Una tomba romana rimasta inviolata per quasi duemila anni. Lo scheletro di una donna. Una pergamena che racconta una storia apparentemente impossibile e un giovane filologo che, nella Ibiza contemporanea, si ritrova davanti a qualcosa capace di cambiare ciò che credeva di sapere sul passato.
Richard C. McNeff costruisce Mentre siamo ancora vivi, pubblicato in Italia da Atlantide, partendo da una delle possibilità più affascinanti offerte dalla narrativa storica: entrare negli spazi lasciati vuoti dalla Storia. Il romanzo prende infatti come riferimento Gaio Petronio, tradizionalmente identificato con l’autore del Satyricon, per immaginare accanto a lui un personaggio sconosciuto alle fonti, Marcus Alexander, detto proprio Satyrion.
Da qui comincia un racconto che attraversa quasi duemila anni e nel quale Roma, Alessandria d’Egitto, la Britannia e l’antica Ebusus si collegano alla Ibiza contemporanea. Due uomini separati dai secoli finiscono per essere coinvolti nella stessa domanda: quanto del passato è davvero scomparso e quanto, invece, continua ad agire sulle vite di chi viene dopo?
“Mentre siamo ancora vivi” di Richard C. McNeff, tradotto da Alessandra Osti, Blu Atlantide
Nel presente Marc è un giovane studioso di filologia classica che partecipa ai lavori di un cantiere a Ibiza. Durante gli scavi viene scoperta una tomba romana ancora intatta. Al suo interno si trovano i resti di una donna e soprattutto un involucro contenente una pergamena.
È attraverso quel documento che il romanzo apre la propria seconda dimensione temporale.
La pergamena racconta infatti la vita di Marcus Alexander, soprannominato Satyrion, vissuto nel I secolo d.C. durante il principato di Nerone. Marcus diventa segretario personale di Gaio Petronio Arbitro e, nella finzione costruita da McNeff, partecipa alla composizione dell’opera che sarebbe diventata uno dei testi più celebri e misteriosi della letteratura latina.
Il titolo Satyricon assumerebbe così, all’interno del romanzo, un’origine completamente diversa: sarebbe un omaggio di Petronio all’amico e collaboratore.
È naturalmente un’invenzione narrativa, ed è proprio questa libertà a permettere al romanzo di insinuarsi nelle zone d’ombra della tradizione letteraria.
Il mistero del “Satyricon”: quando ciò che non sappiamo diventa un romanzo
Del Satyricon conosciamo molto meno di quanto la sua fama potrebbe far pensare. L’opera ci è arrivata in forma frammentaria e anche l’identificazione del suo autore con il Petronio descritto da Tacito, l’elegantiae arbiter della corte neroniana, appartiene a una ricostruzione storica largamente accolta ma non priva di questioni interpretative.
È proprio dentro questa distanza fra ciò che è sopravvissuto e ciò che è andato perduto che può entrare la narrativa.
McNeff non cerca quindi semplicemente di riportare il lettore nella Roma imperiale. Compie un’operazione più curiosa: prende uno spazio lasciato vuoto dalle fonti e vi inserisce una vita possibile. Marcus Alexander può esistere proprio perché non sappiamo tutto.
Questa è una delle ragioni per cui l’antichità continua a esercitare un fascino così potente sulla narrativa contemporanea. Quando guardiamo Roma da una distanza di duemila anni vediamo monumenti, documenti, testi e personaggi storici, ma vediamo anche enormi assenze. Libri perduti, biografie incomplete, persone delle quali conosciamo appena il nome e altre che sono scomparse senza lasciarlo. La letteratura può entrare precisamente lì dove la Storia deve fermarsi.
Da Roma a Ibiza, passando per Alessandria e la Britannia
La vicenda di Marcus assume progressivamente le dimensioni di un viaggio attraverso il mondo romano. Dalla capitale si sposta ad Alessandria d’Egitto, raggiunge la Britannia, torna a Roma e infine approda a Ebusus, l’attuale Ibiza, dove deve affrontare l’esilio dopo aver perduto il favore di Nerone.
La geografia del romanzo diventa così anche una geografia del potere.
Roma rappresenta il centro dal quale possono arrivare prestigio e rovina, mentre le province mostrano l’estensione di un impero nel quale identità, religioni e culture differenti convivono sotto la stessa autorità politica. Sullo sfondo rimane una delle epoche più riconoscibili dell’immaginario romano, quella di Nerone, fino all’incendio di Roma del 64 d.C.
Ma mentre la città antica brucia, il romanzo mantiene aperta la sua seconda linea narrativa. Nella Ibiza contemporanea Marc viene infatti introdotto dal suo enigmatico mentore Petrus a una sostanza psichedelica sperimentale che, secondo quest’ultimo, consentirebbe di attraversare il tempo.
A quel punto la distanza tra passato e presente comincia a diventare molto meno sicura.
Perché continuiamo a voler incontrare gli antichi?
Dietro l’avventura di Mentre siamo ancora vivi c’è una fantasia che accompagna da sempre il nostro rapporto con la Storia: poter vedere ciò che è accaduto davvero.
Leggere una fonte significa necessariamente accettare una distanza. Possiamo studiare Petronio, Tacito o Nerone, ricostruire gli avvenimenti, confrontare testimonianze e interpretazioni, ma esiste un limite oltre il quale lo storico non può procedere senza abbandonare il terreno delle prove.
La narrativa può oltrepassarlo. Il viaggio nel tempo immaginato da McNeff estremizza proprio questa possibilità. Marc è un filologo, dunque una persona che professionalmente cerca il passato attraverso ciò che ne rimane. Frammenti, parole, manoscritti, tracce. E improvvisamente si trova davanti alla possibilità opposta: non interpretare più il passato, ma attraversarlo.
In questo senso la scelta della filologia non è affatto secondaria. Il filologo tenta di ricostruire un testo perduto attraverso ciò che è sopravvissuto; il romanziere, invece, può immaginare ciò che manca.
Mentre siamo ancora vivi fa incontrare queste due tensioni.
Petronio e Marcus Alexander, tra Storia e invenzione
Al centro della parte antica troviamo quindi due figure di natura profondamente diversa. Petronio appartiene alla Storia e alla tradizione letteraria; Marcus Alexander Satyrion appartiene all’immaginazione di McNeff.
Proprio la loro vicinanza permette però di interrogarsi su un altro aspetto della memoria culturale: chi decide quali vite arrivano fino a noi?
Di alcuni uomini dell’antichità conosciamo nomi, opere, carriere politiche e perfino pettegolezzi. Di milioni di altri non sappiamo nulla. Persone che hanno amato, scritto, lavorato e viaggiato sono esistite senza lasciare una traccia sufficiente a raggiungere il presente.
Il gioco diventa ancora più affascinante quando il personaggio viene collocato all’origine di un’opera sopravvissuta per millenni. Il Satyricon esiste ancora; l’uomo al quale, nella finzione del romanzo, dovrebbe il proprio nome è invece scomparso.
Il tempo conserva le storie, ma trasforma chi le racconta
La tomba scoperta a Ibiza permette infine alle due linee temporali di convergere. Il luogo nel quale Marcus termina il proprio viaggio diventa quello dal quale Marc può iniziare il suo.
Duemila anni separano i due uomini, eppure il romanzo sembra suggerire che il tempo non proceda soltanto cancellando. Qualcosa rimane: un corpo, una pergamena, un libro incompleto, una storia che qualcuno può trovare molto tempo dopo.
Forse è proprio questa una delle ragioni per cui continuiamo a leggere e riscrivere il mondo antico. Non soltanto per sapere come vivevano coloro che sono venuti prima di noi, ma perché attraverso le loro tracce cerchiamo continuamente una misura per la nostra stessa esistenza.
Mentre siamo ancora vivi trasforma questa intuizione in un’avventura fra storia e fantastico: immagina che il passato possa essere raggiunto e che dietro uno dei grandi testi della letteratura latina possa nascondersi una vita dimenticata. Perché un’opera può attraversare millenni, mentre chi l’ha scritta, ispirata o semplicemente tenuta fra le mani rimane affidato a qualcosa di molto più fragile: la possibilità che qualcuno, un giorno, ne ritrovi la storia.

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