Lo stress da rientro può cominciare ancora prima di essere tornati davvero. Le vacanze sono ormai finite, si prepara la valigia per il viaggio di ritorno e, insieme alla nostalgia per ciò che si sta lasciando, ricompaiono nella mente il lavoro, lo studio, gli orari e tutti quei gesti quotidiani dai quali per qualche giorno si era riusciti a prendere le distanze.
È facile, allora, pensare alle proprie abitudini come alla parte meno desiderabile del ritorno. Dopo giorni trascorsi fuori dalla routine, riprendere gli stessi ritmi può sembrare soltanto la conferma che la parentesi felice delle vacanze si è chiusa. Ma tornare a ciò che è abituale significa davvero soltanto rinunciare alla libertà e alla novità sperimentate durante le vacanze?
Marcel Proust permette di guardare il rientro da una prospettiva diversa. In All’ombra delle fanciulle in fiore, secondo volume di Alla ricerca del tempo perduto, lo scrittore mostra come l’Abitudine non sia soltanto ciò che rende la vita ripetitiva: è anche una forza capace di rendere familiare il mondo, di costruire un legame con i luoghi e con le cose e, soprattutto, di far sentire l’essere umano nuovamente al proprio posto.
È la nostra attenzione a mettere certi oggetti in una stanza, ed è l’abitudine a toglierveli e a far posto a noi.
È proprio quel “far posto a noi” a suggerire un modo diverso di affrontare lo stress da rientro. Quando le vacanze finiscono, infatti, non si torna soltanto agli impegni lasciati in sospeso. Si torna anche verso ciò che è diventato familiare: la propria casa, i propri spazi, i gesti quotidiani, le persone e quei piccoli riferimenti che l’abitudine ha trasformato nel proprio modo di abitare la vita.
Per Proust questa consapevolezza nasce, paradossalmente, quando tutto ciò viene meno. Ed è proprio il viaggio verso Balbec, raccontato in All’ombra delle fanciulle in fiore, a mostrare quanto l’Abitudine possa essere importante quando ci si ritrova improvvisamente lontani dal proprio mondo.
Alla ricerca del tempo perduto: il capolavoro universale di Marcel Proust
Alla ricerca del tempo perduto è il capolavoro di Marcel Proust, un’opera monumentale composta da sette volumi e pubblicata tra il 1913 e il 1927, gli ultimi tre postumi. Al centro della Recherche c’è il percorso del Narratore attraverso gli anni e le esperienze della propria esistenza, in un racconto nel quale vita, memoria e tempo si intrecciano continuamente.
Il secondo volume dell’opera è All’ombra delle fanciulle in fiore, pubblicato nel 1919. Il Narratore, ormai cresciuto, vive inizialmente a Parigi, frequenta la famiglia Swann ed è innamorato di Gilberte. Successivamente lascia la città insieme alla nonna per trascorrere un periodo di villeggiatura a Balbec, sulla costa della Normandia. Qui conoscerà il gruppo di ragazze che dà il titolo al romanzo e, tra loro, Albertine, destinata ad avere un ruolo fondamentale nella sua storia.
È proprio questa seconda parte, intitolata “Nomi di paesi: il paese”, a fare da sfondo alle pagine scelte per affrontare il tema dello stress da rientro. Proust racconta il viaggio del Narratore verso Balbec insieme alla nonna e il suo arrivo nella località di villeggiatura che aveva a lungo immaginato e desiderato.
Il soggiorno, però, comincia in maniera più complessa di quanto si sarebbe aspettato. Dopo il viaggio, il Narratore arriva al Grand-Hôtel e deve confrontarsi con un ambiente completamente nuovo: una camera sconosciuta, un letto diverso, oggetti e spazi che non gli appartengono, la lontananza dalla propria casa e dalla madre. Alla curiosità per il luogo tanto atteso si accompagna così il disagio provocato dall’essere improvvisamente lontano da tutto ciò che conosce.
Con il trascorrere del soggiorno, Balbec comincia però ad assumere un volto diverso. Il Narratore scopre il mare, osserva un mondo nuovo, incontra persone sconosciute e vive esperienze che segneranno profondamente la sua formazione. È dentro questo passaggio dalla partenza all’arrivo, dallo spaesamento iniziale alla progressiva scoperta di Balbec, che Proust sviluppa le riflessioni sull’Abitudine che interessano il nostro percorso.
Quando si spezza la routine, la vita torna a farsi sentire
Per comprendere il valore che Proust attribuisce all’Abitudine bisogna partire dalla sua natura contraddittoria. Ciò che è familiare rende la vita più semplice, perché permette di muoversi all’interno di luoghi, gesti e ritmi conosciuti senza doverli ogni volta riscoprire. Ma proprio questa familiarità può anche attenuare l’intensità con cui si percepisce ciò che accade.
Durante il viaggio verso Balbec, lontano dalla quotidianità parigina, il Narratore prende coscienza di questo meccanismo:
Di solito viviamo col nostro essere ridotto al minimo, e la maggior parte delle nostre facoltà restano addormentate, riposando sull’abitudine, che sa quel che c’è da fare e non ha bisogno di loro.
L’immagine dell’essere umano “ridotto al minimo” è centrale. Proust non sta semplicemente dicendo che la routine annoia. Il suo pensiero va più in profondità: quando un’esperienza viene ripetuta giorno dopo giorno, l’Abitudine finisce per impararla al posto dell’individuo. Conosce gli spazi, anticipa i gesti, rende prevedibili gli orari e permette di attraversare una parte dell’esistenza senza dover mobilitare ogni volta tutte le proprie facoltà.
È questo il significato di quell’espressione così efficace, “sa quel che c’è da fare”. Una strada percorsa ogni mattina non richiede lo stesso sguardo della prima volta; una stanza conosciuta non costringe più a osservare ogni mobile e ogni oggetto; un gesto ripetuto può essere compiuto quasi senza pensarci. L’Abitudine rende il mondo più facilmente praticabile, ma il prezzo di questa familiarità è che una parte dell’attenzione, della sensibilità e dell’immaginazione può rimanere “addormentata”.
Il viaggio verso Balbec spezza improvvisamente questo automatismo. Proust racconta infatti:
Ma, in quel mattino di viaggio, l’interruzione della routine della mia esistenza, il cambiamento di luogo e d’ora, avevano reso indispensabile la loro presenza.
Quando cambiano il luogo e l’ora, l’Abitudine non può più occuparsi di tutto. Il Narratore deve tornare a guardare, sentire, immaginare. La novità reclama quelle facoltà che la familiarità aveva lasciato riposare e restituisce intensità al rapporto con ciò che lo circonda.
È qui che l’esperienza proustiana incontra quella delle vacanze. Partire significa interrompere per qualche tempo gli automatismi della vita quotidiana: cambiano gli orari, i paesaggi, la stanza in cui si dorme, le strade percorse, le persone incontrate.
Ciò che non è ancora conosciuto richiede attenzione e proprio per questo può essere percepito con una forza diversa. La vacanza rompe la continuità dell’abitudine e costringe a essere nuovamente presenti davanti alle cose.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui e leggere Proust come un semplice elogio della novità contro la routine. Nelle stesse pagine lo scrittore condensa la complessità dell’Abitudine in una frase:
Essa affievolisce, ma stabilizza; provoca la disgregazione, ma la fa durare indefinitamente.
“Affievolisce, ma stabilizza.” I due verbi devono essere tenuti insieme. L’Abitudine può indebolire l’intensità di una sensazione proprio perché la rende consueta, ma nello stesso tempo stabilizza l’esistenza, le dà continuità. Quella che può sembrare soltanto la monotonia dalla quale si desidera fuggire è anche una forza che rende il mondo conosciuto e permette di abitarlo senza dover ricominciare ogni giorno da zero.
Ed è proprio a Balbec che Proust scopre l’altra faccia di questa verità. Il Narratore ha finalmente raggiunto il luogo della vacanza tanto desiderata, eppure non riesce subito a essere felice. Privato dei riferimenti familiari, entra in una camera che non sente sua, circondato da oggetti che sembrano non conoscerlo. La novità che durante il viaggio aveva risvegliato le sue facoltà comincia così a mostrare anche il proprio lato doloroso.
È in quel momento che diventa possibile comprendere fino in fondo ciò che normalmente rimane invisibile: quanto l’Abitudine contribuisca a far sentire un essere umano al proprio posto.
Contro lo stress da rientro bisogna valorizzare le abitudini
Se le vacanze interrompono la routine e risvegliano quelle facoltà che, secondo Proust, l’Abitudine lascia “addormentate”, sarebbe facile concludere che tutto ciò che è nuovo faccia bene e che tutto ciò che è abituale rappresenti invece un limite. Ma Proust non oppone semplicemente la novità alla quotidianità. La sua esperienza a Balbec mostra che l’Abitudine, proprio mentre attenua la forza di alcune sensazioni, svolge anche una funzione essenziale: rende progressivamente familiare il mondo nel quale si vive.
Il Narratore se ne accorge quando questa familiarità viene improvvisamente a mancare. Balbec è la meta desiderata della villeggiatura, eppure l’ingresso nella camera del Grand-Hôtel non gli procura immediatamente una sensazione di libertà o di benessere. Al contrario, si ritrova in uno spazio che formalmente gli appartiene, ma nel quale non riesce ancora a sentirsi al proprio posto. È da questa esperienza che nasce una delle immagini più significative utilizzate da Proust per descrivere il potere dell’Abitudine:
È la nostra attenzione a mettere certi oggetti in una stanza, ed è l’abitudine a toglierveli e a far posto a noi. Posto per me non ce n’era nella mia camera di Balbec (mia soltanto di nome), era piena di cose che non mi conoscevano, che mi restituirono l’occhiata diffidente che gettai loro, e senza tenere alcun conto della mia esistenza mi manifestarono che disturbavo il tran-tran della loro.
La contrapposizione costruita da Proust è illuminante. L’attenzione “mette” gli oggetti nella stanza, mentre l’Abitudine li “toglie”. Quando un ambiente è nuovo, ogni elemento reclama lo sguardo: la disposizione dei mobili, le dimensioni della stanza, il soffitto, gli oggetti. Tutto viene percepito perché nulla è ancora familiare. Con il passare del tempo, invece, l’Abitudine compie un lavoro opposto. Le cose naturalmente non scompaiono, ma smettono di imporsi continuamente alla coscienza. Non è più necessario osservarle e riconoscerle ogni volta.
Ed è proprio così che, secondo Proust, l’Abitudine riesce “a far posto a noi”. L’espressione dice qualcosa di più profondo della semplice capacità di abituarsi a una stanza. Quando ciò che circonda una persona diventa familiare, quella persona può finalmente muoversi nello spazio senza sentirsi continuamente di fronte a qualcosa di estraneo. L’Abitudine riduce progressivamente la distanza tra l’individuo e il mondo che abita.
Per questo la camera di Balbec è del Narratore “soltanto di nome”. Non basta che gli sia stata assegnata perché possa sentirla davvero sua. Manca ancora quel rapporto costruito attraverso la permanenza e la ripetizione. Proust rende quasi fisica questa estraneità immaginando che gli oggetti siano “cose che non mi conoscevano”: non è soltanto lui a non riconoscere ciò che lo circonda, sono le cose stesse che sembrano guardarlo come un intruso.
L’immagine permette di capire quanto normalmente rimanga nascosto nella vita quotidiana. Una casa familiare non è semplicemente un insieme di stanze e di oggetti già visti. È uno spazio nel quale l’Abitudine ha progressivamente eliminato quella sensazione di estraneità. I movimenti non devono più essere studiati, gli oggetti non sorprendono a ogni incontro, l’ambiente non richiede continuamente attenzione: nel tempo, si è creato un posto per chi lo abita.
Ma Proust va ancora oltre. L’Abitudine non conserva soltanto la familiarità già costruita: possiede anche la capacità di crearne una nuova. Pensando proprio alla camera di Balbec che in quel momento gli procura tanto disagio, il Narratore sa infatti che sarà l’Abitudine a occuparsi dell’impresa di:
farmi amare quell’alloggio sconosciuto
Ciò che inizialmente appare estraneo può dunque diventare familiare. L’Abitudine modifica lentamente il rapporto con lo spazio, fino al punto che quella stessa camera che oggi provoca inquietudine potrà essere vissuta diversamente. E il suo potere, per Proust, non si limita ai luoghi.
Nel medesimo passaggio scrive:
s’incarica anche di renderci cari i compagni che dapprima ci erano dispiaciuti, di dare un’altra forma ai volti, di rendere simpatico il suono di una voce, di modificare l’inclinazione dei cuori.
L’Abitudine assume così un significato molto più ampio della semplice ripetizione quotidiana. È una forza di familiarizzazione: agisce sugli spazi, sulle persone, sulle percezioni e perfino sugli affetti. Ciò che inizialmente viene avvertito come esterno può, attraverso il tempo e la consuetudine, entrare a far parte della propria vita.
È a questo punto che la riflessione di Proust permette di guardare in maniera diversa allo stress da rientro. Il Narratore compie un movimento opposto rispetto a chi sta terminando le vacanze: lascia il proprio ambiente abituale e raggiunge la località di villeggiatura. Proprio per questo la sua esperienza rende visibile qualcosa che, al momento del ritorno, si rischia di dimenticare.
Rientrare non significa soltanto ritrovare gli orari, gli impegni e le ripetizioni dalle quali ci si era temporaneamente allontanati. Significa anche tornare verso un mondo nel quale l’Abitudine ha già “fatto posto” alla propria presenza. La casa, gli spazi quotidiani, i percorsi conosciuti, le persone familiari e persino quei piccoli gesti che sembrano insignificanti possiedono un valore che spesso emerge soltanto quando vengono lasciati.
Valorizzare le abitudini, allora, non significa negare il piacere della vacanza né fingere che il ritorno agli obblighi sia piacevole. Significa smettere di identificare la quotidianità soltanto con ciò che limita e si ripete, riconoscendo anche ciò che essa ha costruito nel tempo: familiarità, appartenenza e la possibilità di ritrovare un mondo nel quale non si è estranei.
Ed è forse proprio quel “far posto a noi” di Proust a suggerire il primo cambiamento di sguardo necessario contro lo stress da rientro: non si sta tornando soltanto alla routine. Si sta tornando anche in un luogo della vita che ha già imparato ad accoglierci.
L’Abitudine può rendere meno doloroso il cambiamento
C’è un altro aspetto del pensiero di Proust che permette di comprendere perché le abitudini non debbano essere considerate soltanto come qualcosa da cui fuggire. L’Abitudine non si limita a rendere familiare ciò che viene ripetuto: interviene anche quando l’essere umano deve separarsi da qualcosa a cui era legato e adattarsi a una condizione nuova.
Proust lo comprende ancora una volta attraverso la propria esperienza a Balbec. Il disagio provato nella camera sconosciuta non dipende semplicemente dal fatto che il nuovo ambiente non gli piaccia. Dietro quella sensazione c’è il legame che continua a unirlo al luogo familiare che ha lasciato. Lo scrittore lo esprime in maniera molto concreta parlando del soffitto della nuova stanza:
l’allarme ansioso che provavo sotto quel soffitto sconosciuto e troppo alto era solo la protesta di un’amicizia che sopravviveva in me per un soffitto familiare e basso.
Proust utilizza una parola sorprendente: “amicizia”. Il legame con ciò che è abituale viene descritto quasi come un rapporto affettivo. Il vecchio soffitto non è importante per qualche sua particolare qualità; è importante perché è diventato familiare, perché appartiene a un ambiente nel quale il Narratore ha vissuto abbastanza a lungo da non percepirlo più come estraneo.
Lo spaesamento di Balbec nasce quindi anche dallo scontro fra due mondi: quello nuovo, che non è ancora diventato suo, e quello lasciato, che continua invece a vivere dentro di lui attraverso la familiarità costruita nel tempo.
Ma Proust sa che questa condizione non durerà per sempre. A proposito dell’”amicizia” per il vecchio ambiente scrive:
Senza dubbio quell’amicizia sarebbe sparita, perché un’altra ne avrebbe preso il posto.
È un passaggio fondamentale. L’essere umano non rimane necessariamente prigioniero della familiarità che ha perduto. Con il tempo può costruirne un’altra. La nuova stanza, inizialmente ostile, può diventare conosciuta; ciò che provoca spaesamento può smettere di farlo; un nuovo rapporto con luoghi e persone può prendere il posto di quello precedente.
Per descrivere questa capacità Proust utilizza un’espressione ancora più significativa:
Non che il nostro cuore non debba provare anche lui, quando la separazione sarà consumata, gli effetti analgesici dell’abitudine; ma fino ad allora continuerà a soffrire.
Parlare di “effetti analgesici dell’abitudine” significa attribuirle quasi la funzione di un antidolorifico. Proust non sostiene che l’Abitudine cancelli immediatamente la sofferenza. Anzi, precisa che “fino ad allora” il cuore continuerà a soffrire. Il tempo dell’adattamento non può essere eliminato: quando si lascia qualcosa a cui si era legati, esiste una fase nella quale ciò che è nuovo non è ancora diventato familiare e ciò che era familiare continua a essere desiderato.
È una considerazione particolarmente preziosa per leggere lo stress da rientro senza banalizzarlo. Anche in questo caso, naturalmente, l’esperienza descritta da Proust non coincide con quella contemporanea: il Narratore soffre perché è partito verso la villeggiatura, mentre chi rientra dalle vacanze può soffrire perché quella parentesi sta terminando. Il meccanismo, però, permette di osservare il cambiamento da una prospettiva diversa.
Il disagio del rientro non dimostra necessariamente che la quotidianità alla quale si sta tornando sia peggiore della vita vissuta in vacanza. Può dipendere anche dal fatto che ogni passaggio costringe a separarsi da un equilibrio al quale, nel frattempo, ci si era abituati. Gli orari della vacanza, i luoghi, le persone, la libertà da determinati impegni possono essere diventati, anche in poche settimane, un nuovo orizzonte familiare. Lasciarlo produce inevitabilmente una frizione.
Proust invita però a non confondere il dolore della separazione con un giudizio definitivo su ciò verso cui si sta tornando. Se l’Abitudine è stata capace di rendere familiare ciò che inizialmente non lo era, può agire ancora. Il passaggio da una condizione all’altra ha bisogno di tempo, perché il cuore deve ritrovare i propri riferimenti.
E nel caso del rientro esiste persino una differenza importante rispetto all’arrivo del Narratore a Balbec: chi torna a casa non deve costruire da zero tutta quella familiarità. Rientra in luoghi, relazioni e gesti nei quali l’Abitudine aveva già lavorato prima della partenza.
Lo stress da rientro può essere guardato allora non soltanto come la fine di qualcosa, ma come una fase di passaggio tra due forme della propria vita. La nostalgia per le vacanze può rimanere, così come possono pesare gli impegni che ricominciano. Ma questo non cancella ciò che attende dall’altra parte: un mondo già conosciuto, nel quale tornare progressivamente a riconoscersi.
Tornare alle proprie abitudini significa ritrovare una parte di sé
Lo stress da rientro nasce anche da una contrapposizione che sembra quasi inevitabile: da una parte le vacanze, associate alla libertà, alla scoperta e alla possibilità di vivere diversamente; dall’altra la quotidianità, che torna a presentarsi con i suoi orari, gli impegni e le cose da fare. Guardato in questo modo, il ritorno non può che assomigliare a una perdita.
Proust permette però di complicare questa immagine. Le sue pagine non negano il valore della novità. Al contrario, mostrano quanto l’interruzione della routine possa risvegliare facoltà che l’Abitudine lascia normalmente “addormentate”. Partire, cambiare luogo, incontrare ciò che non si conosce significa tornare a prestare attenzione al mondo.
Ma la stessa esperienza di Balbec insegna che l’essere umano non vive soltanto di novità.
Ha bisogno anche di luoghi che non debbano essere scoperti ogni mattina, di oggetti che non reclamino continuamente la sua attenzione, di persone delle quali abbia imparato a riconoscere la voce, di gesti che possano essere compiuti senza dover ricominciare ogni volta da zero. Ha bisogno, in altre parole, anche di familiarità.
È questo che rende così importante l’immagine scelta da Proust quando afferma che l’Abitudine riesce a “far posto a noi”. In poche parole viene restituito un valore a tutto ciò che, proprio perché quotidiano, rischia di diventare invisibile. Ci si accorge facilmente di una stanza quando è nuova; molto meno della propria, perché è già entrata a far parte della vita.
Si presta attenzione a una strada sconosciuta, mentre quella percorsa ogni giorno sembra non avere più nulla da mostrare. Eppure, proprio in questa apparente invisibilità, esiste qualcosa di prezioso: la sensazione di sapere dove ci si trova e di riconoscere il mondo che si ha intorno.
Per questo valorizzare le abitudini non significa trasformare la routine in un ideale né rinunciare al desiderio di partire, cambiare e scoprire. Proust stesso ne mostra l’ambivalenza: l’Abitudine “affievolisce, ma stabilizza”. Toglie qualcosa all’intensità della prima volta, ma nello stesso tempo costruisce continuità; può rendere meno vigile lo sguardo, ma permette anche di creare un legame con ciò che circonda l’esistenza.
È proprio questa ambivalenza a offrire uno sguardo diverso sul rientro dalle vacanze. La nostalgia per ciò che finisce può convivere con il valore di ciò che si ritrova. Essere dispiaciuti perché un viaggio è terminato non obbliga a considerare vuota o insignificante la vita alla quale si sta tornando. Le due esperienze non devono necessariamente escludersi.
Anzi, il viaggio può lasciare qualcosa anche alla quotidianità. Se la novità ha costretto lo sguardo a risvegliarsi, il ritorno può diventare l’occasione per guardare con maggiore attenzione proprio ciò che l’Abitudine aveva reso invisibile: la propria casa, una persona cara, una strada conosciuta, un gesto ripetuto, persino quei piccoli rituali che prima della partenza sembravano privi di significato.
Lo stress da rientro può allora essere affrontato anche attraverso questo cambio di prospettiva: non chiedersi soltanto che cosa si sta perdendo tornando dalle vacanze, ma anche che cosa si sta ritrovando.
Perché tornare alle proprie abitudini non significa necessariamente tornare a una vita meno autentica o meno intensa. Significa ritrovare quella parte dell’esistenza che, giorno dopo giorno, è diventata familiare; quel mondo che forse non sorprende più come una destinazione appena scoperta, ma che proprio per questo possiede qualcosa che il luogo più affascinante, al primo arrivo, ancora non può avere.
Ed è forse questo il regalo più attuale che Marcel Proust può offrire a chi sta preparando la valigia del ritorno: le vacanze finiscono, ma non tutto ciò verso cui si torna è qualcosa da cui desiderare di fuggire. A volte è proprio l’Abitudine, silenziosamente, ad aver trasformato una parte del mondo nel luogo in cui sentirsi a casa.

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