Giovanni Comisso è nato a Treviso nel 1895 e morto nel 1969, è stato soldato durante la Prima guerra mondiale, volontario nell’impresa di Fiume, laureato in Legge, libraio, mercante d’arte, giornalista, inviato speciale e soprattutto viaggiatore. Nella sua biografia entrano anche personalità come Filippo de Pisis e Arturo Martini, mentre nella sua carriera letteraria troviamo riconoscimenti come il Premio Bagutta, il Viareggio e lo Strega.
Eppure elencare ciò che Comisso ha fatto restituisce solo parzialmente ciò che rende ancora interessante leggerlo. Al centro della sua scrittura sembra esserci soprattutto un’urgenza: fare esperienza della vita prima che essa scompaia. Il viaggio, il corpo, il paesaggio, l’amicizia, il desiderio, la guerra, il mare e gli incontri diventano frammenti di un’esistenza osservata con una libertà difficilmente riconducibile a un’unica corrente letteraria.
Anche per questo quattro libri molto diversi come “Un gatto attraversa la strada”, “Italia ingrata. Scritti da Fiume”, “I due compagni” e “Gente di mare” possono diventare un piccolo percorso ideale per riscoprirlo. Non raccontano soltanto quattro momenti della produzione di Comisso: mostrano quattro modi differenti attraverso i quali lo scrittore ha trasformato la propria esperienza in letteratura.
Giovanni Comisso, lo scrittore che cercava la vita nelle cose
Comisso attraversa buona parte del Novecento rifiutando di diventare uno scrittore facilmente classificabile. C’è in lui il reporter e c’è il poeta, l’osservatore della provincia e il viaggiatore, l’uomo attratto dalla libertà e quello costretto a confrontarsi con la violenza della storia. La sua produzione comprende racconti, romanzi, memorie, reportage e scritti giornalistici, tenuti insieme da una particolare attenzione alla sensazione e alla concretezza dell’esperienza.
Il progetto di ripubblicazione intrapreso negli ultimi anni da La nave di Teseo ha contribuito a riportare in libreria diverse sue opere, consentendo anche ai nuovi lettori di incontrare una voce che merita di essere riscoperta.
“Un gatto attraversa la strada”, Giovanni Comisso, La nave di Teseo
Forse il punto di partenza più immediato è proprio il libro con cui Giovanni Comisso vinse il Premio Strega nel 1955. “Un gatto attraversa la strada” è una raccolta di racconti nella quale lo scrittore osserva un’Italia fatta di uomini e donne comuni, desideri spesso frustrati, incontri casuali, inquietudini e improvvise aperture alla felicità. L’attuale edizione di La nave di Teseo è curata da Paolo Di Paolo.
C’è un contadino consumato dal sospetto, un uomo anziano che durante un viaggio in treno trova conforto nelle parole di una ragazza, un ragazzino geloso della cugina alla quale è stato affidato. Altrove compaiono un villaggio di montagna apparentemente idilliaco ma attraversato dai suicidi, giornate interminabili di pioggia, alcol e avventure sentimentali. Sono esistenze che potrebbero sembrare minime e che proprio nello sguardo di Comisso acquistano densità.
Qui si comprende una delle qualità più particolari dello scrittore: la capacità di osservare senza trasformarsi in giudice. I suoi personaggi conservano contraddizioni, debolezze, pulsioni e zone oscure. Comisso li incontra quasi per strada e li lascia vivere sulla pagina senza costringerli a rappresentare una tesi.
È anche un libro molto utile per capire quanto il quotidiano possa diventare perturbante. Dietro un gesto apparentemente irrilevante può nascondersi una nevrosi, dietro un paesaggio tranquillo una tragedia, dentro una vita deludente un momento inatteso di pienezza. “Un gatto attraversa la strada” racconta così un’umanità imperfetta nella quale convivono la fatica di esistere e un ostinato desiderio di felicità.
“Italia ingrata. Scritti da Fiume”, Giovanni Comisso, La nave di Teseo
Per conoscere Comisso bisogna però tornare indietro, a uno degli episodi più controversi e formativi della sua giovinezza: Fiume. “Italia ingrata. Scritti da Fiume”, curato da Alessandro Gnocchi e pubblicato da La nave di Teseo, raccoglie per la prima volta gli scritti nati durante quell’esperienza, compresi testi rari, inediti e mai precedentemente raccolti in volume.
Comisso arriva a Fiume dopo l’esperienza della Grande Guerra, prima come soldato e poi come volontario durante la reggenza dannunziana del Carnaro. Leggere oggi queste pagine significa quindi entrare in una delle zone più complesse della storia italiana del primo dopoguerra, ma anche osservare un giovane autore mentre comincia a elaborare il proprio linguaggio.
È proprio questa doppia natura a rendere il volume particolarmente prezioso. Da una parte possiede un evidente interesse storico, dall’altra permette di entrare nell’“officina” letteraria di Comisso. Tra i materiali recuperati troviamo anche “Poemi” e “Poemetti brevi”, testi dei quali si erano perse le tracce per quasi un secolo. La scrittura procede spesso attraverso frammenti lirici e illuminazioni, mentre emerge anche l’influenza di Giorgio de Chirico.
Inserito in un percorso di lettura, “Italia ingrata” serve quindi a comprendere da dove nasce Comisso. Prima dei premi e della piena maturità letteraria troviamo un uomo immerso direttamente nella storia, ma già intento a trasformare ciò che vede e vive in una materia personale. È forse il titolo meno immediato dei quattro, ma proprio per questo è fondamentale per chi voglia andare oltre il Comisso più conosciuto e capire la formazione della sua poetica.
“I due compagni”, Giovanni Comisso, Santi Quaranta
Con “I due compagni” entriamo invece nel rapporto tra letteratura, amicizia e arte. Scritto nel 1934, il libro porta dentro il mondo culturale trevigiano frequentato da Comisso e soprattutto nell’orbita di due artisti fondamentali della sua vita: il pittore Gino Rossi e lo scultore Arturo Martini, riconoscibili dietro le figure narrative di Marco Sberga e Giulio Drigo. L’edizione di Santi Quaranta riprende quella Longanesi postuma del 1973 ed è accompagnata dalla postfazione di Isabella Panfido.
Treviso, la campagna, Asolo e il Montello non costituiscono un semplice sfondo. Diventano parte integrante di un universo in cui persone e luoghi finiscono per contaminarsi. Comisso parte da figure realmente conosciute, ma non scrive una biografia: le modifica, sovrappone esperienze e caratteri, trasforma la memoria in invenzione. È proprio questa libertà a rendere affascinante il libro, perché il ritratto degli artisti nasce tanto dalla realtà quanto dall’immaginazione di chi li ha conosciuti.
“I due compagni” permette inoltre di scoprire un’altra componente della ricerca di Comisso, quella linguistica. Come ricorda la presentazione dell’edizione mostrata, lo scrittore sperimenta perfino con la grafia, eliminando la lettera h nella coniugazione del verbo avere, quasi alla ricerca di una lingua diversa e più aderente alla propria idea di narrazione.
Sul fondo rimane anche l’esperienza della guerra. Comisso era stato volontario interventista e legionario fiumano, ma nel libro emerge una forte avversione verso la violenza bellica, già presente in “Giorni di guerra”. In questo intreccio di arte, territorio, memoria e storia, “I due compagni” diventa allora qualcosa di più di un ritratto d’amicizia: conserva l’atmosfera di una stagione culturale irripetibile e mostra quanto per Comisso la letteratura nascesse continuamente dall’incontro con altre vite.
“Gente di mare”, Giovanni Comisso, La nave di Teseo
Se invece dovessimo scegliere un libro capace di condensare il rapporto di Comisso con viaggio, libertà, paesaggio e sensazione, “Gente di mare” sarebbe difficilmente sostituibile. L’attuale edizione di La nave di Teseo, con testi di Paolo Di Paolo e Benedetta Centovalli, recupera uno dei libri decisivi della sua affermazione letteraria, premiato con il Premio Bagutta nel 1929.
La sua origine sembra già un racconto. Nell’estate del 1922 Comisso sale su un veliero chioggiotto e naviga lungo le coste dell’alto Adriatico. Osserva pescatori, porti, rade, osterie, commercianti, contadini, taglialegna, donne e ragazzi. Registra abitudini, fatiche, malinconie, partenze e approdi. Da quell’esperienza nasceranno le storie raccolte in “Gente di mare”.
Ma il mare non è soltanto il luogo in cui si svolgono i racconti. È una forma di esistenza. Comisso sembra inseguire l’ebbrezza del movimento, la possibilità di sottrarsi alla stabilità e di affidarsi agli incontri. La realtà viene percepita soprattutto attraverso i sensi: luce, acqua, corpi, gesti e paesaggi acquistano una forza tale da apparire quasi trasfigurati.
È forse qui che comprendiamo meglio perché Comisso sia così difficile da rinchiudere dentro una formula. Il suo realismo non è mai soltanto registrazione del reale. Le persone che incontra sono concretissime, eppure l’intensità dello sguardo finisce per avvolgerle in qualcosa di lirico. Il viaggio diventa contemplazione e la contemplazione ritorna immediatamente esperienza fisica.
“Gente di mare” è allora un libro sulle partenze, ma soprattutto sul bisogno di non lasciare che la vita passi senza averla sentita. Ed è probabilmente questa tensione a unire anche gli altri tre libri.
Perché riscoprire Giovanni Comisso oggi
Leggere questi quattro titoli uno dopo l’altro significa attraversare più di trent’anni di storia italiana e contemporaneamente seguire un uomo che sembra continuamente insofferente alle definizioni. In “Italia ingrata” troviamo il giovane immerso nella Storia; in “Gente di mare” il viaggiatore che cerca libertà attraverso l’esperienza; ne “I due compagni” l’amico degli artisti che trasforma persone realmente conosciute in personaggi; in “Un gatto attraversa la strada” lo scrittore ormai maturo che osserva l’umanità comune con uno sguardo disincantato.
Forse è proprio questa mobilità a rendere Giovanni Comisso ancora sorprendentemente moderno. Non costruisce una distanza protettiva tra letteratura e vita: sembra volerle continuamente far collidere. Viaggiare, desiderare, osservare, conoscere persone, attraversare luoghi e conservarne per un momento la luce diventa il materiale stesso della scrittura. Per questo riscoprirlo significa incontrare non soltanto un grande autore italiano del Novecento, ma una particolare idea di letteratura: scrivere come modo per trattenere ciò che, inevitabilmente, sta già passando.

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