Prima ancora che compaiano fantasmi, rumori nella notte o presenze maligne, la protagonista di Diavola deve affrontare qualcosa di molto più familiare: una famiglia che da sempre la fa sentire fuori posto.
È proprio qui che Jennifer Thorne compie la sua operazione più interessante. Utilizza gli strumenti dell’horror per raccontare un’esperienza profondamente umana: la sensazione di essere la persona sbagliata nel posto sbagliato, anche quando quel posto dovrebbe essere casa.
Il risultato è un romanzo che fa paura, certo, ma che riesce anche a colpire corde emotive molto reali.
“Diavola”, di Jennifer Thorne
Anna arriva in Toscana insieme alla sua famiglia per trascorrere una vacanza in un piccolo agriturismo immerso nella tranquillità della campagna. Dovrebbe essere un periodo di riposo e, invece, fin dalle prime pagine, emerge un clima di tensione costante.
Il fratello evita i conflitti ma vive intrappolato in una relazione tossica. La sorella sembra provocare ogni discussione possibile. La madre giudica continuamente le scelte della figlia. Il padre, nel tentativo di mantenere la pace, finisce spesso per peggiorare le cose.
Anna si muove all’interno di questo equilibrio fragile come qualcuno che conosce perfettamente il proprio ruolo: quello della persona che non viene mai davvero capita.
Quando però strani rumori iniziano a riecheggiare nella notte, gli abitanti del villaggio lanciano inquietanti avvertimenti e il passato oscuro della villa emerge lentamente, il romanzo cambia pelle. L’orrore soprannaturale entra in scena, un’antica presenza sembra abitare il luogo, un fantasma malevolo osserva, manipola, alimenta rancori e paure.
Eppure Jennifer Thorne è troppo intelligente per limitarsi a costruire una semplice storia di fantasmi. Il vero cuore del libro non è il soprannaturale, è il modo in cui il soprannaturale amplifica tutto ciò che era già presente, le incomprensioni diventano ferite, irancori diventano ossessioni, le fragilità diventano punti di rottura.
La villa non crea il male, lo porta semplicemente alla luce, ed è proprio questo a rendere Diavola così efficace.
Jennifer Thorne e l’arte di raccontare chi si sente escluso
Jennifer Thorne appartiene a quella categoria di autrici che utilizzano il fantastico non per fuggire dalla realtà, ma per osservarla meglio.
I suoi romanzi sono popolati da creature inquietanti, luoghi maledetti e situazioni estreme, ma al centro rimangono sempre le persone.
In Diavola l’autrice costruisce una protagonista che non ha bisogno di essere perfetta per risultare vicina al lettore. Anna è ironica, intelligente, esasperata, spesso arrabbiata. È una donna che ha passato anni a sentirsi giudicata e che ha imparato a difendersi aspettandosi sempre il peggio.
Molti lettori si riconosceranno in lei ben prima dell’arrivo dei fantasmi.
Perché quasi tutti, almeno una volta nella vita, hanno avuto l’impressione di essere l’elemento fuori posto di una famiglia, di un gruppo o di una situazione.
Jennifer Thorne prende questa esperienza universale e la trasforma in una storia dell’orrore.
Un horror gotico che parla di famiglia
Negli ultimi anni il genere horror ha trovato una nuova vitalità raccontando paure che non arrivano soltanto dal soprannaturale.
Film, serie e romanzi hanno iniziato a esplorare il peso dei traumi familiari, delle relazioni tossiche e delle dinamiche emotive distruttive.
Diavola si inserisce perfettamente in questa tradizione, da una parte troviamo gli elementi classici del gotico: una villa isolata, una presenza inquietante, un passato oscuro che continua a esercitare la propria influenza sul presente.
Dall’altra troviamo un ritratto molto realistico delle relazioni familiari. Il lettore si ritrova così a chiedersi continuamente dove finisca l’orrore soprannaturale e dove inizi quello quotidiano.
È il fantasma a manipolare la famiglia? O il fantasma trova terreno fertile proprio perché quelle tensioni esistevano già?
Perché leggere “Diavola”
Chi cerca soltanto spaventi e apparizioni troverà comunque una storia capace di creare atmosfera e tensione.
Chi invece ama gli horror che scavano nella psicologia dei personaggi troverà qualcosa di ancora più interessante. Diavola parla del bisogno di essere accettati, parla della rabbia accumulata negli anni, parla delle ferite che continuano a sanguinare anche quando tutti fingono che siano guarite.
Soprattutto, racconta cosa succede quando una persona smette di cercare disperatamente l’approvazione degli altri e inizia finalmente a guardare sé stessa con occhi diversi.
Per questo il fantasma di Villa Taccola non è soltanto una presenza maligna, diventa il catalizzatore di un cambiamento, costringe Anna a confrontarsi con tutto ciò che ha sempre cercato di ignorare.
E alla fine il romanzo lascia una sensazione sorprendente: quella di aver letto una storia di fantasmi che parla, prima di tutto, dei vivi.
Jennifer Thorne sa bene che i luoghi infestati fanno paura, ma spesso sono le relazioni irrisolte a perseguitarci più a lungo.
