Quando ci avviciniamo al pensiero giapponese attraverso parole come ikigai, wabi-sabi o Zen, rischiamo facilmente di trasformare concetti complessi in formule da applicare alla vita quotidiana. Eppure ciò che li rende interessanti non è la promessa di una soluzione immediata, quanto il fatto che spesso partono da presupposti diversi dai nostri: il valore può trovarsi in ciò che sembra piccolo, l’identità individuale non è separabile dalle relazioni, una parola non è necessariamente un involucro neutro e persino un gesto ordinario può acquisire una dimensione etica.
I cinque libri scelti permettono di entrare in questo universo da prospettive molto differenti. Alcuni hanno un carattere divulgativo e orientato alla crescita personale, mentre Lo Zen e la cultura giapponese di Daisetz T. Suzuki appartiene a tutt’altra tradizione intellettuale e richiede una lettura più critica e approfondita. Considerati insieme, però, offrono cinque ingressi possibili a una domanda molto più grande: che cosa cambia quando proviamo a pensare la vita attraverso categorie che non sono nate nella nostra cultura?
5 libri per 5 concetti fondamentali della filosofia giapponese
1. Ikigai: una ragione per vivere non deve necessariamente essere grandiosa
Il piccolo libro dell’ikigai. La via giapponese alla felicità di Ken Mogi, traduzione di Anna Rusconi, Feltrinelli
Ikigai viene spesso tradotto come “ragione di vita” o “ciò per cui vale la pena vivere”, ma proprio questa traduzione può farlo sembrare più solenne di quanto debba essere. Nell’interpretazione proposta da Ken Mogi, infatti, l’ikigai può trovarsi anche nelle esperienze apparentemente minime: un’abitudine amata, il piacere di svolgere bene un’attività, un incontro, qualcosa che rende desiderabile l’inizio di una nuova giornata.
È una prospettiva interessante soprattutto per una cultura che tende a collegare la realizzazione personale al raggiungimento di obiettivi riconoscibili. Se la domanda diventa continuamente “che cosa sto costruendo?”, persino ciò che amiamo rischia di essere misurato in termini di produttività. L’ikigai sposta l’attenzione.
Una vita può avere valore anche attraverso ciò che non produce prestigio, denaro o risultati misurabili. Il piacere della ripetizione, la cura di qualcosa, una competenza coltivata senza bisogno di trasformarla in professione possono essere sufficienti a dare significato a una parte dell’esistenza.
Il libro di Mogi può quindi essere letto non come una ricetta per trovare “lo scopo della propria vita”, ma come un invito a ridimensionare proprio l’ossessione dello scopo. Forse non dobbiamo sempre cercare una grande risposta alla domanda su cosa renda significativa la nostra esistenza. A volte conviene osservare ciò che già ci fa desiderare domani.
2. Omoiyari: capire l’altro prima che sia costretto a chiedere
Omoiyari. L’arte giapponese di prendersi cura degli altri di Erin Niimi Longhurst, illustrazioni di Ryo Takemasa, HarperCollins
Omoiyari indica una forma di attenzione verso l’altro che comprende empatia, considerazione e capacità di anticiparne esigenze e sentimenti. Non coincide semplicemente con l’essere gentili, perché implica un passaggio ulteriore: provare a immaginare la posizione dell’altra persona e comportarsi tenendone conto.
Erin Niimi Longhurst parte da questo concetto per costruire un percorso che collega la cura degli altri alla cura di sé e introduce, tra gli altri, termini come wa, armonia, omotenashi, legato all’ospitalità, e onkochishin, l’idea di rivolgersi al passato per ricavarne una comprensione nuova.
Dietro una proposta apparentemente semplice emerge una questione importante: quanto delle nostre relazioni è costruito sull’attesa che l’altro esprima esplicitamente ciò di cui ha bisogno?
L’omoiyari invita invece a sviluppare attenzione. Osservare, ascoltare, ricordare e comprendere il contesto diventano parte della relazione stessa.
Naturalmente non significa presumere di conoscere i desideri altrui né cancellare i propri bisogni in nome dell’armonia. È proprio qui che il concetto diventa interessante da discutere criticamente: prendersi cura dell’altro richiede sensibilità, ma una relazione sana necessita anche di reciprocità e comunicazione.
La “perla” da conservare potrebbe allora essere questa: la gentilezza più profonda comincia spesso prima della richiesta.
3. Zen: smettere di separare il pensiero dal modo in cui viviamo
Lo Zen e la cultura giapponese di Daisetz T. Suzuki, Adelphi
Tra i cinque libri questo è quello da affrontare con maggior profondità, anche perché Suzuki non propone semplicemente un’abitudine giapponese da importare nella quotidianità. Cerca di mostrare come lo Zen abbia dialogato con differenti espressioni della cultura del Giappone, dalle arti all’atteggiamento attribuito ai samurai, fino alla sensibilità estetica.
Il punto interessante riguarda il rapporto tra esperienza e conoscenza.
Siamo abituati a pensare che comprendere qualcosa significhi riuscire a spiegarla. Lo Zen mette in crisi proprio questa equivalenza: esistono forme di conoscenza che passano attraverso la pratica, l’esperienza immediata, il corpo e l’attenzione e che non possono essere completamente ridotte a una definizione.
Pensiamo alla differenza tra conoscere teoricamente ogni principio della cerimonia del tè ed essere capaci di compierla, oppure tra leggere decine di pagine sulla meditazione e sperimentare realmente una pratica contemplativa.
La conoscenza non è soltanto accumulazione di informazioni.
Ed è probabilmente questa una delle idee più fertili da portare fuori dal libro: sapere qualcosa e averla incorporata nella propria esperienza sono due condizioni differenti.
Suzuki va però letto anche storicamente e criticamente. La sua interpretazione dello Zen ha avuto un’enorme influenza sulla maniera in cui il Giappone è stato raccontato in Occidente, ma non rappresenta da sola tutta la complessità della cultura giapponese. Proprio per questo il volume è prezioso: può diventare non soltanto una lettura dello Zen, ma anche l’occasione per domandarci attraverso quali autori abbiamo imparato a immaginare il Giappone.
4. Kotodama: e se le parole non si limitassero a descrivere il mondo?
Kotodama. Il potere delle parole. 60 aforismi di saggezza giapponese di Tomás Navarro, Giunti
Il termine kotodama, letteralmente associato allo “spirito” o all’anima delle parole, rimanda a un’antica concezione secondo la quale il linguaggio possiede una forza che supera la semplice funzione descrittiva.
Il libro di Tomás Navarro utilizza sessanta parole e concetti giapponesi come punto di partenza per riflettere sul benessere emotivo e sul modo in cui il linguaggio influenza il pensiero. È quindi una proposta contemporanea e divulgativa, da non confondere con uno studio storico del kotodama, ma proprio il suo punto di partenza permette di aprire una riflessione affascinante. Le parole non registrano soltanto ciò che pensiamo. Contribuiscono a organizzarlo.
Dare un nome a un’esperienza significa renderla riconoscibile, separarla da altre esperienze, permetterci di comunicarla e talvolta persino di accorgerci che la stavamo vivendo.
Imparare una parola appartenente a un’altra lingua può allora significare incontrare una distinzione che la nostra lingua non ci aveva abituati a formulare nello stesso modo.
Non perché esistano esperienze accessibili esclusivamente ai parlanti di una determinata lingua, ma perché ogni lessico porta con sé una particolare maniera di ritagliare la realtà.
La perla del kotodama diventa così un piccolo esercizio di consapevolezza: prestare attenzione alle parole con cui raccontiamo il mondo significa prestare attenzione al mondo che quelle parole ci aiutano a costruire.
5. Pensare il Giappone senza ridurlo a una singola parola
Il pensiero giapponese. Viaggio nello stile di vita del Sol Levante di Le Yen Mai, Giunti
L’ultimo libro permette di allargare lo sguardo. Invece di concentrarsi esclusivamente su un concetto, Le Yen Mai costruisce una camminata metaforica attraverso Kyoto e altri luoghi del Kansai, utilizzando quindici tappe per avvicinare altrettanti aspetti del pensiero filosofico, spirituale, sociale e culturale giapponese.
Ed è importante che il percorso termini qui, perché dopo aver parlato di ikigai, omoiyari, Zen e kotodama potremmo avere l’impressione che una cultura possa essere compresa attraverso una raccolta di parole suggestive. Naturalmente non è così.
Un concetto acquista significato all’interno di pratiche, trasformazioni storiche, religioni, rapporti sociali e modi di interpretare il mondo. Lo stesso Giappone non possiede un’unica filosofia immobile: buddhismo, shintoismo, confucianesimo, modernizzazione, cultura popolare e influenze straniere hanno prodotto stratificazioni, conflitti e contaminazioni.
Il libro diventa quindi una possibile porta d’ingresso proprio perché invita a collegare le idee ai luoghi e alle pratiche nelle quali assumono significato.
La quinta perla è forse la più importante: comprendere una cultura significa accettare che qualcosa inizialmente ci sfugga.
Non occorre trasformare immediatamente ogni concetto incontrato in una lezione da applicare alla propria vita. Possiamo anche fermarci davanti alla differenza, cercare di capirne le origini e lasciare che metta in discussione categorie che consideravamo universali.
Cinque parole, ma soprattutto cinque domande
Ikigai, omoiyari, Zen e kotodama appartengono a storie e tradizioni differenti, mentre il viaggio proposto da Le Yen Mai permette di ricollocare queste suggestioni all’interno di un panorama più ampio. Considerarli insieme non significa quindi cercare una fantomatica formula giapponese della felicità, ma usare cinque libri per aprire altrettante domande.
Che cosa rende significativa una giornata quando smettiamo di misurarla attraverso i risultati? Quanto siamo capaci di accorgerci degli altri prima che ci dicano ciò di cui hanno bisogno? Quante cose conosciamo soltanto teoricamente senza averle mai sperimentate? Quanto il linguaggio condiziona ciò che riusciamo a vedere? E soprattutto, siamo ancora capaci di incontrare un’altra cultura senza chiedere immediatamente che ci insegni qualcosa su noi stessi?
Forse la lezione più interessante è proprio questa. La filosofia non deve necessariamente consegnarci risposte da appendere alla parete. A volte serve a farci tornare alle nostre abitudini con una domanda che prima non avevamo.
E cinque buone domande possono essere molto più preziose di cinque regole per vivere meglio.

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