Quando pensiamo alla storia del Giappone, soprattutto osservandola dall’Occidente, rischiamo facilmente di trasformarla in una successione di immagini diventate familiari: samurai, imperatori, geishe, templi, guerrieri e grandi capitali. È una rappresentazione che non è necessariamente falsa, ma che lascia ai margini molte delle persone attraverso cui quella stessa cultura è stata costruita, trasformata e raccontata.
Maria Teresa Orsi e Fabio Sebastiano Tana scelgono proprio una strada laterale in La ragazza che inventò il kabuki e altre storie, pubblicato da Einaudi: attraversare circa dieci secoli di Giappone seguendo sei donne e altrettanti luoghi, interrogando contemporaneamente la storia e il modo in cui essa diventa memoria, racconto e infine mito.
Non siamo quindi davanti a una storia generale del Giappone e neppure a una semplice raccolta di biografie. Le protagoniste appartengono a epoche differenti e vengono osservate anche attraverso le trasformazioni che la cultura successiva ha operato sulle loro immagini. Una donna realmente esistita può diventare personaggio teatrale, figura letteraria, eroina di un manga o icona televisiva; secoli dopo la sua morte, continua così a raccontare qualcosa della società che ogni volta decide di rappresentarla nuovamente.
La ragazza che inventò il Kabuki, Maria Teresa Orsi, Fabio Sebastiano Tana, Einaudi
La struttura scelta dagli autori permette di muoversi attraverso il paese e contemporaneamente nel tempo. Dal tempio di Ishiyama al castello della Signora di Yodo a Osaka, da Kyoto ed Edo fino a Izumo e al Kyūshū, il territorio non costituisce uno sfondo neutro: ogni luogo conserva una storia e diventa un punto attraverso il quale entrare in un’epoca.
Al centro rimangono sei figure femminili molto diverse. C’è chi vive la dimensione della corte, chi conosce l’instabilità del potere e della gloria, chi sceglie il monastero, chi attraversa il conflitto politico, chi rompe le convenzioni attraverso l’arte e chi, come l’anarchica e femminista Itō Noe, mette direttamente in discussione l’ordine sociale del proprio tempo.
Il risultato è particolarmente interessante perché permette di incontrare la storia giapponese non partendo esclusivamente dai protagonisti che normalmente ne occupano il centro. Le donne non sono presenze laterali rispetto agli avvenimenti degli uomini: diventano il punto da cui osservare quegli stessi avvenimenti.
Ed è uno spostamento di prospettiva tutt’altro che secondario.
Izumo no Okuni e il paradosso della donna che inventò il kabuki
La figura annunciata dal titolo è Izumo no Okuni, tradizionalmente associata alle origini del kabuki all’inizio del XVII secolo. La sua vicenda contiene uno dei paradossi più affascinanti della storia del teatro giapponese: una forma spettacolare nata anche dall’iniziativa e dalla presenza scenica femminile sarebbe diventata, nel corso del Seicento, un teatro dal quale le donne furono escluse.
Il primo kabuki era lontano dalla forma altamente codificata che conosciamo oggi. Le esibizioni legate a Okuni giocavano con danza, spettacolo popolare, eccentricità dei costumi e rappresentazione dei tipi sociali. Anche l’abbigliamento poteva diventare performance: Okuni è ricordata, fra l’altro, per l’adozione scenica di abiti e atteggiamenti maschili.
Questo elemento rende la sua storia particolarmente fertile per leggere il rapporto tra genere e rappresentazione nella cultura giapponese. Il palcoscenico permette infatti di mostrare quanto ciò che percepiamo come maschile o femminile possa essere costruito attraverso vestiti, gesti, postura, voce e comportamento. Il corpo dell’interprete diventa uno spazio nel quale l’identità può essere messa in scena, imitata, esagerata e trasformata.
Quando nel 1629 le autorità dello shogunato Tokugawa proibirono alle donne di esibirsi nel kabuki, il teatro non scomparve. Furono prima giovani uomini e successivamente attori adulti a interpretare anche i personaggi femminili, favorendo lo sviluppo della tradizione degli onnagata. La femminilità teatrale, dunque, continuò a esistere, ma attraverso corpi maschili specializzati nella sua rappresentazione.
Il paradosso è evidente: una tradizione associata alla creatività di una donna sopravvive attraverso la sua progressiva esclusione dal palcoscenico.
Che cosa rimane di una donna quando diventa un mito?
Il libro di Orsi e Tana diventa ancora più interessante quando alle fonti storiche affianca quelle letterarie, teatrali e popolari. Le protagoniste non rimangono infatti immobili nel periodo in cui sono vissute: continuano a trasformarsi.
È forse questo uno degli strumenti migliori per comprendere una cultura, perché la domanda smette di essere soltanto «chi era questa donna?» e diventa «perché generazioni diverse hanno continuato a raccontarla?».
Un personaggio storico reinterpretato in un manga molti secoli dopo non ci parla soltanto dell’epoca originaria. Ci dice qualcosa anche del Giappone contemporaneo che ha deciso di recuperarlo, modificarlo e attribuirgli un nuovo significato.
Gli autori costruiscono così un dialogo fra cultura cosiddetta alta e cultura pop, senza considerare la seconda una versione impoverita della prima. Teatro, letteratura, arti figurative, manga e televisione appartengono a momenti differenti della stessa lunga elaborazione culturale.
Donne dentro il potere, donne contro il potere
Fra le figure evocate dal volume compare anche Kenreimon’in, legata alla famiglia Taira e alla tragedia politica narrata nello Heike monogatari. La sua esistenza attraversa il potere imperiale, la guerra, la perdita e infine il ritiro religioso.
In una vicenda come la sua emerge un’altra questione centrale: quale margine d’azione possedeva una donna all’interno di strutture sociali e familiari governate prevalentemente dagli uomini?
Non sempre la risposta coincide con una ribellione esplicita. Anche osservare come una donna negozia lo spazio che le viene concesso, come sopravvive alla caduta della propria famiglia o come viene successivamente trasformata dalla letteratura significa ricostruire forme differenti di soggettività femminile.
Secoli dopo, con Itō Noe, la questione assume caratteristiche radicalmente diverse. Siamo ormai nel Giappone moderno e davanti a una donna che interviene direttamente nel dibattito politico e sociale, legando emancipazione femminile, critica delle convenzioni e anarchismo.
Mettere figure tanto lontane all’interno dello stesso itinerario permette di evitare un errore frequente: immaginare la storia delle donne come un percorso lineare che procede semplicemente dall’oppressione verso l’emancipazione. Ogni epoca costruisce invece possibilità, divieti e forme di trasgressione differenti.
Un altro modo di viaggiare in Giappone
C’è infine la geografia. Kyoto, Osaka, Izumo, Kyūshū e gli altri luoghi attraversati acquistano significato perché qualcuno li ha abitati, perduti, desiderati o trasformati.
La ragazza che inventò il kabuki può quindi essere letto anche come un particolare libro di viaggio, nel quale visitare un luogo significa chiedersi quali storie siano nascoste nel paesaggio che abbiamo davanti.
Il Giappone che ne emerge non è immobile e neppure riducibile alla contrapposizione ormai abusata tra tradizione e modernità. È una cultura nella quale il passato viene continuamente riscritto dal presente e nella quale una figura vissuta secoli fa può riapparire sotto forme completamente differenti.
Leggere La ragazza che inventò il kabuki e altre storie
Il libro di Maria Teresa Orsi e Fabio Sebastiano Tana offre soprattutto uno strumento: insegna a guardare la cultura giapponese attraverso le sue trasformazioni, anziché cercarne un’immagine definitiva.
Le sei protagoniste consentono di parlare di potere, condizione femminile, arte, religione, politica e rappresentazione, ma soprattutto mostrano quanto una persona possa continuare ad avere una vita culturale molto dopo la propria esistenza storica. Ogni reinterpretazione aggiunge qualcosa e contemporaneamente rivela le domande dell’epoca che l’ha prodotta.
La vicenda di Okuni ne è forse l’esempio più affascinante. Una donna contribuisce alla nascita di una forma teatrale destinata a diventare uno dei simboli culturali del Giappone; le donne vengono poi escluse da quella stessa forma; uomini specializzati imparano a costruire sul palcoscenico una femminilità codificata; infine, secoli dopo, torniamo alla figura della fondatrice per interrogarci nuovamente sul rapporto tra corpo, genere e rappresentazione.

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