A novanta chilometri da Roma esiste un giardino nel quale le forme sembrano aver smesso di rispettare le regole. Mostri emergono dalla pietra, edifici inclinati mettono in crisi la percezione, figure gigantesche convivono con creature mitologiche e iscrizioni enigmatiche. È il Sacro Bosco di Bomarzo, legato alla figura di Pier Francesco “Vicino” Orsini, e proprio da questo luogo Manuel Mujica Lainez parte per costruire Bomarzo, romanzo nel quale la ricostruzione storica incontra l’immaginazione fino a trasformare la vita di un uomo del Cinquecento in una domanda molto più universale: che cosa rimane di noi quando non ci siamo più?
La risposta di Vicino Orsini è estrema. Se il corpo è destinato a scomparire, forse è possibile lasciare qualcosa che continui a parlare al suo posto. Un’opera, un nome, un luogo capace di attraversare i secoli. Il paradosso è che il protagonista di Mujica Lainez desidera l’immortalità mentre conduce un’esistenza fatta anche di menzogne, manipolazioni, ambizione e violenza. La morte è inevitabile. Essere dimenticati, forse, no. Ed è nello spazio tra queste due possibilità che nasce Bomarzo.
Bomarzo di Mujica Lainez, Sur
Pier Francesco Orsini appartiene a una delle grandi famiglie aristocratiche italiane e vive nel cuore di un Rinascimento molto diverso dall’immagine armoniosa che spesso ne conserviamo. Dietro le opere d’arte, le corti e lo splendore convivono infatti rivalità dinastiche, guerre, intrighi, potere ecclesiastico, assassinii e un rapporto con la morte molto più quotidiano del nostro.
Mujica Lainez prende questa figura storica e la trasforma nel narratore della propria esistenza, costruendo un memoriale immaginario nel quale storia e invenzione diventano difficili da separare.
Il suo Vicino nasce segnato da una deformità fisica e cresce con la consapevolezza di essere percepito come inadeguato rispetto al prestigio del cognome che porta. È un elemento fondamentale perché l’ambizione del protagonista non nasce semplicemente dalla sete di potere: è legata anche allo sguardo degli altri.
Essere un Orsini significa appartenere a una storia che sembra già scritta. Vicino, invece, deve trovare un modo per imporre la propria presenza dentro quella storia.
Quando un oroscopo gli predice una vita eterna, la promessa assume allora un significato che supera la semplice paura della morte. Diventa la possibilità di vincere contro tutto ciò che lo ha fatto sentire insufficiente.
Perché abbiamo bisogno di lasciare qualcosa dopo di noi?
L’immortalità inseguita in Bomarzo può sembrare la fantasia di un aristocratico rinascimentale, ma il desiderio che la produce è sorprendentemente riconoscibile. Cambiano gli strumenti, non necessariamente la paura.
Costruiamo opere, scriviamo libri, conserviamo fotografie, tramandiamo storie familiari, attribuiamo il nostro nome a ciò che abbiamo creato. Dietro molti di questi gesti esiste anche una necessità elementare: lasciare una traccia.
Vicino porta questo desiderio alle estreme conseguenze. Vuole sopravvivere alla propria esistenza e sembra disposto a pagare qualsiasi prezzo pur di riuscirci.
Il romanzo pone così una domanda scomoda: quanto della nostra ricerca di grandezza nasce davvero dal desiderio di creare e quanto dalla paura di scomparire?
Perché l’immortalità possiede almeno due significati. Esiste quella impossibile del corpo e quella simbolica della memoria. Un essere umano muore, mentre ciò che ha costruito può continuare a esistere, talvolta separandosi completamente dalle intenzioni originarie del suo creatore. È esattamente ciò che accade a Bomarzo.
Il Sacro Bosco: costruire qualcosa che sopravviva al proprio creatore
Il Sacro Bosco diventa quindi molto più di uno scenario suggestivo. Le sue creature mostruose, le architetture anomale e le figure scolpite nella roccia sembrano offrire una forma materiale a un immaginario interiore. La pietra permette a ciò che è instabile, paura, desiderio, ossessione, memoria, di assumere una forma capace di resistere al tempo.
Ed è qui che Bomarzo acquista una dimensione affascinante anche per il lettore contemporaneo.
Vicino Orsini non può controllare la morte, ma può intervenire sulla memoria. Può creare qualcosa destinato a esistere indipendentemente da lui.
Tuttavia c’è un problema: non possiamo controllare il modo in cui saremo ricordati.
Un’opera sopravvive al suo autore proprio perché smette di appartenergli completamente. Generazioni successive la interpretano, la trasformano, le attribuiscono significati nuovi. Il luogo concepito da un uomo del Cinquecento diventa così, secoli dopo, oggetto di studi, interpretazioni, viaggi e fascinazioni che il suo creatore non avrebbe potuto prevedere. L’immortalità, quindi, comporta una perdita di controllo.
Per continuare a esistere nella memoria degli altri dobbiamo accettare che saranno gli altri a decidere chi siamo stati.
Un Rinascimento molto lontano dalle cartoline
Mujica Lainez utilizza la vicenda di Orsini anche per entrare in un Cinquecento popolato da principi, cardinali, artisti, cortigiani e buffoni, nel quale la magnificenza convive continuamente con la brutalità.
È importante perché Bomarzo mette in crisi l’immagine del Rinascimento come parentesi luminosa fatta esclusivamente di bellezza, arte e riscoperta dell’uomo.
La bellezza esiste, ma accanto alla violenza.
La cultura convive con l’ambizione politica. La raffinatezza delle corti non elimina crudeltà, rivalità e manipolazioni. L’arte stessa nasce all’interno di sistemi di potere e può diventare uno strumento attraverso il quale affermare prestigio, identità e memoria. Il Rinascimento di Mujica Lainez appare quindi umano proprio perché contraddittorio.
E Vicino ne è una creatura perfetta: vulnerabile e spietato, colto e ossessionato, desideroso di essere amato ma capace di utilizzare gli altri per raggiungere i propri scopi.
Possiamo amare un protagonista che compie azioni terribili?
È uno degli elementi che rende Bomarzo particolarmente interessante. Vicino racconta se stesso.
Questo significa che entriamo nella storia attraverso la voce dell’uomo che dovrebbe essere giudicato. Conosciamo le sue paure, le umiliazioni, i desideri, le giustificazioni. Vediamo ciò che compie, ma contemporaneamente sappiamo perché pensa di compierlo. Comprendere, però, non significa assolvere.
Ed è proprio qui che un protagonista moralmente ambiguo diventa più interessante di un personaggio costruito per essere semplicemente amato. Vicino può mentire, manipolare e arrivare alla violenza pur di ottenere ciò che desidera, mentre il romanzo permette al lettore di rimanere dentro la sua coscienza.
Nasce così una distanza inquietante tra empatia e giudizio.
Possiamo riconoscere la paura che muove qualcuno senza approvare ciò che quella paura produce. Possiamo comprendere il bisogno di essere riconosciuti senza giustificare il prezzo pagato dagli altri.
La letteratura diventa allora uno spazio nel quale osservare il male senza doverlo semplificare.
L’arte può renderci immortali?
Vicino Orsini appartiene al XVI secolo, ma possiamo ancora pronunciarne il nome. Possiamo camminare nel luogo legato alla sua memoria e interrogarci sul significato delle sue creature. Manuel Mujica Lainez, secoli dopo, ha trasformato quell’uomo in un personaggio e, attraverso il romanzo, gli ha concesso un’altra esistenza ancora.
L’immortalità che il protagonista desidera non può essere quella promessa letteralmente dall’oroscopo. È invece quella imprevedibile della cultura: continuare a esistere perché qualcuno, in un tempo che non possiamo conoscere, continua a raccontarci, ma significa anche accettare che ciò che rimane non coinciderà mai perfettamente con noi.
Resteranno frammenti. Un nome. Delle pietre. Un giardino popolato di mostri. Documenti, interpretazioni, leggende. E poi un romanziere argentino che, quattro secoli più tardi, prenderà tutto questo e inventerà nuovamente Vicino Orsini.
È questa la forma di immortalità che Bomarzo riesce davvero a raccontare: non vivere per sempre, ma continuare a cambiare nella memoria di persone che non incontreremo mai.

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