Corfù: l’isola del blu e dell’oro dove ritrovare lo sguardo. Il tema del viaggio attraversa da secoli l’immaginario di poeti e scrittori, diventando spesso anche un modo per esplorare dimensioni più profonde dell’esistenza. Viaggiare, del resto, ha sempre significato anche uscire da un percorso conosciuto, accettare l’imprevisto, lasciarsi sorprendere da ciò che non avevamo considerato.
Se nel passato il viaggio era spesso associato al coraggio e all’avventura, oggi sembra accadere quasi il contrario. La velocità della vita contemporanea e la possibilità di pianificare ogni dettaglio hanno trasformato il viaggio in un’esperienza sempre più prevedibile. Sappiamo dove andare, cosa vedere, dove mangiare e perfino quali fotografie scattare.
L’overtourism è forse soltanto la manifestazione più evidente di un fenomeno più profondo: la progressiva rinuncia a errare, per paura di sbagliare.
Il viaggio rischia così di diventare una comfort zone, nella quale ogni scelta viene anticipata dagli algoritmi e le mete vengono selezionate sulla base delle esperienze di chi è passato prima di noi.
Esistono ancora, però, mete che sembrano offrire soluzioni per sottrarsi a questa logica. Luoghi nei quali una strada stretta e tortuosa obbliga a rallentare, una deviazione può condurre verso una fortezza inattesa e un tramonto osservato dall’alto restituisce al paesaggio una prospettiva diversa.
Corfù è uno di questi luoghi.
“Corcyra è tutto blu e oro veneziano, completamente sbiadita dal sole. […] Le valli meridionali sono dipinte con audaci pennellate di giallo e rosso, mentre gli alberi di Giuda punteggiano le strade con le loro polverose esplosioni viola.
— Lawrence Durrell, La grotta di Prospero (Prospero’s Cell), 1945
Le strade che obbligano a rallentare
Fare un viaggio su un’isola significa spesso affidarsi a strade che, dopo pochi giorni, iniziano a diventare familiari. A Corfù, però, la familiarità non coincide necessariamente con la giusta direzione.
Il viaggio comincia dall’aeroporto, appena fuori dalla capitale, e poco alla volta si allontana dal centro cittadino. Le strade diventano più sconnesse, attraversano uliveti, si arrampicano sulle colline e scendono verso il mare.
Sono strade che suggeriscono un altro ritmo. Ed è proprio ciò che può sembrare un limite a diventare il loro pregio: rallentare permette allo sguardo di aprirsi.
La velocità lascia spazio all’attenzione: a un borgo silenzioso con muri scrostati, agli anziani seduti all’ombra di una taverna, al profumo della macchia mediterranea riscaldata dal sole, al verde degli uliveti che sembrano precipitare verso la costa. Sono presenze che non erano previste e che, proprio per questo, finiscono per diventare parte essenziale del viaggio.
La dualità del verbo errare acquista qui la sua accezione più nobile: quella di chi, per scelta o per errore, sbaglia strada e si lascia guidare da essa.
Ma errare significa anche accogliere la fatica. Quella di guidare con attenzione su strade impervie, di sostare sotto il sole, di distogliere momentaneamente lo sguardo dalla destinazione. Non tutto ciò che vale la pena vedere può essere programmato, come la fugace visione di una casa bianca.
“Una casa bianca appoggiata come un dado su una roccia nobilitata dai segni del vento e dell’acqua.”
Lawrence Durrell, La grotta di Prospero (Prospero’s Cell), 1945
Le spiagge di Corfù, ognuna con il suo modo di essere mare
Le isole hanno il potere di mostrare il mare ogni volta da un’angolazione diversa, e in questo Corfù è maestra. Bastano pochi minuti in auto per passare da località balneari affollate come Paleokastritsa, con le sue baie e i suoi tratti di costa più frequentati, a piccole calette nascoste tra scogli bruciati dal sole, dove si ode soltanto il frinire delle cicale.
Improvvise distese di blu e di verde acqua invitano a tuffi improvvisati, anche per chi, meno esperto, guarda il mare con una certa cautela. L’acqua fresca sulla pelle sembra cancellare in un istante la fatica della strada. Molte spiagge hanno una morfologia particolare, fatta di lingue di terra che si protendono nell’acqua e creano piccole insenature, dove il mare rimane più calmo e invita a esplorare anfratti e grotte nascoste. A Sidari la costa sembra quasi cercare di entrare nel mare, creando passaggi e insenature che rendono irresistibile tuffarsi.
Non è soltanto il paesaggio a cambiare: cambia il modo in cui ci si rapporta al mare. In una spiaggia affollata il mare diventa uno spazio per la convivialità; in una piccola caletta può trasformarsi invece in una dimensione più intima, quasi privata. E quando per raggiungerla occorre seguire una strada secondaria o lasciare l’auto per proseguire a piedi verso Porto Timoni, anche l’acqua sembra acquistare un valore diverso: è un premio che si è dovuto guadagnare.
Quando il tramonto cambia prospettiva
Come la maggior parte delle isole, Corfù si vive principalmente dal basso. In spiaggia, al mare, su una barca che ne costeggia il profilo. C’è però una prospettiva inedita capace di cambiarne completamente la percezione: quella del tramonto visto dall’alto.
Solitamente ci si arriva con un trekking, accaldati, con la pelle ancora arrossata dopo ore trascorse al sole. Anche la salita, con lo zaino sulle spalle e le gambe appesantite dalla fatica, diventa parte integrante della scoperta. Quando ad Afionas si raggiunge il punto panoramico e ci si concede una tregua, davanti agli occhi si apre un paesaggio diverso da quello incontrato durante il giorno: il sole, ormai basso sull’orizzonte, si tinge di rosso e sembra immergersi lentamente nel mare.
L’azzurro che poche ore prima invitava a immergersi lascia spazio a tonalità più profonde e libera malinconie dimenticate durante il giorno. L’isola, osservata dall’alto, sembra quasi mostrare un volto più austero, come se per un momento non appartenesse più a chi la attraversa. La forza del tramonto è questa: non aggiunge semplicemente bellezza al paesaggio, cambia la profondità dello sguardo.
“Ci sono paesi che permettono di scoprire paesaggi, usi e costumi nuovi. La Grecia offre qualcosa di più forte: la scoperta di sé.”
– Lawrence Durrell, La grotta di Prospero (Prospero’s Cell), 1945
E forse, al termine di questo viaggio, viene spontaneo abbandonare lo smartphone e affidare a una cartolina, o ad una pagina di diario, ciò che abbiamo visto.

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