Shinzō Mitsuda in Ogni casa nasconde un segreto, pubblicato in Italia da Rizzoli, costruisce un romanzo nel quale horror e mystery procedono insieme attraverso cinque vicende che inizialmente sembrano autonome.
A unirle sono case, rumori, immagini e particolari che continuano misteriosamente a ripetersi. Lo scrittore giapponese realizza un romanzo con più protagonisti che cercano una spiegazione, più cercano e più diventa difficile liquidare quelle corrispondenze come semplici coincidenze e, quando gli stessi rumori cominciano a esistere anche fuori dalle storie, il lettore deve affrontare una possibilità decisamente più inquietante: forse il racconto non finisce dove termina la pagina.
“Ogni casa nasconde un segreto” di Shinzō Mitsuda, tradotto da Giuseppe Giordano, Rizzoli
Tutto comincia in un caffè di Jinbōchō, quartiere di Tokyo celebre proprio per le sue librerie e per il commercio di libri usati. Qui un autore di horror e mystery incontra un aspirante redattore. Ad accomunarli c’è la passione per le storie inspiegabili e, soprattutto, per le case infestate. I due cominciano a raccontarsele.
All’inizio potrebbe sembrare quasi un gioco tra appassionati del soprannaturale. Poi ai racconti si aggiungono diari, resoconti e antiche leggende provenienti da epoche e luoghi differenti.
Una bambina entra in contatto con qualcosa che sembra vivere all’interno delle pareti della nuova casa. Un ragazzo inseguito nel bosco da una presenza terrificante cerca rifugio in una villa abbandonata. Uno studente che abita in un condominio quasi deserto comincia a sentire sinistri rumori provenire dal tetto. Una casa trasformata in luogo di culto promette miracoli e conduce invece una famiglia verso l’orrore. Infine emerge un’antica leggenda riguardante una ragazza temuta per le sue capacità profetiche e tenuta prigioniera all’interno della propria abitazione.
Ci sono cinque casa con cinque storie diverse e, a ognuna, appartiene un segreto, una paura differente.
Cinque storie che lentamente diventano una sola
La costruzione a incastro è probabilmente uno degli elementi più interessanti del romanzo. Mitsuda chiede al lettore di comportarsi quasi come un investigatore: ascoltare le storie, ricordare i particolari e riconoscere ciò che non dovrebbe trovarsi contemporaneamente in racconti così lontani.
Le stesse immagini riaffiorano. Alcuni rumori si ripetono. Le abitazioni sembrano deformarsi secondo una logica che nessuno riesce immediatamente a comprendere.
L’effetto cambia quindi progressivamente la natura della lettura. La prima storia può essere affrontata come un racconto di fantasmi; arrivati alla successiva, però, possediamo già un’informazione che modifica il nostro sguardo. Quando qualcosa ci sembra familiare iniziamo a cercare volontariamente altre corrispondenze.
È un meccanismo perfetto per il mystery, ma Mitsuda lo utilizza per produrre paura.
Il lettore non vuole soltanto sapere che cosa sia successo. Comincia a chiedersi perché le stesse cose continuino ad accadere.
Perché una casa può fare più paura di un mostro
L’horror domestico funziona perché sovverte una delle nostre convinzioni più profonde. Una casa separa ciò che consideriamo nostro dal mondo esterno. Le sue pareti dovrebbero proteggerci.
Ma che cosa succede se il pericolo si trova proprio dentro quelle pareti?
Una delle immagini raccontate da Mitsuda è particolarmente efficace proprio per questo: una bambina percepisce una presenza annidata nella struttura della propria abitazione. Non c’è necessariamente bisogno di mostrare un mostro. È sufficiente suggerire che qualcosa possa trovarsi nello spazio che separa una stanza dall’altra.
La paura nasce allora dall’impossibilità di allontanarsi veramente dal pericolo.
Possiamo fuggire da un bosco. Possiamo evitare una strada. Possiamo chiudere una porta davanti a qualcosa che ci insegue. Ma se è la casa stessa a diventare ostile, viene meno il luogo nel quale dovremmo rifugiarci.
Mitsuda sembra comprendere molto bene questa dinamica e costruisce l’inquietudine attraverso elementi quotidiani. Rumori, pareti, tetti, corridoi e stanze non sono oggetti spaventosi. Lo diventano quando smettiamo di comprenderne il comportamento.
L’horror giapponese e la paura di ciò che rimane
C’è poi un elemento che rende particolarmente affascinante l’incontro tra il mystery e il soprannaturale. Il primo genere promette generalmente una spiegazione: esiste un mistero e qualcuno può ricostruire ciò che è accaduto. L’horror soprannaturale introduce invece la possibilità opposta, quella di un fenomeno che non possa essere completamente ricondotto alla razionalità.
Ogni casa nasconde un segreto mette continuamente in tensione queste due possibilità.
I personaggi cercano collegamenti perché trovare un ordine significa anche rendere la paura comprensibile. Se cinque storie presentano gli stessi elementi, deve esistere una causa. Ma avvicinarsi alla spiegazione potrebbe significare anche avvicinarsi a qualcosa che sarebbe stato preferibile lasciare nascosto.
Il passato, inoltre, non rimane confinato nel passato. Diari e leggende permettono alle storie di attraversare il tempo, suggerendo che alcuni luoghi possano conservare ciò che è accaduto al loro interno.
La casa diventa così quasi una memoria materiale. Le persone cambiano. Le generazioni passano. Gli abitanti possono andarsene. Il luogo rimane.
Quando una storia di fantasmi entra nella realtà
Il gioco più inquietante arriva quando la cornice narrativa comincia a perdere la propria funzione protettiva.
All’inizio abbiamo due uomini seduti in un caffè che parlano di storie di fantasmi. Esiste quindi una distanza rassicurante: qualcuno racconta e qualcun altro ascolta. Anche il lettore si trova nella stessa posizione. La paura appartiene al racconto.
Poi gli elementi delle storie cominciano a ripetersi e gli stessi strani rumori sembrano manifestarsi fuori dalle pagine che li contenevano.
A quel punto la domanda non riguarda più soltanto le cinque case. Dove finisce esattamente una storia?
È uno dei giochi più antichi dell’horror: insinuare che il racconto possa essere contaminante, che conoscere qualcosa significhi in qualche modo entrarci in contatto. Mitsuda lo applica a una struttura costruita su testimonianze, documenti e racconti riportati, facendo progressivamente scomparire la distanza fra chi racconta l’orrore e chi lo vive.
E inevitabilmente anche chi legge viene coinvolto nello stesso meccanismo.
“Ogni casa nasconde un segreto”, perché leggerlo
Chi cerca nell’horror soltanto apparizioni improvvise e mostri potrebbe trovare qui qualcosa di diverso. La paura di Mitsuda sembra nascere soprattutto dall’accumulo: un particolare apparentemente insignificante ritorna, poi ritorna ancora, finché smette di sembrare casuale.
Ogni casa nasconde un segreto può quindi incuriosire chi ama tanto l’horror giapponese quanto i mystery costruiti su indizi e connessioni da ricostruire. Le cinque storie permettono inizialmente di entrare nel libro come in una raccolta di racconti, ma la progressiva comparsa di elementi comuni spinge a considerarle parti di un disegno più grande.
E forse il titolo contiene già il motivo per cui le case continueranno sempre a inquietarci.
Possiamo conoscere perfettamente il luogo in cui viviamo e ignorare completamente ciò che vi è accaduto prima del nostro arrivo. Dietro una parete, sotto un pavimento o nella memoria di chi ci ha preceduti potrebbe esserci una storia che nessuno ci ha mai raccontato.
Di solito possiamo convivere tranquillamente con questa idea. Almeno finché, una notte, non cominciamo a sentire uno strano rumore provenire dal tetto.

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