatto con un enigmatico ragazzo del posto, Martin, e viene trascinata in un ambiente che finirà per avvicinarsi pericolosamente proprio all’oggetto delle ricerche del padre.
Il cambiamento geografico è talmente importante che la produzione descrive Berlin Nobody come un film ispirato al romanzo di Hogg. Se nel libro Tokyo possiede una funzione narrativa precisa e il testo intreccia alla vicenda anche riferimenti alla mitologia giapponese, nel film Berlino diventa il nuovo spazio attraverso cui raccontare spaesamento, appartenenza e manipolazione. È un esempio interessante di cosa possa significare realmente adattare un libro: non necessariamente riprodurre ogni elemento dell’originale, ma individuare una struttura narrativa e provare a ricostruirla dentro coordinate culturali differenti. In questo caso la domanda diventa inevitabile: quanto può cambiare il luogo prima che cambi anche l’identità della storia?
Eric Bana e Sadie Sink sono Ben e Mazzy
A interpretare Ben Monroe troviamo Eric Bana, mentre Sadie Sink, conosciuta soprattutto per il ruolo di Max Mayfield in Stranger Things, interpreta sua figlia Mazzy. Accanto a loro figurano Sylvia Hoeks nei panni di Nina, Jonas Dassler in quelli di Martin e, tra gli altri, Sophie Rois, Stephan Kampwirth e Lara Feith. La scelta dei due protagonisti permette all’adattamento di mantenere al centro il rapporto padre-figlia, che già nel romanzo rappresenta uno dei principali motori emotivi della vicenda. Ben possiede conoscenze teoriche molto precise sui meccanismi attraverso cui una persona può essere manipolata da un gruppo, eppure non riesce a riconoscere immediatamente il pericolo che sta avvicinandosi alla propria famiglia.
È una contraddizione particolarmente efficace perché mette in discussione l’idea che conoscere razionalmente un fenomeno significhi necessariamente saperlo riconoscere quando entra nella propria vita. Ben studia le sette, ne analizza le dinamiche e cerca di comprendere perché qualcuno possa consegnare la propria volontà a un gruppo o a una figura carismatica, mentre contemporaneamente Mazzy attraversa una vulnerabilità che lui fatica a vedere. La distanza emotiva tra padre e figlia diventa quindi uno spazio nel quale qualcun altro può inserirsi. Il thriller nasce proprio dall’incontro tra queste due linee narrative: l’uomo che studia la manipolazione e la ragazza che rischia di diventarne vittima.
Le sette come bisogno di appartenere a qualcosa
Uno degli aspetti più interessanti di Tokyo e della sua trasformazione cinematografica riguarda il modo in cui il mondo delle sette viene collegato al bisogno umano di appartenenza. Ridurre chi entra in una comunità manipolatoria alla semplice ingenuità significherebbe infatti perdere una parte essenziale del problema. Le strutture settarie possono offrire identità, relazioni, risposte e soprattutto la sensazione di essere finalmente compresi. Proprio per questo Mazzy rappresenta un personaggio particolarmente vulnerabile: è un’adolescente lontana dalla propria quotidianità e con un rapporto irrisolto con il padre, arrivata in una città che ancora non le appartiene.
Il film può così mettere in relazione due forme differenti di ricerca. Ben cerca di comprendere professionalmente perché le persone entrino nelle sette, mentre Mazzy cerca un posto nel quale sentirsi vista. La loro storia familiare finisce per diventare inseparabile dal thriller psicologico, perché la manipolazione trova terreno proprio nelle crepe lasciate dalle relazioni. Il pericolo non arriva necessariamente presentandosi come tale: può assumere il volto di qualcuno disposto ad ascoltare, di un gruppo che promette appartenenza o di una comunità capace di offrire risposte semplici a un disagio molto più difficile da nominare.
Jordan Scott dietro la macchina da presa e Ridley Scott alla produzione
Berlin Nobody è scritto e diretto da Jordan Scott, già regista di Cracks, mentre il padre Ridley Scott figura tra i produttori attraverso Scott Free Productions. Il film è una coproduzione statunitense e tedesca realizzata insieme ad augenschein Filmproduktion; la fotografia è di Julie Kirkwood e le musiche sono firmate dal compositore Volker Bertelmann. La produzione stessa conferma Nicholas Hogg come autore della storia di partenza e il suo Tokyo come fonte d’ispirazione del progetto.
Il film è stato distribuito negli Stati Uniti nel 2024 con il titolo A Sacrifice, mentre in Germania ha mantenuto Berlin Nobody. In Italia è attualmente presente anche su Apple TV con il titolo Berlin Nobody, dove viene classificato come thriller drammatico della durata di un’ora e 34 minuti. Anche la moltiplicazione dei titoli racconta in qualche modo la trasformazione subita dal progetto: partito da un romanzo chiamato Tokyo, il film si è progressivamente emancipato dal riferimento geografico originale fino ad assumere identità differenti a seconda del mercato.
“Tokyo” e “Berlin Nobody”, quando adattare significa trasformare
Il passaggio dal romanzo al film diventa quindi interessante soprattutto per ciò che Jordan Scott decide di non conservare. Tokyo non è intercambiabile con Berlino, perché ogni città porta con sé una storia, un immaginario e un modo differente di essere percepita da chi arriva dall’esterno. Nel romanzo di Hogg il Giappone partecipa direttamente alla costruzione del senso della storia; il film sceglie invece di utilizzare Berlino come spazio della contemporaneità europea, della vita notturna e di ambienti nei quali Mazzy può allontanarsi progressivamente dal padre.
Rimane però intatto il nucleo più umano del racconto. Ben crede inizialmente che il problema da comprendere si trovi nelle persone che studia, ma la vicenda lo costringe a guardare molto più vicino. Ritrovare Mazzy significa riconoscere la distanza che lui stesso ha contribuito a creare e affrontare finalmente quel ruolo di padre dal quale il trasferimento all’estero gli aveva permesso di fuggire. È qui che Tokyo e Berlin Nobody tornano a incontrarsi: due città differenti diventano il luogo nel quale un uomo che studia i meccanismi degli altri è costretto, finalmente, a studiare se stesso.
Ed è forse proprio questa distanza tra pagina e schermo a rendere Berlin Nobody un caso curioso di adattamento. Chi ha letto Tokyo non ritroverà semplicemente il romanzo trasformato in immagini, ma potrà osservare cosa accade quando una storia viene privata di uno dei suoi elementi più riconoscibili e ricostruita altrove. Il libro di Nicholas Hogg è disponibile in italiano per Rizzoli, nella traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani, mentre il film di Jordan Scott permette di proseguire il viaggio confrontando due versioni della stessa inquietudine.

Condividi questo articolo