Tra le nuove uscite di settembre 2026 troviamo altri libri in uscita di scrittori già affermati, come Vincenzo Latronico, Simona Vinci, Mauro Corona e Claudia Durastanti, ma anche autori all’esordio e voci internazionali che arrivano per la prima volta al pubblico italiano. C’è inoltre un libro inevitabilmente carico di un significato particolare, “Calde le pere! – La storia di un fiume e di una integerrima fanciulla”, l’ultima opera di Francesco Guccini, completata poco prima della sua morte e pubblicata postuma da Giunti.
10 libri da leggere tra le novità di settembre 2026
“I Lázár” di Nelio Biedermann, traduzione di Leonella Basiglini, Guanda
Nelio Biedermann arriva nelle librerie italiane con un romanzo d’esordio che guarda alla storia europea del Novecento attraverso le vicende di una famiglia aristocratica ungherese. Al centro di “I Lázár” c’è infatti una dinastia osservata lungo più generazioni e oltre mezzo secolo, in un arco temporale che conduce dalla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico fino al 1957. La dimensione familiare diventa così il punto dal quale osservare trasformazioni molto più vaste: le guerre mondiali, l’affermazione dei totalitarismi, le rivoluzioni e la persecuzione degli ebrei modificano progressivamente un mondo che sembrava destinato a durare per sempre.
Biedermann, nato nel 2003 e cresciuto a Thalwil, sul lago di Zurigo, possiede inoltre un legame personale con la materia storica raccontata nel romanzo: la sua famiglia paterna proviene dalla nobiltà ungherese e i suoi nonni trovarono rifugio in Svizzera negli anni Cinquanta. Questo retroterra non trasforma però “I Lázár” in un semplice racconto autobiografico. La famiglia protagonista diventa piuttosto uno spazio narrativo nel quale confluiscono segreti, passioni proibite, rapporti tra generazioni e tentativi di continuare ad amare mentre intorno cambia il significato stesso di appartenenza, patria e classe sociale.
È proprio l’incontro fra storia privata e storia collettiva a rendere interessante l’esordio di Biedermann. Le grandi cesure del Novecento non rimangono sullo sfondo, ma entrano nelle case, nelle relazioni e nelle scelte dei personaggi. “I Lázár” si inserisce così nella tradizione delle grandi saghe familiari europee, dove seguire il destino di una famiglia significa anche assistere alla lenta scomparsa del mondo al quale apparteneva.
“First Lady per caso” di Felicia Kingsley, Newton Compton
Felicia Kingsley sceglie questa volta la politica americana come terreno sul quale costruire una commedia romantica basata sull’incontro fra due avversari. Nathan Edgerton appartiene a una storica dinastia repubblicana, possiede l’immagine perfetta per una campagna elettorale e sembra destinato alla Casa Bianca. Il momento politico, però, è tutt’altro che favorevole: il suo partito attraversa una crisi profonda e Nate diventa l’ultimo candidato sul quale tentare di costruire una possibile vittoria.
Dall’altra parte c’è Nicole Clark, deputata democratica che per anni ha individuato proprio in Edgerton uno dei principali bersagli della propria battaglia politica. Quando viene tradita dai suoi stessi alleati e improvvisamente esclusa dai giochi, la situazione cambia. A complicare ulteriormente le cose interviene un equivoco che trasforma le schermaglie pubbliche fra Nate e Nicole nel materiale perfetto per alimentare il gossip su una loro presunta relazione clandestina.
Quella che potrebbe essere una catastrofe diventa presto un’opportunità per entrambi. Nate ha bisogno di attenuare l’immagine del candidato single davanti a un elettorato conservatore, mentre Nicole può sfruttare l’improvvisa attenzione mediatica per tornare al centro della scena. La soluzione è fingere di essere innamorati almeno fino alle elezioni.
“First Lady per caso” porta quindi nel romance alcuni meccanismi particolarmente amati dal genere, dal fake dating alla rivalità che progressivamente cambia significato, inserendoli però nel mondo delle campagne elettorali statunitensi, dove anche una relazione privata può trasformarsi in strategia politica. Kingsley utilizza così l’opposizione ideologica dei protagonisti per costruire una storia in cui sentimenti, immagine pubblica e ambizione finiscono inevitabilmente per mescolarsi.
“Quanto splende questo sole nero” di Marco Amerighi, Bollati Boringhieri
Dopo “Randagi”, Marco Amerighi torna alla narrativa mettendo al centro di “Quanto splende questo sole nero” l’incontro, attraverso il tempo, fra due figure molto diverse. La prima appartiene alla storia dell’arte italiana: Lorenzo Viani, pittore, incisore e scrittore toscano considerato una delle personalità fondamentali dell’espressionismo italiano. La seconda è Enrico, un uomo che avverte nei confronti dell’artista una vicinanza profonda e decide di mettersi sulle tracce delle sue opere.
La ricerca di Enrico nasce dalla volontà di preservare una memoria, ma progressivamente diventa qualcosa di più personale. Cercare Viani significa interrogare il rapporto che possiamo instaurare con qualcuno che non abbiamo mai conosciuto e che appartiene a un’altra epoca, ma nel quale riconosciamo inquietudini, desideri o contraddizioni sorprendentemente vicini ai nostri.
Amerighi costruisce quindi il romanzo attorno alla distanza e alla possibilità di superarla attraverso l’arte. Da una parte c’è il pittore realmente esistito, con il suo universo e il suo tempo; dall’altra un uomo contemporaneo che cerca di ricomporne le tracce. In mezzo rimangono le opere, capaci di sopravvivere a chi le ha create e di continuare a generare relazioni impreviste.
Dopo essere stato tra i protagonisti del Premio Strega 2022 con “Randagi”, Amerighi sceglie dunque un romanzo che intreccia invenzione narrativa, arte e memoria. “Quanto splende questo sole nero” parte dalla figura di Lorenzo Viani, ma soprattutto dalla domanda che accompagna ogni tentativo di salvare qualcosa dal passato: cosa stiamo davvero cercando quando ci ostiniamo a impedire che una persona, un’opera o una storia vengano dimenticate?
“Una splendida rovina” di Vincenzo Latronico, Einaudi
Dopo il successo internazionale di “Le perfezioni”, finalista all’International Booker Prize 2025, Vincenzo Latronico torna con “Una splendida rovina”, pubblicato da Einaudi. Il nuovo romanzo parte da una costruzione narrativa tanto semplice quanto capace di cambiare completamente il modo in cui osserviamo i protagonisti: della stessa storia esistono due versioni e non possediamo gli strumenti per stabilire con certezza quale sia quella vera.
Al centro ci sono due trentenni e una relazione osservata attraverso possibilità differenti. In una versione li incontriamo innamorati e ancora capaci di guardare al futuro con ottimismo; nell’altra li ritroviamo alla deriva, mentre qualcosa nel loro rapporto e nelle aspettative costruite intorno alla vita adulta sembra essersi incrinato. Speranza e disillusione diventano così non due fasi necessariamente consecutive, ma due modi possibili di leggere le stesse persone.
Latronico torna quindi su alcuni territori già importanti nella sua narrativa: la generazione dei trentenni contemporanei, le aspirazioni costruite intorno a un determinato modello di vita e la distanza che può aprirsi tra ciò che immaginiamo di diventare e ciò che effettivamente siamo. Questa volta, però, il dispositivo delle due versioni mette in discussione anche il desiderio del lettore di trovare una spiegazione definitiva.
“Una splendida rovina” risulta disponibile dal 1° settembre 2026. Il romanzo sembra partire proprio da un paradosso molto contemporaneo: possiamo raccontare perfettamente la nostra vita e continuare, nello stesso momento, a non essere sicuri di averne compreso il significato.
“L’eremo dei folli” di Agnese Messina, Garzanti
Tra gli esordi italiani di settembre troviamo “L’eremo dei folli” di Agnese Messina, che porta nella narrativa anche parte della propria formazione scientifica. Laureata in Biologia e con un master in Entomologia forense, Messina affida infatti il ruolo di protagonista a una professionista dello stesso settore, costruendo un’indagine nella quale l’osservazione scientifica può diventare decisiva proprio quando le tracce sembrano mancare.
June McFlynn, soprannominata “l’americana”, è un’entomologa forense e viene coinvolta nel misterioso caso della scomparsa di una madre e di sua figlia. Le due sembrano essersi volatilizzate senza lasciare elementi capaci di indicare immediatamente cosa sia successo. Ma è proprio questo vuoto a costituire il punto di partenza dell’indagine: l’assenza, se osservata nel modo corretto, può raccontare quanto una presenza evidente.
Il romanzo introduce così nel panorama investigativo italiano una protagonista con una specializzazione ancora poco esplorata dalla narrativa popolare. L’entomologia forense utilizza infatti lo studio degli insetti e della loro presenza per ricavare informazioni utili alle indagini, facendo dialogare osservazione della natura, biologia e ricostruzione degli eventi.
“L’eremo dei folli” promette quindi di muoversi sul confine fra investigazione e scienza senza rinunciare alla dimensione narrativa del mistero. La formazione della sua autrice permette inoltre di partire da conoscenze reali per costruire la professione della protagonista, mentre la scomparsa di due persone sposta immediatamente l’attenzione su una domanda molto semplice e inquietante: come si indaga quando apparentemente non esiste nulla da seguire?
“Calde le pere! – La storia di un fiume e di una integerrima fanciulla” di Francesco Guccini, Giunti
Tra le uscite di settembre questa occupa inevitabilmente un posto particolare. “Calde le pere! – La storia di un fiume e di una integerrima fanciulla” è infatti l’ultimo libro di Francesco Guccini, morto il 6 agosto 2026 a 86 anni, e arriverà in libreria postumo per Giunti. Guccini aveva continuato a lavorare al testo fino agli ultimi giorni, confrontandosi ancora il 23 luglio con l’editor Paolo Iacuzzi.
Il punto di partenza del racconto è un vecchio brogliaccio che aveva attirato l’attenzione dell’autore e dal quale era nato in passato anche uno spettacolo di cabaret. Da quel materiale Guccini recupera storie popolari, personaggi e ricordi, fra cui la vicenda di una ragazza in bicicletta e quella di una giovane che rimane incinta dopo un bagno nel Reno. Sullo sfondo compare la Casalecchio degli anni Trenta-Cinquanta, quando il fiume rappresentava il grande luogo estivo frequentato dai bolognesi.
Ma “Calde le pere!” riporta soprattutto Guccini verso uno dei luoghi fondamentali della sua scrittura: Pavana e l’Appennino. Il paesaggio non è semplice ambientazione. Erbe, fiori, frutti, vento e parole dialettali diventano strumenti attraverso i quali preservare una memoria che rischia di scomparire insieme alla generazione che l’ha custodita.
È un tema che attraversa molta della produzione letteraria di Guccini, fin dall’esordio narrativo con “Cròniche epafàniche”: salvare attraverso le parole un mondo locale, la sua lingua e le sue storie. Proprio per questo la pubblicazione postuma di “Calde le pere!” assume inevitabilmente il valore di un ultimo ritorno ai luoghi e alle parole che hanno accompagnato tutta la sua opera.
“Felice” di Mauro Corona, Bompiani
Con “Felice”, in uscita il 16 settembre, Mauro Corona affronta una delle vicende più intime della propria storia familiare: quella del fratello Felice, morto giovanissimo quasi sessant’anni fa. Il nuovo libro, pubblicato da Bompiani, parte dall’infanzia condivisa da Felice, Mauro e l’altro fratello Richeto sulle Dolomiti, segnata dall’abbandono della madre e dalla convivenza con un padre dipendente dall’alcol.
Felice è però il primo a tentare di allontanarsi da quel mondo. Appena diciottenne lascia le montagne e raggiunge la Germania, dove trova lavoro come lavapiatti. Il tentativo di costruirsi una vita diversa si interrompe tragicamente dopo pochi mesi, quando il ragazzo viene trovato morto sul bordo di una piscina.
A distanza di quasi sessant’anni Corona torna su quella perdita scegliendo una soluzione narrativa particolare: consegnare la storia alla voce dello stesso Felice. È quindi il fratello scomparso a ricostruire idealmente la propria esistenza e ciò che gli è accaduto, permettendo all’autore di affrontare la memoria attraverso una prospettiva che supera il semplice racconto autobiografico.
Le Dolomiti, l’infanzia difficile, la famiglia e l’abbandono sono elementi che appartengono da tempo all’universo narrativo di Corona, ma “Felice” li concentra intorno a un’assenza rimasta aperta per decenni. Più che ricostruire soltanto le circostanze di una morte, il libro sembra voler restituire una vita a chi ha avuto troppo poco tempo per raccontarla da sé. Il titolo, ridotto semplicemente al nome del fratello, indica già il centro dell’operazione: prima della tragedia, prima del ricordo e prima ancora del dolore di chi è rimasto, c’era una persona.
“Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere” di Claudia Durastanti, La nave di Teseo
Non soltanto romanzi. Tra le novità di settembre arriva anche “Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere”, nuova raccolta di Claudia Durastanti pubblicata da La nave di Teseo. Dopo opere come “La straniera” e “Missitalia”, la scrittrice sceglie questa volta la forma del saggio narrativo e del personal essay per attraversare questioni che appartengono contemporaneamente alla sfera individuale e a quella collettiva.
La raccolta comprende undici scritti che si muovono tra maternità, politica, corpo e linguaggio. Non si tratta quindi di un unico argomento affrontato da prospettive diverse, quanto di un percorso nel quale esperienze apparentemente lontane vengono messe in relazione attraverso il tema del potere e delle forme, talvolta evidenti e talvolta molto più sottili, con cui interviene nei rapporti umani.
Un elemento ricorrente è il rosa, assunto da Durastanti come una sorta di filtro attraverso il quale condurre la ricerca. Un colore culturalmente caricato di significati legati al genere, al corpo e alla femminilità diventa così uno strumento per attraversare esperienze, immagini e questioni politiche.
“Falsi amici” permette inoltre di ritrovare una caratteristica centrale della scrittura di Durastanti: la difficoltà di separare nettamente autobiografia e riflessione culturale. L’esperienza personale diventa materiale dal quale partire per interrogare fenomeni molto più ampi, mentre cultura, politica e linguaggio rientrano continuamente nella percezione di ciò che consideriamo privato. Persino il titolo richiama l’ambiguità delle parole che sembrano familiari ma possono significare qualcosa di diverso: una metafora efficace per un libro interessato proprio alle zone in cui amore, violenza e potere smettono di avere confini immediatamente riconoscibili.
“Amalia, l’obliqua” di Emanuela Canepa, Guanda
Emanuela Canepa, vincitrice del Premio Calvino 2017 con “L’animale femmina”, dedica “Amalia, l’obliqua” a una figura della cultura italiana del primo Novecento che merita di essere riscoperta: Amalia Guglielminetti, poetessa e scrittrice torinese nata nel 1881, protagonista della scena letteraria del proprio tempo e successivamente rimasta in una posizione molto meno centrale nel canone.
Canepa parte quindi da una donna realmente esistita, definita controversa e scomoda, che riuscì ad affermare la propria voce in un ambiente culturale nel quale l’autonomia femminile veniva ancora osservata con sospetto. Guglielminetti ebbe anche un’intensa e tormentata relazione con Guido Gozzano, elemento che ha spesso condizionato il modo in cui la sua figura è stata ricordata, rischiando di spostare l’attenzione dalla scrittrice alla donna legata sentimentalmente a un poeta molto più presente nella memoria letteraria italiana.
“Amalia, l’obliqua” cerca invece di riportarla al centro. Canepa si confronta con Guglielminetti anche per interrogarsi sulla propria esperienza di autrice, sulla libertà necessaria per affermare un talento e sul prezzo che una donna può essere chiamata a pagare quando rifiuta il ruolo che la società ha immaginato per lei.
Il libro diventa così qualcosa di più di una ricostruzione biografica. Tra la scrittrice contemporanea e quella del primo Novecento si stabilisce un dialogo a distanza che permette di osservare quanto sia cambiata la condizione delle donne che scrivono e, contemporaneamente, quali domande siano rimaste sorprendentemente attuali. La riscoperta di Amalia Guglielminetti diventa allora anche un’occasione per domandarsi attraverso quali meccanismi costruiamo il canone e perché alcune voci riescano ad attraversare il tempo mentre altre debbano continuamente essere riportate alla luce.
“Madonna di rabbia” di Simona Vinci, Einaudi Stile Libero
Simona Vinci torna in libreria con “Madonna di rabbia”, un romanzo che affronta la maternità allontanandosi deliberatamente dalla sua rappresentazione più rassicurante. Al centro della storia c’è Eva e il rapporto con la figlia Agata, nove anni. La relazione fra le due è attraversata da una contraddizione profonda: Eva soffre l’attaccamento della bambina e contemporaneamente fatica ad accettare l’idea che i loro corpi possano davvero separarsi.
È proprio dentro questa ambivalenza che il romanzo colloca una maternità fatta anche di insofferenza, dipendenza, desiderio di fuga e paura della perdita. Eva tiene un diario dedicato alle storie delle madri che, secondo la definizione utilizzata nel libro, “non ce l’hanno fatta”: donne e artiste come Sylvia Plath, Muriel Spark, Doris Lessing e Nina Simone entrano così nella narrazione come presenze con cui confrontare un’esperienza materna distante dall’immagine idealizzata della madre naturalmente appagata dal proprio ruolo.
A modificare ulteriormente l’equilibrio interviene l’incontro con un’anziana vicina di casa, custode di un parco inaccessibile. Il rapporto apre uno spazio diverso all’interno della vita di Eva e introduce nella storia un’altra generazione femminile, mentre il romanzo continua a interrogare il confine fra protezione e possesso, amore e soffocamento.
Vinci, vincitrice del Super Campiello nel 2016 con “La prima verità”, sceglie quindi un tema antichissimo osservandolo attraverso una sensibilità contemporanea. “Madonna di rabbia” sembra interessato soprattutto a ciò che spesso rimane fuori dai racconti tradizionali sulla maternità: sentimenti contraddittori che possono convivere senza annullarsi e che rendono il rapporto fra madre e figlia molto più complesso di qualsiasi immagine ideale.
Con queste dieci uscite, settembre 2026 si presenta dunque come un mese editoriale particolarmente trasversale. Accanto alla narrativa internazionale e alle saghe familiari trovano spazio il romance, il romanzo investigativo, il saggio personale, la memoria autobiografica e storie che riportano al centro figure femminili dimenticate o esperienze difficili da ricondurre a definizioni semplici. Più che individuare un’unica tendenza, questa selezione racconta proprio la varietà con cui la narrativa contemporanea continua a interrogare famiglia, identità, memoria, amore e appartenenza.

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