5 grandi libri di Dostoevskij da leggere per conoscere un immenso scrittore

Fëdor Dostoevskij è nato a Mosca nel 1821 e morto a San Pietroburgo nel 1881, ha attraversato personalmente povertà, malattia, carcere, condanna a morte revocata all’ultimo momento, deportazione in Siberia, gioco d’azzardo e continui problemi economici. Una vita estrema che non basta da sola a spiegare la grandezza della sua opera, ma aiuta a capire…

5 grandi libri di Dostoevskij da leggere per conoscere un immenso scrittore

Fëdor Dostoevskij è nato a Mosca nel 1821 e morto a San Pietroburgo nel 1881, ha attraversato personalmente povertà, malattia, carcere, condanna a morte revocata all’ultimo momento, deportazione in Siberia, gioco d’azzardo e continui problemi economici. Una vita estrema che non basta da sola a spiegare la grandezza della sua opera, ma aiuta a capire perché nei suoi romanzi le idee non rimangano quasi mai semplici idee: diventano esperienze che i personaggi devono vivere sulla propria pelle.

Leggere Dostoevskij significa infatti entrare in una letteratura nella quale filosofia e narrazione diventano difficili da separare. Che cosa accade quando un uomo si convince di poter oltrepassare la morale? È possibile essere completamente buoni in una società dominata dall’interesse e dal desiderio? Quanto siamo responsabili delle idee che diffondiamo? Che cosa resta dell’uomo quando Dio, la legge o qualsiasi principio superiore vengono messi in discussione? Sono domande ottocentesche soltanto in apparenza. Le nuove edizioni Oscar Classici Mondadori diventano allora anche l’occasione per tornare a cinque opere diversissime tra loro e scoprire un autore che, più che fornire risposte, ha trasformato le contraddizioni dell’essere umano in materia narrativa.

5 libri di Dostoevskij da leggere almeno una volta nella vita

Delitto e castigo”, Fëdor Dostoevskij, tradotto da Serena Prina, Mondadori

Un giovane poverissimo uccide un’anziana usuraia e sua sorella. Potrebbe sembrare l’inizio di un romanzo poliziesco, ma in “Delitto e castigo” la vera domanda non è chi abbia commesso l’omicidio. Il lettore lo sa fin dall’inizio. Ciò che interessa a Dostoevskij è capire che cosa succede nella mente di un uomo dopo aver oltrepassato un limite che credeva di poter superare.

Rodion Raskol’nikov vive nella miseria di una San Pietroburgo soffocante e ha elaborato una teoria secondo la quale alcuni individui eccezionali possono collocarsi al di sopra della morale comune. Napoleone è il modello che ossessiona il suo pensiero: se i grandi uomini della storia hanno potuto sacrificare altre vite in nome di un progetto superiore, perché un uomo straordinario dovrebbe essere vincolato dalle stesse leggi di tutti gli altri? L’omicidio diventa così anche un esperimento. Raskol’nikov vuole dimostrare a se stesso di appartenere alla categoria degli uomini capaci di attraversare il confine.

Il vero castigo comincia però molto prima di qualsiasi sentenza. Sono il rimorso, la febbre, la paranoia e la progressiva frantumazione delle sue certezze a trasformarsi nella pena più feroce. Intorno a lui Dostoevskij costruisce figure indimenticabili, dal commissario Porfirij Petrovič a Sonja, giovane donna costretta alla prostituzione dalla miseria familiare, attraverso la quale entra nel romanzo una possibilità completamente diversa di guardare all’essere umano.

È anche per questo che “Delitto e castigo” rimane uno degli ingressi migliori nell’universo dostoevskiano. Dentro un intreccio tesissimo convivono filosofia morale, psicologia, religione e critica sociale. Raskol’nikov tenta di ridurre l’uomo a una teoria e scopre che l’essere umano è molto più contraddittorio di qualsiasi sistema costruito per spiegarlo. La domanda che rimane al lettore è potentissima: possiamo davvero convincerci razionalmente che qualcosa sia giusto quando una parte più profonda di noi continua a riconoscerlo come male?

L’idiota”, Fëdor Dostoevskij, tradotto da Eugenia Maini, Mondadori

Dostoevskij parte qui da un esperimento quasi opposto. Se Raskol’nikov vuole essere un uomo superiore, il principe Lev Myškin tenta semplicemente di essere un uomo buono. Tornato in Russia dopo un periodo trascorso in Svizzera per curare l’epilessia, Myškin entra nella società di San Pietroburgo portandovi una sincerità, un’empatia e una disponibilità verso gli altri che vengono rapidamente scambiate per ingenuità. Da qui il titolo: agli occhi del mondo, un uomo incapace di partecipare pienamente ai suoi giochi di potere sembra inevitabilmente un idiota.

Intorno a lui si forma però un universo tutt’altro che innocente. Rogòžin è dominato da una passione ossessiva, mentre Nastas’ja Filippovna porta con sé il peso dello sfruttamento subito e dello sguardo con cui la società ha deciso di giudicarla. C’è poi Aglaja, con la quale Myškin potrebbe immaginare un’altra possibilità di vita. Amore, compassione, desiderio, possesso e autodistruzione finiscono così per intrecciarsi fino a diventare difficilmente separabili.

Il grande interrogativo del romanzo riguarda proprio la bontà. Essere buoni basta per fare il bene? Myškin comprende il dolore altrui e vorrebbe salvarlo, ma la compassione non possiede necessariamente il potere di cambiare le persone. Anzi, può diventare a sua volta ambigua quando si confonde con l’amore o con il desiderio di assumersi la sofferenza dell’altro.

“L’idiota” è quindi molto più del ritratto di un innocente precipitato in un mondo corrotto. Dostoevskij mette alla prova la possibilità stessa di una bontà assoluta nella società moderna. Il risultato è un romanzo attraversato da passioni violentissime e da personaggi che sembrano continuamente sul punto di distruggere ciò che desiderano di più. Ed è proprio questa tensione a renderlo ancora oggi così dolorosamente umano.

Il sosia”, Fëdor Dostoevskij, tradotto da Mirco Gallenzi, Mondadori

Pubblicato nel 1846, “Il sosia” appartiene alla produzione giovanile di Dostoevskij, ma contiene già qualcosa che diventerà fondamentale nella sua opera: l’idea che l’essere umano possa diventare estraneo persino a se stesso.

Jakov Petrovič Goljadkin è un modesto funzionario pietroburghese, insicuro, socialmente impacciato e ossessionato dal proprio posto nel mondo. Durante una notte di novembre incontra qualcuno che possiede il suo stesso volto, lo stesso nome e apparentemente persino lo stesso passato. Il nuovo Goljadkin entra nella sua vita e comincia progressivamente a occuparne gli spazi. Soltanto che, a differenza dell’originale, sa perfettamente come comportarsi con gli altri: è disinvolto, opportunista, aggressivo e capace di conquistare proprio quella considerazione sociale che il protagonista desidera senza riuscire a ottenerla.

Da questo punto Dostoevskij costruisce un crescendo sempre più claustrofobico nel quale diventa difficile stabilire dove finisca la realtà e dove cominci la percezione deformata del protagonista. Il doppio può essere letto come presenza concreta, allucinazione, proiezione o incarnazione di tutto ciò che Goljadkin vorrebbe essere e contemporaneamente detesta.

È il più breve dei cinque libri scelti e proprio per questo può rappresentare un ottimo modo per avvicinarsi a Dostoevskij senza iniziare immediatamente da uno dei suoi monumentali romanzi della maturità. Ma la sua brevità non corrisponde a una minore densità. Identità, alienazione, paranoia e pressione sociale anticipano questioni che attraverseranno molta letteratura successiva. Il terrore di Goljadkin nasce dalla possibilità che il nostro peggior rivale non sia uno sconosciuto, ma una versione di noi stessi perfettamente capace di vivere la vita dalla quale ci sentiamo esclusi.

I demòni”, Fëdor Dostoevskij, tradotto da Mirco Gallenzi, Mondadori

“I demòni” è probabilmente il romanzo più apertamente politico tra questi cinque, ma sarebbe riduttivo leggerlo soltanto come un’opera sulle ideologie russe dell’Ottocento. Dostoevskij parte anche da un fatto realmente accaduto, l’assassinio dello studente Ivan Ivanov da parte del gruppo rivoluzionario legato a Sergej Nečaev, per interrogarsi su qualcosa di molto più vasto: che cosa accade quando un’idea diventa più importante delle persone?

Nella provincia russa descritta dal romanzo si muove un gruppo di cospiratori guidato dal manipolatore Pëtr Stepanovič Verchovenskij. Intorno a lui troviamo Kirillov, Šatov e soprattutto Nikolaj Stavrogin, uno dei personaggi più enigmatici e disturbanti creati da Dostoevskij. Bello, magnetico, apparentemente libero da qualsiasi vincolo morale, Stavrogin sembra portare alle estreme conseguenze quella possibilità di oltrepassare il bene e il male che in “Delitto e castigo” tormentava Raskol’nikov.

Il nichilismo, il fanatismo e la trasformazione dell’utopia in violenza diventano così il cuore di un romanzo che alterna satira, grottesco, tragedia, dibattito filosofico e tensione quasi da thriller. Dostoevskij non costruisce personaggi che servano semplicemente a rappresentare delle tesi: permette alle idee di scontrarsi attraverso di loro e mostra ciò che accade quando vengono portate fino alle conseguenze più radicali.

Per questo “I demòni” continua a essere una lettura impressionante. Il problema posto dal romanzo supera il contesto politico nel quale nacque: quanto è facile smettere di vedere gli individui quando si è convinti di possedere una verità capace di rifondare il mondo? Dostoevskij trasforma la politica in una questione morale e ci lascia davanti a uno dei pericoli più persistenti della storia: utilizzare un futuro ideale per giustificare la distruzione degli esseri umani nel presente.

I fratelli Karamazov”, Fëdor Dostoevskij, tradotto da Nadia Cicognini e Paola Cotta Ramusino, Mondadori

Se si dovesse scegliere un solo romanzo nel quale cercare quasi tutto Dostoevskij, probabilmente sarebbe “I fratelli Karamazov”. Pubblicato tra il 1879 e il 1880, è l’ultima grande opera dello scrittore e ruota intorno all’assassinio di Fëdor Pavlovič Karamazov, padre dissoluto e detestato dai propri figli. Ma ancora una volta il delitto è soltanto la porta attraverso la quale Dostoevskij conduce il lettore verso questioni enormemente più profonde.

Dmitrij è passionale e impulsivo, Ivan intellettuale e tormentato dal problema di Dio e del male, Aleksej, Alëša, cerca nella fede e nell’amore una strada possibile verso gli altri; accanto a loro si muove Smerdjakov, figura decisiva nella tragedia familiare. Il rapporto con il padre è attraversato da rancore, denaro, rivalità e desiderio, fino a rendere il parricidio qualcosa che riguarda moralmente molti più personaggi di colui che materialmente lo compie.

È soprattutto attraverso Ivan che Dostoevskij porta alcune delle proprie domande più radicali al limite. Come conciliare l’esistenza di Dio con la sofferenza degli innocenti? È accettabile un’armonia futura costruita sul dolore di un bambino? Che cosa diventa la libertà se viene privata di qualsiasi responsabilità? Sono interrogativi che trovano alcuni dei loro momenti più celebri nelle pagine della “Ribellione” e della leggenda del Grande Inquisitore.

Ma “I fratelli Karamazov” non è un trattato filosofico mascherato da romanzo. È contemporaneamente una storia familiare, un’indagine, un dramma giudiziario e un’immensa esplorazione psicologica. Le idee acquistano forza perché appartengono a persone che amano, odiano, desiderano, sbagliano e soffrono. Ed è forse qui che Dostoevskij raggiunge pienamente ciò che rende la sua letteratura così difficile da esaurire: la libertà dell’uomo può essere terribile, ma senza libertà non possono esistere neppure responsabilità, amore e scelta morale.

Perché Dostoevskij continua a sembrarci contemporaneo

A più di due secoli dalla nascita di Dostoevskij, i suoi personaggi continuano a risultare sorprendentemente vicini perché raramente sono una cosa sola. Il colpevole può desiderare la redenzione, l’uomo buono può provocare dolore senza volerlo, l’intellettuale può essere divorato dalle conseguenze delle proprie idee e chi cerca una libertà assoluta può finire prigioniero di se stesso. Dostoevskij ha costruito romanzi proprio nel punto in cui le categorie nette cominciano a cedere.

Questi cinque libri permettono di seguirne quasi un percorso: dal doppio e dalla crisi dell’identità di “Il sosia” alla colpa di “Delitto e castigo”, dalla domanda sulla bontà di “L’idiota” alla violenza delle idee di “I demòni”, fino alla vertiginosa riflessione su fede, male e libertà de “I fratelli Karamazov”. Leggerli significa scoprire un immenso scrittore, ma soprattutto accettare una delle sfide che la grande letteratura continua a porci: entrare nelle contraddizioni dell’essere umano senza pretendere di risolverle troppo facilmente.