Hermann Hesse svela come superare l’ansia da esami che distrugge i ragazzi (e i genitori)

L’ansia da esami schiaccia i ragazzi? Scopri la lezione di Hermann Hesse per genitori e studenti per superare il panico da voto e ritrovare la vita.

Hermann Hesse svela come superare l'ansia da esami che distrugge i ragazzi (e i genitori)

Ci sono pagine capaci di viaggiare nel tempo per fotografare le nostre ansie, anche quelle attuali. È il caso del romanzo Sotto la ruota di Hermann Hesse, una bussola emotiva straordinaria per le migliaia di ragazzi che si trova ad affrontare l’ansia da esami a scuola, all’università, ai concorsi pubblici. Ma il libro dona un prezioso insegnamento, soprattutto, per chi sta loro vicino.

C’è un istante preciso, nelle settimane che precedono la prova, in cui l’aria tra le mura di casa si fa improvvisamente densa, quasi elettrica. È quel periodo sterile in cui ogni stanza sembra amplificare i rumori: il fruscio nervoso delle pagine, il ticchettio ossessivo di una penna, i respiri pesanti di notte.

Da una parte della porta della camera c’è un giovane umano che si sente sotto assedio, schiacciato dall’illusione che quel voto definirà una volta per tutte il proprio valore. Dall’altra parte ci sono i genitori, sospesi sul filo del rasoio tra la voglia disperata di rendersi utili e un’ansia che finisce per fare pressione.

Ci si muove tutti in punta di piedi, come su un campo minato domestico, dove basta un tentativo di ripasso fallito per far crollare tutto nel verdetto che terrorizza ogni studente, come Hesse ha descritto magistralmente nel Capitolo I del romanzo:

Alla fine si mise a ripetere fra sé i verbi irregolari, e si accorse, spaventato a morte, di non saperli più. Aveva dimenticato tutto! E l’indomani c’era l’esame.

A chi non è capitato di vivere questa sensazione? Tutti ci siamo passati, proprio per questo la comprensione nei confronti di chi si prepara al suo esame deve essere altissima.

Sotto la ruota il libro sull’ansia da esami che tutti dobbiamo superare

Pubblicato nel 1906, Sotto la ruota (Unterm Rad) è la seconda opera narrativa di un Hermann Hesse nemmeno trentenne. Ci troviamo di fronte a un romanzo di formazione profondamente intimo, doloroso e viscerale, ambientato nella rigida Germania meridionale del Württemberg.

Il libro racconta la sorte di Hans Giebenrath, un giovane provinciale orfano di madre. Hans è un ragazzo fragile, magro, ipersensibile e straordinariamente dotato di una forte intelligenza. Un fiore raro che cresce però sotto il tetto di un padre, Joseph, che incarna lo stolido borghese: un uomo comune, ottuso e unicamente ossessionato dal decoro sociale e dal successo.

Per Hans esiste un’unica, angusta stradina per sfuggire alla grigia mediocrità del suo borgo: l’accanito, disperatissimo studio. Spinto dalle aspettative asfissianti di un intero ecosistema adulto, il padre, il preside, il parroco, il ragazzo si chiude in un isolamento forzato, rinunciando pezzo dopo pezzo alla sua infanzia (la pesca, i conigli, i giochi con i coetanei).

Il traguardo è il temuto “esame di Stato” per entrare nel prestigioso seminario del Monastero di Maulbronn. Hans ci riuscirà, arrivando secondo su oltre cento concorrenti, ma il prezzo pagato sarà carissimo.

Ciò che rende questo libro una lettura fondamentale e profetica prima di un esame è la sua natura totalmente autobiografica. Hesse frequentò quel medesimo seminario, ne fuggì perché non ne sopportava la rigidità, venne espulso e crollò sotto il peso di una devastante crisi nervosa che lo portò, nel 1892 a soli quindici anni, a tentare il suicidio con una rivoltella.

Quando Hesse descrive il tormento di Hans, sta prestando al protagonista i suoi veri fantasmi. Da motivo di riscatto, lo studio si trasforma in un’atroce, progressiva perdita d’identità: quella che era l’analisi di una splendida personalità in formazione diventa la vivisezione di una mente in disfacimento.

Le pressioni a cui si è costretti a sottoporsi per gli esami

Il vero nemico dei ragazzi che si preparano alla dura prova degli esami non è la complessità delle materie. Il vero problema è la pesantissima pressione che sono costretti a ricevere, ovvero le speranze, le ambizioni e le pretese che gli adulti e le istituzioni proiettano su di loro. Lo studente in realtà non ha paura del compito in sé, ma prova il panico di fallire di fronte a una società che non accetta le bocciature.

Nel Capitolo IV di Sotto la ruota, Hesse lancia l’atto d’accusa centrale del libro, un manifesto spietato contro un sistema educativo focalizzato solo sul risultato, capace di troncare l’unicità dei giovani pur di omologarli alla fredda legge del dovere:

Così, di scuola in scuola, si ripete lo spettacolo della lotta fra lo spirito e la legge, e noi vediamo di continuo la scuola e lo stato che si affannano a troncare alla radice le poche intelligenze profonde, di autentico valore, che spuntano tutti gli anni. E sono sempre gli odiati dai maestri, quelli che vengono puniti più spesso, quelli che scappano, o che vengono cacciati di scuola per arricchire il patrimonio spirituale del nostro popolo. Certuni però – e chi potrebbe dire quanti? – si struggono in un silenzioso sdegno e vanno a picco.

Quando l’ambiente circostante elimina la possibilità dell’errore, l’ansia diventa una gabbia. Lo si vede nel dialogo ravvicinato, presente nel Capitolo I del libro, tra Hans e il parroco. Querllo che si legge nel libro è un qualsiasi confronto che potremmo ascoltare oggi in qualsiasi cucina di casa:

“Be’, fatti onore. Tu sai che abbiamo riposto in te tutte le nostre speranze. Mi aspetto una prova particolarmente brillante in latino.”
“E se non riuscissi?” obiettò timidamente Hans.
“Tu non riuscire?” Il pastore si fermò esterfatto. “È impossibile! Semplicemente impossibile! Senti che idee!”.

Davanti a questo “è impossibile”, il ragazzo si ritrova completamente solo. L’ansia da prestazione smette di essere uno stimolo e diventa una condanna: lo studio non serve più a realizzare se stessi, ma a non deludere gli altri.

La naturale incomprensione degli adulti allo stress dei ragazzi

La diagnosi dell’ansia da prestazione scolastica rivela una verità dolorosa: la totale rottura dei canali di comunicazione tra il mondo dei ragazzi e quello degli adulti. Quando il dovere calpesta la natura profonda di un adolescente, di un giovane, la sofferenza non potendo essere espressa a parole si scarica sul corpo.

L’ansia si somatizza, diventando un bollettino medico visibile a occhio nudo: emicranie costanti, inappetenza, capogiri e quella stanchezza cronica che oggi chiamiamo burnout.

Il corpo si ribella e la mente, satura, reagisce con scoppi di rabbia improvvisa. Non si tratta di ribellione fine a se stessa, ma di un disperato meccanismo di difesa contro gli strumenti del proprio supplizio. Ne è un esempio Hans che, ridotto all’esasperazione nei giorni che precedono l’orale, rompe la sua solitudine con un gesto di pura frustrazione:

…balzò in piedi fremente, sputò e scaraventò la crestomazia latina, che aveva sottomano, contro la parete di fronte.

Dietro un libro lanciato, una porta sbattuta o un silenzio ostinato che dura da giorni non c’è pigrizia, svogliatezza o arroganza: c’è il grido d’aiuto di chi si sente derubato della propria giovinezza.

Il dramma vero, tuttavia, si consuma quando questo grido si scontra con l’assoluta cecità di chi dovrebbe proteggerlo. Divorato dal panico prima delle prove, tormentato da sogni orribili in cui si vede soffocato da montagne di cioccolata (metafora delle aspettative ingozzate a forza), Hans cerca disperatamente un’ancora di salvataggio nel padre.

Cerca una scialuppa di salvataggio emotiva, una rassicurazione che gli dica: “Se fallisci, ti vorrò bene lo stesso”. Ma la risposta dell’adulto, nella stragrande maggioranza dei casi, è un muro di egoismo borghese e di bieco conformismo sociale:

“Potrò frequentare il ginnasio se sarò respinto?”
Il signor Giebenrath rimase senza parole. “Cosa? Il ginnasio?” sbottò alfine. “Tu al ginnasio? Chi te l’ha messo in testa?” […] Gli si leggeva in viso un’angoscia mortale. Il padre non la vide.

“Il padre non la vide”. È questa la frase spietata che emerge del romanzo, il dettaglio clinico che deve far tremare i genitori di oggi. Il signor Giebenrath non è un mostro, è un padre comune. Eppure, accecato dall’ansia del futuro, dall’ambizione sociale e dall’idea che il figlio debba a tutti i costi “diventare qualcuno”, commette l’errore più grave: cancella l’emozione del ragazzo. Guarda il figlio, ma vede solo la sua pagella. Sente le sue parole, ma calcola solo le probabilità di successo.

Quando un genitore non vede l’angoscia mortale che si consuma nella camera accanto, il ragazzo sperimenta una solitudine assoluta e distruttiva. Capisce che il suo valore in quella casa è condizionato dal risultato sul tabellone. Il rischio drammatico di questa miopia è che i giovani, non sentendosi né visti né protetti nel momento della vulnerabilità, smettano di lottare. Cedono le armi, rinunciano a spiegarsi e si lasciano trascinare a fondo da quella ruota che li schiaccia, finendo per spegnersi, proprio come raccontato da Hesse, in un “silenzioso sdegno”.

Dare ai ragazzi la giusta comprensione è fondamentale

La cura contro questo male oscuro non si trova dentro i manuali di scuola, nei ripassi dell’ultimo minuto o nelle esortazioni a “stringere i denti”. Per curare l’ansia da prestazione serve qualcosa di molto più radicale: bisogna restituire ai ragazzi il diritto alla propria umanità e alla propria identità umana. Hermann Hesse semina questa medicina nel romanzo attraverso il contrasto viscerale tra l’afa soffocante delle aule d’esame e la frescura rigenerante della natura.

La vera guarigione di Hans dall’angoscia accumulata non avviene quando legge i quadri della promozione, ma quando finalmente “stacca le mani” dal suo dovere sociale e scappa verso il fiume del suo borgo natio. Lì, dove da bambino passava le ore più felici, compie un rito di purificazione psicosomatica:

Si spogliò, allungò cauto prima una mano, poi un piede nell’acqua fredda, rabbrividì leggermente, s’immerse con un rapido tuffo. Nuotando lento contro la debole corrente sentì scivolar via il sudore e l’angoscia degli ultimi giorni, e nell’abbraccio rinfrescante del fiume intorno al corpo magro, l’anima riprese possesso con rinnovato vigore della sua bella terra.

La Cura per uno studente bloccato è esattamente questo “tuffo” nella semplicità del mondo che lo circonda. L’importanza per qualsiasi giovane umano è ricordarsi che esiste un corpo che respira oltre la mente satura, una vita sensoriale ed emotiva che scorre fuori dal perimetro dei libri di testo.

Curare l’ansia significa legittimare il bisogno di fermarsi, di mollare la presa quando la testa brucia, accettando la stanchezza non come un fallimento, ma come un segnale vitale da proteggere.

Ma la terapia non può essere solo un gesto solitario del ragazzo. Richiede una sponda nel mondo degli adulti. Se il padre, il preside e il parroco rappresentano la malattia (la legge del risultato da raggiungere), Hesse introduce la cura incarnata nella figura di mastro Flaig, il calzolaio del paese.

Flaig è l’unico adulto “disarmato”, un uomo semplice che guarda Hans senza chiedergli nulla in cambio, l’unico che ha il coraggio di compiere un gesto di autentica comprensione:

…il vero scopo delle sue parole era di convincerlo che un esame, in fondo, era solo un fatto esteriore, accidentale. Una bocciatura non era una vergogna, poteva capitare anche ai migliori….

Per un genitore o un educatore, “curare” significa diventare mastro Flaig. Significa porsi come una voce fuori dal coro, capace di relativizzare il peso della prova. La cura non è spronare con l’ennesimo “mi aspetto da te grandi cose”, ma sedersi sulla sponda del letto e dire chiaramente: “Capisco che hai paura, ed è normale averne. Ma questo esame è solo un fatto esteriore. Tu non sei il tuo voto”.

È questa convalida dell’emozione che rompe l’incantesimo del panico e restituisce al giovane cuore irrequieto lo spazio per respirare e tornare in sé.

C’è bisogno di un cambio di prospettiva: l’esame prevede unione

Secondo quanto condivide Hermann Hesse, la soluzione pratica per superare la sessione d’esame e non lasciarsi schiacciare “sotto la ruota” richiede un radicale cambio di prospettiva da parte di tutta la famiglia.

Quando la prova finisce e Hans scopre di essere passato arrivando addirittura secondo, l’euforia del padre è sconsiderata e rumorosa. Ma la vera salvezza del ragazzo non risiede in quel numero sul tabellone; risiede nel momento in cui decide finalmente di riappropriarsi di se stesso, salendo di volo le scale fino al solaio per spalancare l’armadio e tirare fuori il suo vecchio armamentario da pesca. Ha bisogno di fabbricarsi una bella canna nuova per ritornare sulla sponda del fiume.

Questa immagine racchiude la vera soluzione all’ansia da esami, che si traduce in un patto silenzioso e profondo tra le generazioni. Ai ragazzi che in questo momento si sentono sotto assedio dobbiamo ricordare di non identificarsi mai con un numero. L’esame misura la preparazione di un giorno su una materia, non l’anima, né il valore di una persona.

Commettere un errore, avere un vuoto di memoria o persino andare incontro a un fallimento fa parte del gioco della crescita, non è un verdetto definitivo. Appena la prova sarà finita, qualunque sia l’esito, ogni studente dovrebbe avere la forza di imitare Hans: correre in solaio, riprendere in mano la propria “lenza”, le proprie passioni, le proprie amicizie e tutto ciò che lo rende unico, perché la scuola è solo un mezzo, ma la vita vera è fuori ed è interamente da costruire.

Allo stesso tempo, questo patto richiede che gli adulti facciano un passo indietro rispetto alla loro miopia borghese. I genitori non devono commettere l’errore del signor Giebenrath, che passa dal tormentare il figlio all’esaltarsi per la sua promozione, accorgendosi del peso devastante che gli ha caricato sulle spalle solo quando è ormai troppo tardi, ascoltando la predica al suo funerale con il cappello in mano e le lacrime agli occhi.

Non bisogna aspettare i quadri o i voti per dare una carezza, per concedere un premio o per mostrare orgoglio. I figli vanno celebrati ora, mentre tremano e sudano davanti ai libri. Essere genitori significa diventare l’unico porto sicuro al mondo in cui un ragazzo sa che, se anche tutto dovesse andare male sul tabellone, il suo valore a casa rimarrà intatto. Significa fare scudo intorno alla loro vulnerabilità, ricordando loro che nessun aoristo irregolare e nessun voto d’esame varrà mai quanto la loro felicità di essere umani.