Di solito un autoritratto comincia da un volto. Chi lo realizza si osserva e prova a restituire qualcosa di sé: i propri lineamenti, certo, ma soprattutto il modo in cui desidera essere visto. Giorgio Agamben sceglie una strada completamente diversa. Nel suo Autoritratto nello studio il protagonista sembra continuamente sottrarsi all’inquadratura. Al suo posto compaiono altre persone, fotografie, libri, quadri, lettere, appunti, case, stanze e oggetti.
Il volume, riproposto da Einaudi nella collana Saggi, uscito, il 25 agosto 2026, conta 160 pagine e recupera un’opera pubblicata originariamente nel 2017 da nottetempo. È un dato importante, perché permette di capire che non siamo davanti a un nuovo libro scritto nel 2026, ma alla nuova edizione di un testo molto particolare all’interno della produzione del filosofo.
La domanda dalla quale prende forma è apparentemente semplice: possiamo raccontare chi siamo parlando delle persone e delle cose che ci hanno circondato?
Agamben prova a farlo. E così l’autobiografia smette di essere soltanto il racconto di ciò che un individuo ha fatto e diventa la mappa di tutto ciò che lo ha formato.
“Autoritratto nello studio” di Giorgio Agamben, Einaudi
Niente successione ordinata di nascita, infanzia, giovinezza, maturità. Agamben costruisce la propria immagine attraverso una costellazione di presenze: amici, poeti, scrittori, filosofi, artisti e musicisti, insieme ai luoghi nei quali ha vissuto e lavorato e agli oggetti che ne conservano le tracce.
Tra queste presenze incontriamo figure fondamentali della cultura novecentesca. Martin Heidegger, Elsa Morante, Walter Benjamin, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Caproni, Italo Calvino, Hannah Arendt, Guy Debord e molti altri entrano in una geografia personale nella quale vita e pensiero diventano difficili da separare.
Non tutti appartengono alla memoria nello stesso modo. Alcuni sono stati conosciuti personalmente, altri sono diventati interlocutori attraverso i libri. Ma è proprio questa distinzione a perdere progressivamente importanza: un incontro intellettuale può modificare un’esistenza quanto una frequentazione reale.
Agamben arriva così a costruire qualcosa che è stato definito una sorta di “autoeterobiografia”: parlare della propria vita attraverso le vite degli altri.
Siamo davvero soltanto ciò che abbiamo scelto di essere?
Quando raccontiamo noi stessi tendiamo quasi inevitabilmente a costruire una narrazione individuale. Ho scelto questo lavoro. Ho studiato questa materia. Ho amato questa persona. Ho letto quel libro. Sono andato in quella città. Il soggetto rimane sempre “io”.
Autoritratto nello studio suggerisce invece di cambiare prospettiva. Dietro ogni “io” potrebbe esserci una quantità enorme di altre persone.
Qualcuno ci ha consigliato il libro che avrebbe modificato il nostro modo di pensare. Un insegnante ci ha mostrato qualcosa che non conoscevamo. Un amico ci ha trasmesso una passione. Una relazione ci ha costretto a mettere in discussione ciò che credevamo di volere. Persino qualcuno incontrato per pochissimo tempo può lasciare una frase, un gesto o un’immagine che continua ad accompagnarci anni dopo.
La nostra identità appare allora molto meno autonoma di quanto ci piaccia immaginare.
Agamben arriva a definirsi un epigono, nel senso letterale di qualcuno che si genera a partire dagli altri. È forse una delle idee più belle attraverso cui entrare nel libro: non necessariamente diventiamo noi stessi liberandoci dalle influenze, perché proprio quelle influenze possono essere parte di ciò che siamo.
Lo studio non è soltanto una stanza
C’è poi la seconda grande presenza del libro, già annunciata dal titolo: lo studio. Non è semplicemente il luogo nel quale uno scrittore accumula libri e lavora.
Fogli sovrapposti, volumi aperti, fotografie, manoscritti, dipinti e oggetti conservano le tracce di qualcosa che normalmente vediamo soltanto una volta terminato: il processo creativo.
Quando leggiamo un libro vediamo l’opera compiuta. Lo studio conserva invece ciò che viene prima. Il tentativo, l’appunto, il libro consultato, l’idea abbandonata, il collegamento improvviso.
Per Agamben lo studio diventa così l’immagine della potenza, concetto fondamentale del suo pensiero: il luogo di ciò che può ancora diventare opera. Descriverlo significa provare a descrivere le forme della propria possibilità di creare. La stanza fisica finisce quindi per assomigliare a una mente resa visibile.
Guardare la biblioteca di qualcuno, osservare ciò che tiene sulla scrivania o le fotografie che ha deciso di non buttare significa intravedere una particolare organizzazione del mondo.
Gli oggetti possono raccontare una vita?
È qui che Autoritratto nello studio assume una dimensione che riguarda anche chi non ha particolare familiarità con la filosofia di Agamben.
Pensiamo alle nostre case. Ci sono libri comprati vent’anni fa che continuiamo a portare da un trasloco all’altro. Fotografie di persone che magari non frequentiamo più. Biglietti, cartoline, piccoli oggetti apparentemente privi di valore. Ci sono cose delle quali non ricordiamo quasi l’origine e che tuttavia non riusciamo a eliminare. Perché?
Forse perché gli oggetti possono diventare depositi di memoria. Non raccontano soltanto chi eravamo quando li abbiamo acquistati o ricevuti. Conservano una rete di persone, momenti e possibilità.
È qualcosa che Agamben porta alle estreme conseguenze. Il suo studio diventa una specie di museo privato nel quale le immagini e gli oggetti producono una memoria particolare, vicina alla memoria personale ma mai perfettamente coincidente con essa. L’autoritratto che ne deriva è stato accostato ad Arcimboldo: invece di comporre un volto con frutta e verdura, Agamben lo compone attraverso gli incontri che hanno assunto nella sua esistenza il peso di un destino.
Fotografie, lettere e libri: un’autobiografia fatta di frammenti
Anche materialmente, quindi, questo non è un saggio filosofico costruito soltanto attraverso la parola. L’edizione originaria era concepita come un fototesto, nel quale fotografie degli studi abitati da Agamben convivevano con immagini di amici, lettere, manoscritti e opere d’arte. Una ricognizione critica dell’edizione del 2017 registrava novantanove immagini.
Testo e immagine partecipano allo stesso tentativo: avvicinarsi a una vita senza pretendere di racchiuderla in un racconto definitivo.
È un metodo perfettamente coerente con il progetto. La memoria, del resto, raramente funziona come una biografia tradizionale. Non ricordiamo la nostra esistenza dal primo giorno a oggi seguendo una cronologia ordinata. Ricordiamo frammenti.
Una conversazione della quale abbiamo dimenticato quasi tutto tranne poche parole.
L’autoritratto di Agamben prova a conservare proprio questa natura frammentaria.
Da Heidegger a Elsa Morante, gli altri dentro di noi
Il libro permette inoltre di attraversare indirettamente una parte importante della cultura del Novecento. Heidegger e Benjamin appartengono naturalmente alla formazione filosofica di Agamben, ma accanto a loro emergono scrittori, poeti e amici.
Una delle caratteristiche più interessanti dell’opera è proprio il rifiuto di separare nettamente pensiero e vita. Una conversazione può diventare importante quanto un testo teorico; un’amicizia può incidere sulla formazione quanto una lettura.
Anche per questo Walter Benjamin occupa un posto particolarmente significativo: dal 1978 al 1986 Agamben coordinò per Einaudi l’edizione italiana delle sue opere. Ma nel libro la genealogia si allarga continuamente, creando collegamenti tra filosofia, letteratura, poesia, arte e vita quotidiana.
Il pensiero non appare più come qualcosa che nasce nell’isolamento assoluto dello studioso.
Un libro che pone una domanda molto semplice: chi ci ha resi ciò che siamo?
È probabilmente questa la ragione per cui Autoritratto nello studio può interessare anche un lettore che non abbia mai affrontato Homo sacer o gli altri testi teorici di Giorgio Agamben.
Il libro permette di trasformare il suo esperimento autobiografico in una domanda personale.
Se dovessimo realizzare il nostro autoritratto senza descrivere noi stessi, che cosa metteremmo dentro? Quali libri? Quali stanze? Quali fotografie? E soprattutto quali persone?
La risposta potrebbe rivelare qualcosa che una normale autobiografia lascerebbe nascosto. Forse non siamo soltanto il risultato delle decisioni che abbiamo preso. Siamo anche fatti di ciò che abbiamo ricevuto, delle persone che abbiamo incontrato, di quelle che abbiamo perduto e persino di chi è rimasto nella nostra vita abbastanza poco da lasciare soltanto una traccia.
È questo a rendere particolarmente affascinante l’esperimento di Agamben: per trovarsi, sceglie di guardare fuori da sé.
E alla fine il suo studio, con i libri accumulati, le fotografie, gli oggetti e i fantasmi degli incontri passati, finisce per assomigliare a ciò che probabilmente è ogni identità: non un ritratto perfettamente definito, ma una costellazione di presenze.

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