Chi ci insegna a essere uomini, donne? 5 libri per mettere in discussione le identità che ci vengono assegnate

Cresciamo imparando molto presto che esistono modi corretti di essere uomini e donne, di desiderare, di amare, persino di fallire. Non sempre qualcuno ce li insegna apertamente: più spesso li assorbiamo osservando le famiglie, i rapporti tra coetanei, le immagini della felicità che circolano intorno a noi e le aspettative associate al corpo che abitiamo.…

Chi ci insegna a essere uomini, donne? 5 libri per mettere in discussione le identità che ci vengono assegnate

Cresciamo imparando molto presto che esistono modi corretti di essere uomini e donne, di desiderare, di amare, persino di fallire. Non sempre qualcuno ce li insegna apertamente: più spesso li assorbiamo osservando le famiglie, i rapporti tra coetanei, le immagini della felicità che circolano intorno a noi e le aspettative associate al corpo che abitiamo. A forza di ripeterli, alcuni comportamenti finiscono per sembrarci naturali, quando potrebbero essere soltanto il risultato di una lunga educazione sociale.

La letteratura diventa particolarmente interessante quando interrompe questo automatismo e prende personaggi che, per scelta o per necessità, non riescono a coincidere con ciò che dovrebbero essere. È quello che accade nei cinque libri che seguono, diversissimi per genere, tono e ambizione: Jérôme Meizoz ragiona sulla costruzione della maschilità attraverso un’opera a metà tra finzione e indagine sociologica, Félicia Viti porta il desiderio tra due donne in una storia segnata dall’ossessione e dalla perdita, Nnedi Okorafor affida a una scrittrice marginalizzata la possibilità di cambiare il mondo raccontandone uno nuovo, mentre Sarina Bowen ed Elle Kennedy e Tony Santorella utilizzano rispettivamente il romance e il fantastico per interrogare le aspettative che accompagnano l’identità queer.

Cinque libri che, messi uno accanto all’altro, fanno emergere soprattutto una domanda: quanto spazio rimane per capire chi siamo, quando qualcuno sembra averlo già deciso al posto nostro?

5 libri per mettere in discussione la propria identità

Fare il ragazzo di Jérôme Meizoz,Wojtek

«Fare il ragazzo» è un’espressione molto più interessante di quanto sembri, perché contiene già l’idea intorno alla quale Jérôme Meizoz costruisce il libro: essere un ragazzo è anche qualcosa che si fa, un insieme di comportamenti che vengono appresi, imitati, premiati oppure puniti fino a trasformarsi in una maniera apparentemente spontanea di stare al mondo.

Meizoz costruisce Fare il ragazzo a metà strada tra indagine sociologica e finzione, facendo procedere parallelamente due esperienze. Da una parte compare un personaggio vicino all’autore, con un’infanzia e un’adolescenza trascorse in una provincia nella quale la maschilità passa attraverso regole non necessariamente dichiarate, proprio per questo ancora più difficili da riconoscere. Dall’altra emerge un giovane che decide di vendere il proprio corpo alle donne senza però penetrarle, introducendo nella relazione sessuale una condizione che incrina una delle associazioni più persistenti tra virilità, prestazione e dominio.

È proprio il corpo a diventare il punto nel quale teoria ed esperienza si incontrano. Prima ancora di poter definire che uomo vuole essere, un ragazzo scopre che esistono comportamenti capaci di confermare oppure mettere in dubbio la sua appartenenza al gruppo. La maschilità appare allora meno come un’identità posseduta una volta per tutte e più come qualcosa da dimostrare continuamente.

Il discorso diventa ancora più significativo quando entra in gioco il desiderio, perché ciò che dovrebbe certificare l’identità maschile può trasformarsi nel luogo in cui essa viene destabilizzata. Il giovane che incontra una femminilità plurale sottrae infatti il rapporto erotico a uno schema prestabilito e scopre altre possibilità di relazione con il proprio corpo e con quello femminile.

Non sorprende che nella presentazione del libro vengano richiamati Pierre Bourdieu e Annie Ernaux: come accade nelle opere capaci di mettere in relazione autobiografia e struttura sociale, il privato diventa uno strumento per osservare qualcosa di collettivo. L’infanzia, il sesso, la vergogna e i gesti quotidiani smettono di appartenere soltanto all’individuo e rivelano il sistema che li ha resi possibili.

Fare il ragazzo, vincitore del Premio svizzero di letteratura nel 2018, può quindi essere letto come un invito a riconoscere la parte costruita di ciò che siamo abituati a considerare naturale. Non per sostenere che l’identità sia falsa, ma per capire quante mani abbiano contribuito a darle forma prima ancora che potessimo scegliere.

La ragazza verticale di Félicia Viti, Edizioni Clichy

Anche il desiderio può avere delle regole. Esistono amori che la narrativa ci ha abituati a riconoscere immediatamente e altri che, quando finalmente trovano spazio, rischiano di essere sottoposti a un’aspettativa diversa: diventare esempi, modelli positivi, rappresentazioni capaci di compensare decenni di invisibilità.

Al centro del romanzo ci sono due donne e una passione descritta come un amour fou: una fugge, l’altra la insegue attraverso una Parigi notturna, finché l’incontro concede loro una tregua destinata a non cancellare la possibilità di una nuova separazione. I corpi si cercano, si raggiungono e si perdono mentre il desiderio assume una forza che non promette necessariamente salvezza.

È importante proprio questo. Una relazione tra due donne non viene caricata dell’obbligo di dimostrare qualcosa sulla bontà dell’amore queer. Può essere feroce, sbagliata, dolorosa, ossessiva; può contenere crudeltà e dipendenza, perché concedere piena cittadinanza letteraria a un desiderio significa anche permettergli di essere imperfetto.

La questione dell’identità si sposta allora dal semplice «chi desideriamo?» verso qualcosa di più scomodo: che cosa diventiamo quando desideriamo qualcuno? Quanto rimane della nostra autonomia quando una persona occupa progressivamente il nostro spazio emotivo? E fino a che punto siamo disposti a confondere l’intensità di un sentimento con la sua capacità di farci bene?

Viti costruisce così un amore tutto al femminile attraversato dalla perdita e dalla distruzione, nel quale la dimensione fisica convive con quella psicologica. Pudore e crudezza, avvicinamento e abbandono diventano movimenti opposti della stessa relazione, mentre Parigi accompagna una deriva che è sentimentale prima ancora che geografica.

Proprio per questo La ragazza verticale può inserirsi nel nostro discorso sull’identità senza essere trasformato in un romanzo «sull’essere queer». Il suo interesse sta altrove: nella possibilità di raccontare due donne desideranti senza ridurle a simboli della loro sessualità.

Perché anche questa è libertà narrativa: poter raccontare un amore queer che non debba insegnarci come dovrebbe essere l’amore.

La morte dell’autrice di Nnedi Okorafor, Mondadori, Oscar Vault

Zelu non corrisponde all’immagine del successo che la sua famiglia sembra aver costruito. Le sorelle hanno intrapreso carriere prestigiose, mentre lei ha scelto la scrittura e, dopo un incidente che la porta a utilizzare una sedia a rotelle, deve convivere anche con genitori iperprotettivi e giudicanti. Il manoscritto al quale ha lavorato viene rifiutato e le prospettive sembrano ridursi ulteriormente.

È da questa posizione che Nnedi Okorafor fa partire La morte dell’autrice, ed è una scelta decisiva perché il romanzo mette in relazione due forme di immaginazione: quella con cui costruiamo noi stessi e quella attraverso cui inventiamo mondi che ancora non esistono.

Quando Zelu decide di smettere di inseguire ciò che pensa possa essere pubblicato e scrive invece il libro che sente davvero di voler scrivere, nasce una storia ambientata in un futuro nel quale androidi e intelligenze artificiali combattono tra le rovine lasciate dalla civiltà umana. Quel testo, apparentemente lontanissimo dalla sua vita quotidiana, finisce per cambiarla e per assumere conseguenze che superano la vicenda individuale, in un percorso che dalla Chicago di Zelu arriva fino a Lagos e oltre i confini terrestri.

La fantascienza diventa così molto più di uno scenario. Se il presente offre a Zelu una serie di definizioni già pronte, dalla figlia problematica alla scrittrice fallita, immaginare il futuro le permette di sottrarsi almeno temporaneamente a quelle categorie. Scrivere significa creare un luogo nel quale le regole possono essere riscritte.

Il rapporto fra corpo, tecnologia e identità acquista allora un significato particolare. Il corpo di Zelu è osservato dagli altri attraverso aspettative, preoccupazioni e giudizi; contemporaneamente, la storia che inventa immagina esseri artificiali alle prese con la propria esistenza dopo l’umanità. In entrambi i casi emerge la domanda su chi possieda l’autorità necessaria per stabilire che cosa sia una vita completa e quali possibilità debba avere.

Okorafor utilizza ironia, fantascienza e metanarrazione per parlare anche del mestiere di scrivere e del rapporto tra creazione e riconoscimento. Il successo non cancella automaticamente le fratture precedenti, così come essere finalmente ascoltati non significa poter controllare ciò che gli altri faranno della nostra voce.

La morte dell’autrice porta quindi il nostro percorso oltre genere e sessualità e mostra un’altra dimensione dell’identità: raccontarsi significa contendersi il diritto di definire la propria storia con tutti coloro che vorrebbero farlo al posto nostro.

Mantieni il segreto di Sarina Bowen ed Elle Kennedy, Always Pubblishing

Keaton Hayworth sembra possedere tutto ciò che dovrebbe rendergli semplice rispondere alla domanda «chi sei?». Ha ventun anni, è un atleta, studia biologia marina, appartiene a una famiglia legata a una dinastia farmaceutica, ha una fidanzata storica e potrebbe diventare presidente della confraternita Alpha Delta. Il suo futuro esiste già, ordinato e riconoscibile. Il problema è che sembra essere stato scritto soprattutto dagli altri.

Luke Bailey si trova quasi all’estremo opposto. Studia economia, lavora troppo, dorme poco e nel fine settimana fa lo spogliarellista. Anche lui vuole la presidenza della confraternita, ma per una ragione molto concreta: ottenere la stanza gratuita che gli consentirebbe di alleggerire almeno una parte delle difficoltà economiche.

Prima di riconoscersi come rivali, però, Keaton e Luke si incontrano altrove. Una chat anonima trasforma LobsterShorts e SinnerThree in due persone libere, almeno momentaneamente, dal peso delle rispettive identità pubbliche. Nessuno dei due deve interpretare ciò che gli altri si aspettano da lui perché, dietro un nickname, quelle aspettative semplicemente non esistono.

Il meccanismo romantico funziona proprio perché l’anonimato non nasconde soltanto: rivela. Keaton può cominciare a interrogare desideri incompatibili con il percorso che sembrava già stabilito, mentre Luke entra in relazione con una persona senza che differenze economiche, competizione e pregiudizi determinino immediatamente il rapporto.

Quando scoprono chi si trova dall’altra parte dello schermo, il conflitto non consiste più soltanto nel mantenere un segreto. Bisogna capire se la versione di sé emersa nell’anonimato possa sopravvivere alla vita reale.

Bowen e Kennedy utilizzano quindi una struttura perfettamente riconoscibile del romance contemporaneo, con rivalità, attrazione, identità nascoste e vita universitaria, per mettere in scena qualcosa che riguarda molte esperienze queer: la distanza tra ciò che gli altri credono di sapere di noi e ciò che possiamo scoprire quando troviamo uno spazio nel quale sperimentare senza doverci immediatamente definire.

La storia d’amore acquista forza proprio perché non offre semplicemente a Keaton qualcuno da amare. Gli offre una domanda che fino a quel momento non aveva avuto bisogno, o possibilità, di formulare: se nessuno avesse già deciso quale vita devo vivere, quale sceglierei?

La vita noiosa di un lupo mannaro gay di Tony Santorella,Fandango

Brian ha venticinque anni, ha lasciato il college, lavora come cameriere per pagare l’affitto, beve troppo, usa Grindr con risultati non sempre memorabili e non sembra avere la minima idea di quale direzione imprimere alla propria vita. Una volta al mese si trasforma anche in un lupo mannaro.

La premessa di La vita noiosa di un lupo mannaro gay contiene già il rovesciamento su cui Tony Santorella costruisce il romanzo. Il licantropo, figura tradizionalmente associata a potenza, violenza, trasformazione e perdita del controllo, viene affidato a un protagonista la cui difficoltà maggiore sembra essere semplicemente riuscire a diventare adulto.

Brian è gay, ma il romanzo non utilizza la sua sessualità come unico motore della crisi. Il problema non è scoprire di essere queer: è capire che cosa farsene della propria vita quando quell’identità non fornisce magicamente le risposte a tutto il resto. Ci sono il lavoro sottopagato, gli amici Nik e Darby che iniziano a preoccuparsi per lui, gli incontri che finiscono nel ghosting, la rabbia e una generale sensazione di fallimento.

Poi arriva Tyler, affascinante imprenditore ossessionato dal self-help, con una proposta apparentemente perfetta: una start-up di auto-aiuto per lupi mannari. Brian intravede finalmente la possibilità di rimettere ordine nella propria esistenza, imparando a controllare la trasformazione e quella parte di sé che gli sembra ingestibile.

È qui che la comicità del romanzo rivela il suo bersaglio più interessante. Persino essere un licantropo può diventare un problema da ottimizzare, trasformare in metodo, inserire in un mercato e possibilmente monetizzare. L’insicurezza viene convertita in prodotto e l’identità diventa qualcosa su cui lavorare incessantemente per ottenere una versione più efficiente di sé.

Più Brian si avvicina a questa promessa di miglioramento, però, più rischia di perdere i legami con Nik e Darby, mentre il progetto di Tyler mostra progressivamente un volto molto meno innocuo. La ricerca del «proprio branco» entra così in conflitto con l’idea che migliorarsi significhi necessariamente correggere tutto ciò che appare disordinato.

Dietro licantropi, Grindr e sangue, Santorella racconta allora una condizione estremamente contemporanea: sentirsi in ritardo rispetto a una vita adulta che sembrava dover arrivare automaticamente. Essere queer è una parte di Brian, così come essere un lupo mannaro, ma nessuna etichetta riesce a spiegare completamente chi sia.

Forse è proprio questa la cosa meno noiosa del romanzo: l’identità non coincide con la risposta alla domanda su chi siamo, ma con il diritto di continuare a cercarla.

Forse diventare se stessi significa smettere di interpretare bene la parte

Un ragazzo impara la maschilità prima ancora di sapere che la sta imparando. Due donne possono amarsi senza che la loro relazione debba trasformarsi in un modello. Una scrittrice può scoprire che inventare un futuro significa reclamare il diritto di immaginare diversamente anche la propria vita. Un ragazzo apparentemente destinato a seguire un percorso perfetto può riconoscersi dietro un nickname, mentre un lupo mannaro gay può avere problemi molto più complicati della propria sessualità.

Sono libri lontani tra loro, e proprio per questo il dialogo che nasce accostandoli è interessante. Nessuno offre una definizione definitiva dell’identità; tutti mostrano invece quanto essa venga continuamente negoziata tra corpo e desiderio, appartenenza e libertà, ciò che riconosciamo in noi e ciò che il mondo pretende di riconoscere al nostro posto.

Forse la domanda, allora, non è soltanto chi ci insegni a essere uomini, donne o queer. È quando cominciamo ad accorgerci di aver ricevuto quell’insegnamento e cosa decidiamo di farne una volta che possiamo finalmente metterlo in discussione.