Arriva un momento, durante certe letture, in cui voltare pagina comincia a richiedere uno sforzo sproporzionato. Il libro rimane sul comodino, viene portato da una stanza all’altra, magari infilato in borsa con le migliori intenzioni, ma ogni volta troviamo una ragione per scegliere qualcos’altro.
È allora che si presenta una domanda apparentemente semplice: possiamo abbandonarlo oppure dobbiamo arrivare alla fine? Il dibattito è stato recentemente rilanciato dal New York Times, che ha chiesto ai propri lettori se interrompere un libro sia una scelta sensata oppure qualcosa di cui vergognarsi. Le risposte mostrano quanto il problema vada oltre il giudizio su una singola opera. A entrare in gioco sono il nostro rapporto con il tempo, l’idea che abbiamo della costanza e persino l’immagine di lettori che desideriamo offrire agli altri.
Che cosa significa DNF e perché se ne parla sempre di più
DNF è l’acronimo inglese di Did Not Finish, letteralmente “non terminato”, e viene utilizzato per indicare un libro abbandonato prima dell’ultima pagina. L’espressione apparteneva originariamente al linguaggio delle competizioni sportive, dove segnalava un concorrente che non aveva completato una gara, ma è stata adottata dalle comunità di lettori per dare un nome a un’esperienza molto comune e, per lungo tempo, quasi nascosta. Dichiarare un DNF significa ammettere apertamente che l’incontro con un libro non ha funzionato, almeno in quel momento.
L’espressione è diventata familiare attraverso Goodreads, BookTok, Bookstagram e i diari di lettura, dove i libri interrotti vengono registrati accanto a quelli conclusi. Nel marzo del 2026 persino Goodreads ha introdotto una sezione DNF predefinita, dopo anni in cui gli utenti avevano creato autonomamente scaffali con questa denominazione. Il fatto che si trattasse di una delle funzioni più richieste racconta qualcosa di importante: non finire un libro non è un incidente marginale, ma una parte riconoscibile della vita dei lettori.
A cambiare non è soltanto il vocabolario. Dare un nome all’abbandono permette di trasformarlo da piccola colpa privata a decisione consapevole. Un libro lasciato indefinitamente sul comodino produce la sensazione di avere un compito in sospeso; definirlo DNF significa invece riconoscere che la lettura si è interrotta e che possiamo passare oltre. Rimane però da capire se questa libertà ci renda lettori più consapevoli oppure meno disposti a tollerare la lentezza e la difficoltà.
Perché abbandonare un libro ci fa sentire in colpa
La lettura viene spesso associata alla disciplina. Fin dall’esperienza scolastica impariamo che un libro iniziato deve essere terminato, compreso e possibilmente commentato. Arrivare all’ultima pagina diventa così la prova visibile di aver svolto correttamente il proprio compito. Anche quando leggiamo per piacere, continuiamo a portarci dietro questa impostazione: chiudere un romanzo prima della fine sembra dimostrare una mancanza di costanza, di attenzione o di profondità.
Al senso del dovere si aggiunge quello dell’investimento. Abbiamo comprato il volume, gli abbiamo dedicato alcune ore e forse lo abbiamo scelto sulla base del consiglio entusiasta di una persona di cui ci fidiamo. Più pagine leggiamo, più diventa difficile accettare che quel tempo non conduca a una conclusione. È lo stesso meccanismo che, in altri ambiti, ci spinge a continuare qualcosa soltanto perché vi abbiamo già investito energie. Eppure, portare a termine un libro che non ci interessa non restituisce le ore già trascorse: ne richiede semplicemente altre.
Esiste poi una forma di rispetto quasi sacrale nei confronti dell’oggetto libro e del lavoro dell’autore. Sappiamo che dietro quelle pagine ci sono anni di scrittura, revisioni e attese, e interromperle può sembrare un gesto ingeneroso. Ma il patto tra autore e lettore non prevede l’obbligo di amare o concludere ogni opera. Pubblicare un libro significa consegnarlo a sensibilità, esperienze e momenti della vita differenti. La mancata sintonia di un lettore non cancella il valore del testo e non impedisce a qualcun altro di trovarvi esattamente ciò che cercava.
La lettura nell’epoca delle liste infinite
Il DNF racconta anche il modo in cui oggi percepiamo il tempo. Le liste dei libri da leggere si allungano più velocemente di quanto riusciamo a ridurle. Ogni giorno incontriamo nuove uscite, consigli, classifiche, video e copertine che promettono la prossima lettura imperdibile. La consapevolezza di non poter leggere tutto può renderci più selettivi: perché impiegare una settimana per terminare un romanzo che non ci coinvolge quando decine di altri titoli ci attendono?
Questa domanda è legittima, ma nasconde anche un pericolo. Se ogni libro deve conquistarci immediatamente, la lettura rischia di assumere la stessa logica dello scorrimento sui social. Le prime pagine diventano un’anteprima incaricata di trattenere l’attenzione e qualsiasi rallentamento può essere interpretato come un difetto. Eppure, alcuni libri hanno bisogno di creare gradualmente il proprio ritmo, di costruire un lessico e di insegnarci come leggerli. Le opere più distanti dalle nostre abitudini possono inizialmente respingerci proprio perché non confermano ciò che già conosciamo.
Non tutto ciò che oppone resistenza è quindi una lettura sbagliata. A volte la difficoltà è sterile e nasce da una scrittura che non incontra la nostra sensibilità; altre volte segnala che stiamo entrando in un territorio nuovo. Un classico, un romanzo sperimentale o un’opera proveniente da una cultura lontana possono richiedere un’attenzione diversa da quella richiesta da una storia costruita secondo meccanismi familiari. Imparare a distinguere la noia dall’inquietudine produttiva è forse una delle capacità più preziose che un lettore possa sviluppare.
La regola delle 50 pagine di Nancy Pearl
Una possibile mediazione arriva dalla bibliotecaria e critica statunitense Nancy Pearl, autrice di Book Lust, che ha formulato la celebre “regola delle 50 pagine”. Secondo Pearl, un lettore dovrebbe concedere a un libro circa cinquanta pagine prima di decidere se continuare. Superati i cinquant’anni, la formula diventa ironicamente più severa: bisogna sottrarre la propria età da cento per scoprire quante pagine accordare al volume. A cento anni, si conquista finalmente il diritto di giudicarlo dalla copertina.
Dietro l’ironia si trova un principio serio: il tempo della vita è limitato e la lettura deve rimanere una scelta. Pearl ricorda anche che l’umore influenza profondamente il rapporto con un testo. Un libro abbandonato oggi potrebbe diventare necessario tra qualche anno, quando esperienze e desideri saranno cambiati. Interrompere non equivale necessariamente a condannare. Possiamo distinguere tra il DNF definitivo e la sospensione, lasciando aperta la possibilità di un secondo incontro.
La soglia delle cinquanta pagine non deve naturalmente diventare un’altra imposizione. Alcuni romanzi rivelano subito la propria incompatibilità con il lettore, mentre altri chiedono uno spazio maggiore. La regola serve soprattutto a concederci un periodo di prova durante il quale osservare ciò che accade: non soltanto se la trama ci appassiona, ma se la voce dell’autore suscita curiosità, se qualcosa continua a lavorare nella mente quando abbiamo chiuso il volume, se la fatica avvertita possiede un significato.
Quando è giusto abbandonare un libro
Non esiste una pagina esatta oltre la quale l’abbandono diventi legittimo. Può essere utile, invece, domandarsi perché non desideriamo continuare. Se rimandiamo continuamente la lettura, se non proviamo alcuna curiosità per ciò che accadrà e se il libro sta bloccando ogni altra scelta, interromperlo può restituirci il piacere di leggere. Lo stesso vale quando un contenuto ci provoca un disagio che non vogliamo affrontare: nessun lettore è obbligato a rimanere dentro una storia che gli fa male.
La situazione cambia quando la tentazione di lasciare nasce soltanto dalla lentezza o dalla complessità. In quel caso possiamo concedere al testo un’ultima possibilità, modificando magari il modo in cui lo affrontiamo. Leggere poche pagine alla volta, alternarlo a un volume più immediato oppure cercare informazioni sul contesto può aprire una porta che inizialmente non avevamo visto. Continuare, però, dovrebbe essere una scelta motivata dalla sensazione che dietro la resistenza esista qualcosa che vale la pena raggiungere.
Anche il momento della vita conta. Il libro giusto letto nel periodo sbagliato può sembrare completamente estraneo. Quando siamo stanchi potremmo non avere le energie necessarie per una prosa densa; durante una fase dolorosa potremmo rifiutare una storia che tocca un nervo troppo scoperto. In questi casi non serve emettere un verdetto definitivo. Riporre il volume e scrivere la pagina alla quale ci siamo fermati può essere un modo per rispettare contemporaneamente il testo e noi stessi.
Finire un libro non è sempre una vittoria
Il dibattito sul DNF ci costringe infine a chiederci che cosa cerchiamo nella lettura. Se leggiamo soltanto per accumulare titoli conclusi, l’ultima pagina diventa un traguardo quantitativo e ogni abbandono assume l’aspetto di una sconfitta. Ma leggere significa anche scegliere a che cosa destinare la propria attenzione. È un’attività intima, fatta di disponibilità e di ascolto, e non può essere misurata unicamente dal numero di volumi terminati.
Abbandonare un libro non ci rende lettori peggiori, così come finirlo non dimostra necessariamente di averlo compreso. Possiamo attraversare trecento pagine senza stabilire alcun rapporto autentico con ciò che abbiamo letto e, al contrario, trovare nelle poche pagine di un libro interrotto un pensiero destinato a rimanere con noi. Il valore di una lettura non coincide sempre con il suo completamento.
La vera libertà del lettore si trova allora in una doppia possibilità: saper chiudere un libro che non ha più nulla da dirci e saper restare quando un testo ci chiede pazienza. Il DNF non dovrebbe diventare né una vergogna né un automatismo. Può essere, piuttosto, un esercizio di consapevolezza attraverso il quale impariamo a riconoscere la differenza tra ciò che ci annoia e ciò che ci mette alla prova, tra un incontro mancato e un’opera che non abbiamo ancora imparato ad ascoltare.

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